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giovedì 29 maggio 2008
Almirante fa paura soltanto ai babbei
Se si dovessero intitolare solo ai santi e ai puri, avremmo una valanga di strade senza nome
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Columna Infamiae: E a proposito di questa annosa faccenda, se sì o no intestare al nome di Giorgio Almirante una via di Roma, Francesco Merlo ha scritto su Repubblica che una tale decisione farebbe rizzare i capelli in testa a quanti della sinistra reputano Almirante "un fucilatore". Inesatto. Avrebbe dovuto scrivere così: «A quegli eventuali babbei della sinistra che reputano Almirante un fucilatore».
Sto ai fatti, di cui sono partecipe e correo. Più di 35 anni fa mi arrivò la lettera di un professore dell'Univesrità di Pisa che conoscevo e in cui era acclusa la riproduzione di un manifesto murale dei tempi di Salò, firmato per l'appunto da Almirante, dove si minacciava la fucilazione a chi non si fosse presentato alla leva dell'esercito della Rsi. Premesso che a quel tempo Almirante era un funzionario di terza fila della Repubblica di Salò, agli occhi di chi avesse ragionato un minimo quel manifesto murale avrebbe avuto il valore di un eventuale manifesto murale odierno dove una delle segretarie di Mara Carfagna dichiara guerra all'Iran.

Solo che allora io ero un babbeo di sinistra, e perciò telefonai ai miei amici del Manifesto. A spron battuto uno di loro venne a prendersi la riproduzione del manifesto e su quella inscenarono una campagna di stampa contro Almirante. Almirante fece causa e ovviamente vinse. Quel manifesto era un falso. Mai e poi mai lui aveva avuto l'autorità di che minacciare fucilazioni di sorta. Tutto questo in punta di fatto. Tanto che ne parlai con lo stesso Almirante, che era persona molto civile, quando andai a intervistarlo all'indomani di quel suo gesto cavalleresco: l'andare a far visita a Enrico Berlinguer morto. Sto dicendo per questo che Almirante era un santo, che la nazione deve oggi venerarlo a tutti i costi, che non si discute nemmeno se sì o no dedicargli una strada? Non sto scrivendo questo. Anche perché non penso affatto che le strade siano dedicate soltanto ai santi e ai protagonisti senza macchia della storia politica. Perché in questo caso avremmo una valanga di strade senza nome e cognome. Una strada dedicata ad Almiramte vuol dire soltanto che lui ha fatto parte della storia italiana recente, che in quella storia c'è stato con i suoi errori e con i suoi meriti. Che il giovane Almirante sia stato partecipe del razzismo cialtrone degli anni successivi al 1938, questo è indubbio. Lui ci lavorava nella redazione di quell'ignobile rivista che si chiamava "La difesa della razza", e che dirigeva il Telesio Interlandi al quale ho dedicato un libro. La loro redazione era al piano terra del palazzo romano dov'è oggi la redazione del Tempo. Era una rivista ignobile sì, ma non che vi si predicasse la messa a morte degli ebrei, insomma Auschwitz. Assolutamente no. Vi si predicava la porcata di reputare gli ebrei degli "ospiti" del nostro Paese, dei cittadini di serie B, dei cittadini cui togliere diritti e dignità. Una porcata, fuori di ogni dubbio. Una porcata cui Almirante ha smesso di credere molto presto.

Ma anche Palmiro Togliatti, cui io mai e poi mai negherei che si debba intestare il nome di una strada, di porcate ne ha scritte e pensate: ad esempio quando ha detto che i russi avevano fatto benissimo a impiccare Imre Nagy, uno dei martiri della rivoluzione ungherese del 1956. E con tutto questo volete togliere Togliatti dalla storia italiana recente? Non lo diciamo neppure per scherzo.

Per quanto mi riguarda, reputo Giuseppe Stalin il peggior delinquente politico del Novecento. E con tutto questo trovo raccapricciante che la città russa chiamata Stalingrado, la città dove si consumò lo scontro decisivo e più terrificante della Seconda guerra mondiale, non porti più quel nome. I nomi della politica e della storia hanno tutti un valore relativo e non assoluto. Raccontano un momento della nostra storia, l'emozione e la partecipazione di un momento. Altrimenti non si farebbe altro che cancellare nomi e cognomi dalle strade. Lo fecero i babbei di sinistra che nel 1948 cancellarono a Firenze il nome di Berto Ricci da una strada del capoluogo toscano. Certo, Berto Ricci era stato un ardente fascista. Solo che innanzitutto era un italiano di cui ogni italiano dovrebbe andare orgoglioso per quanto era onesto, leale, coraggioso. Fu di quelli che nella Seconda guerra mondiale ci andò a combattere da volontario, e morì nel 1941 in Cirenaica combattendo contro gli inglesi. Era stato talmente onesto e puritano, che quando si sposò la cerimonia di nozze consistette in tutto e per tutto nel prendere un cappuccino in piedi con i suoi sei o sette amici più cari. Da giornalista e da polemista, Indro Montanelli lo ha sempre indicato come il suo maestro.

Ovvio che quel che sto scrivendo di Ricci lo scriverei, cambiato quel che è da cambiare, per alcuni che hanno militato coraggiosamente e pagando di persona nell'estrema sinistra. Su tutti Raniero Panzieri, il fondatore dei "Quaderni rossi", la rivista che ha modellato il Sessantotto italiano.

Cerchiamo i nomi che ci accomunano, seppure diversissimi tra loro. Rispettiamo i protagonisti di storie diversissime, ma senza le quali non capiremmo chi siamo oggi e come lo siamo diventati. Facciamo ciascuno un passetto verso la parte dell'altro, del diverso tra noi. Cerchiamo di ragionare e di ricordare. Non di odiare.
fonte: Libero   postato da: marinta  

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