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venerdì 22 gennaio 2010
Gli scheletri della Bonino
Il processo alla radicale per procurato aborto non si è mai celebrato. Si fece eleggere in Parlamento e fu salvata dall'immunità. Ecco il racconto di una vicenda che si vuole dimenticare
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La Bonino nell'atto di «eseguire un aborto secondo la pratica femminista
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La Bonino nell'atto di «eseguire un aborto secondo la pratica femminista del "self-help"»
Webzine: Emma Bonino non si è fatta processare. Non ci fu nulla da fare per i sostituti procuratori della Repubblica per il tribunale di Firenze, Carlo Casini e Giuseppe Cariti, che l'8 novembre 1976 avevano avanzato domanda di autorizzazione a procedere nei suoi confronti, oltre che contro Marco Pannella e Adele Faccio per le imputazioni di associazione a delinquere e procurato aborto continuato pluriaggravato.
Erano stati rinviati a giudizio perché, si legge nella lettera dei magistrati, «il 9 gennaio 1975 fu scoperto un attrezzato ambulatorio nel quale venivano praticati abitualmente ed esclusivamente aborti illegali in numero rilevante dal dottor Giorgio Conciani, ginecologo, e da tale Sergio Fantechi, rappresentante di medicinali». Nelle indagini, «si potè accertare che nella villa dove era l'ambulatorio si trovava anche la sede fiorentina del Partito radicale e che il CISA (Centro italiano sterilizzazione ed aborto)».

CAROVANE DI CLIENTI

A procacciare le carovane di clienti erano le due militanti femministe, divenute poi rappresentanti del popolo. «Emerse», infatti, «che più volte vari gruppi di donne erano state accompagnate da Faccio Adele e Bonino Emma, responsabili del CISA, a Firenze, presso il Conciani, per essere sottoposte ad aborto, e che il CISA era stato costituito anche per l'impegno e lo stimolo di Pannella Giacinto Marco e si era sviluppato - sempre con lo scopo di praticare aborti illegali - avvalendosi di molte strutture del Partito radicale». E non operavano certo gratuitamente o per motivi ideali, secondo la documentazione emersa durante il processo.

È in seguito all'inchiesta che la Bonino esce allo scoperto, facendosi fotografare da Giancarlo Bonora e Mario Dolcetti e rilasciando un'intervista a Neera Fallaci, che pubblica il servizio choc sul settimanale "Oggi" del 29 luglio 1976, quando ormai è stata inaugurata la VII legislatura repubblicana e i radicali sono già entrati in Parlamento. E lì, su "Oggi", la Bonino spiega che «tra il febbraio e la fine di dicembre del 1975, gli interventi per aborto del CISA sono stati 10.141». Propone un metodo semplice: «Dividetevi in gruppi di quattro o cinque. In ogni gruppo, decidete chi di voi può mettere la propria abitazione a disposizione delle altre». La giornalista le chiede: «È vero che, per fare aborti, usate la pompa da bicicletta?». E la Bonino risponde: «Volendo fare le cose ad arte, si usa l'aspiratore elettrico a cui, mediante un tubo si attacca la cannula Karman in plastica trasparente. Senonché l'aspiratore elettrico costa un mucchio di quattrini (mi pare 400.000 lire), a parte che pesa trasportarlo per fare aborti nelle case. Per risparmiare usiamo una attrezzatura per l'aspirazione più rudimentale, ma che funziona benissimo lo stesso». Prima di tutto, spiegava la neoparlamentare radicale, «occorre un vaso, ermeticamente chiuso, dove si crea il vuoto e dove finisce il contenuto dell'utero che viene aspirato con la cannula. Io uso un barattolo da un chilo che aveva contenuto marmellata. Il barattolo viene chiuso con un tappo di gomma che ha tre fori. Da un buco parte il tubo di gomma in cui si inserisce il gommino della pompa da bicicletta (con la valvola interna rovesciata per aspirare aria anziché immetterla); dal secondo buco parte il tubo di gomma in cui si inserisce la cannula Karman; nel terzo buco si mette il manometro, per controllare la pressione che si crea nel vaso con la pompa».

IMPUNITÀ D'OPINIONE

Diffondono pubblicamente il loro messaggio in conferenze stampa. Si autodenunciano. Ma i tre onorevoli imputati se la cavano grazie all'immunità parlamentare. Circostanza sommamente imbarazzante per gli esponenti del partito radicale, da sempre contrario ai privilegi della casta partitocratica. E, coerentemente, il loro compagno di partito Mauro Mellini, nel suo intervento alla Camera dei Deputati, durante la discussione sul caso, il 19 ottobre 1977, chiede che l'autorizzazione sia concessa. Bella
pantomima, utile a salvare la faccia della Rosa nel pugno, che nessuno può ora accusare di ipocrisia per aver predicato bene e razzolato male. Ufficialmente, si sarebbero sacrificati per affermare il principio dell' uguaglianza dei cittadini di fronte alla giustizia. Nella pratica, viene loro impedito proprio dalla casta che li costringe all'impunità.

Andrea Morigi
fonte: Libero   postato da: marinta  

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