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giovedì 04 ottobre 2018
Ricordo di Pietro Fedele (II parte)
di Pier Fausto Palumbo
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Data evento: mercoledì 25 apr 2007
Fedele con Umberto II, allora Principe di Piemonte
Fedele con Umberto II, allora Principe di Piemonte
Archivi di TF: Quando vi faceva lezione, dalle nove alle dieci dei giorni dispari (quello ch'è stato sino alla fine il suo orario), la vecchia aula V di palazzo Carpegna era tra le più gremite.
Ma bastava ch'egli vi entrasse, con l'incedere diritto e sicuro e che fermasse l'occhio nero, vivido, sull'indocile folla, perchè subito il silenzio si stendesse e l'attenzione fosse ottenuta.

Faceva quell'anno, che fu l'ultimo della Sapienza, un corso su «L'amministrazione di Roma nell'alto Medio Evo e le origini del potere temporale dei Papi» : corso veramente fondamentale e formativo anche per chi si avvicinasse solo allora agli studi storici, oltre che alla vita universitaria ancor fervida, e avesse bisogno di un avvio sicuro e di un monito efficace. E accompagnava il corso con alcune esercitazioni, cui voleva pochi alunni, ma scelti . E (come un altro grande maestro, Vittorio Rossi), nelle esercitazioni dava ancor più che nelle lezioni. Vi profondeva la sua esperienza duttile e profonda, la sua intelligenza rapida e viva, la sua fede nei valori dello spirito, la sua bontà verso i giovani di, volontà, gli esordienti che dessero speranza. Chi lo ha conosciuto in quella sede singolare e feconda presso l'Istituto Storico, che chiariva così la sua funzione di superiore organo universitario, oltre che di ente scientifico sa quale fosse la forza, l'entusiasmo, l'intelletto, di amore ch'egli poneva nel suscitare e condurre le giovani energie. Excubitor ingeniorum veramente, ha educato più generazioni (« sono un vecchio insegnante », diceva non senza una sfumatura d'intimo compiacimento) al culto vivo e operoso della patria, degli studi, della storia. Perché la storia era da lui concepita come un fatto concreto, come una esperienza continuata e perenne, che tenesse in comunione il presente col passato.

Aveva il senso della scuola. Della scuola che è (e dovrebbe essere) dedizione appassionata e viva esperienza, collaborazione assidua e pronta intelligenza dei caratteri e dei problemi. Egli che ormai tanto cammino aveva fatto, che aveva solo di iniziative sue di che riempire la giornata, ha voluto rimanere essenzialmente il professore, il maestro. Anche quando la sua attività di studioso gli si venne precludendo per l'assoluto scarseggiare del tempo - e non fu egli di quelli che, di fronte a responsabilità onerose, cercassero di mostrare quel che non era e sostituissero l'altrui collaborazione o il lavorare affrettato all'antica, consueta, rigida severità - la dedizione alla scuola rimase e non fu minore. Anzi forse si affinò ed egli dette ancor più di sé, della sua esperienza, del suo stesso patrimonio di studioso ai giovani. Il monito di Roma e l'amore del Medio Evo si congiungevano in lui, conoscitore profondo delle tradizioni nostrane e della classicità, latinista esperto, (basti il ricordo delle sue allocuzioni latine al congressi internazionali di studi storici e delle epigrafi) ed esperto paleografo, curioso d'ogni particolare che recasse contributo alla vita del passato e infaticato assertore di un umanesimo sempre rinascente e innato nella nostra stirpe. In lui, storico di Roma, l'argomento consueto di studio si faceva materia, didatticamente e umanamente, viva. Insegnava ad amare il Medio Evo nel nome di Roma che vi si eterna; si studiava, si può dire quotidianamente, di istillare nei giovani l'amore di Roma, ricordandola ai tempi della sua giovinezza. Facendone rivivere aspetti ed episodi a volta ignorati, mostrando come l'affetto alle pietre fosse il grado iniziale, il più certo, per risalire ad un cosciente amore alla patria. Ed egli spesso si faceva illustratore geniale, indimenticabile, sui luoghi, di quanto formava oggetto del suo monito, a conoscere e ad amare Roma, a conoscerla per amarla. E questa sua fervida, appassionata dedizione alla causa del passato, al nostro patrimonio storico, mantenuta pur quando la sua amarezza non doveva aver limiti di fronte agli sviamenti dei fautori del nuovo e all'insensibilità dei giovani, dovrà valergli anche presso le venienti generazioni.
Ma, se Roma fu costantemente al centro delle sue indagini e dei suoi pensieri, egli ebbe sempre della storia un senso estensivo, non dimenticò mai, nella pratica dell'insegnamento, di far risaltare la straordinaria complessità del fatto storico. Come insistente e continuo fu, nelle sue lezioni e nell'opera sua, il richiamo alle fonti: di quella scuola, da cui era stato educato all'analisi minuziosa e precisa, intendeva lasciare ai suoi propri discepoli in retaggio la parte più alta e più viva.

Nessuno più abile di lui a risalire di continuo dall'episodio al quadro generale, ad avvivare questo con quello, a coordinare il dato desunto dalla personale ricerca con le cognizioni già acquisite e già certe. E nessuno fra i suoi discepoli dimenticherà le frequenti parentesi metodologiche e propedeutiche, e più che altro d'orientamento, in cui si rivelava quello che fu il suo carattere più perspicuo: il raro equilibrio, che, recato in ogni sua cosa, avvantaggiò sopra tutto la scuola, che fu scuola, se di disciplina e di metodo, più forse di buon senso e, meglio ancora, di umanità. Se nello studioso apparve come un ritegno ed una titubanza di fronte alle nuove tendenze storiografiche, tendenti a superare in un'alta visione generale i dati raccolti dalla dura disciplina ottocentesca, non fu già l'incapacità a seguire, e con onore, quell'orientamento, quanto il dubbio e il timore che esso, pur nel suo lato positivo, dimenticasse il valore del documento, la sicurezza basilare del fatto, e, dalla cattedra che fu sua, quel che gli alunni hanno appreso di più efficace è, appunto, il monito a non far storia astratta, a non sfiorare quel limite. Per questo, parlatore di grande e innata capacità, egli ebbe sempre in uggia i lenocini della forma e il parlare estemporaneo e preparò con tranquillità imperturbata (si levava all'alba e giungeva spesso all'Università molto prima dell'ora) per quasi quarant'anni le sue lezioni: perchè dalla gioventù maturata fra le carte medievali gli era rimasto l'abito necessario della sicurezza; ed alla severità storica e filologica credeva, come al solo modo di fare, utilmente, storia e di insegnarla. La sua lezione era così ampia nella cornice come minuziosa nei particolari, severamente didattica e fervidamente (quasi concentratamente) vissuta, frutto insieme di scienza e di umanità.

Un magistero e un esempio tipicamente italiani: in cui l'esperienza lunga e raffinata di studi si avvivava al soffio inestinguibile dell'idea, si armonizzava al vivo intuito delle capacità intrinseche di nostra gente. Per ciò appunto, la severità che fu sua Pietro Fedele non richiese mai ai discepoli, agli usciti dalla sua scuola, lasciando libero campo alle loro attitudini, allo svolgersi dei loro interessi, al maturare dei loro orientamenti. Ma quei punti fermi ch'erano le caratteristiche della sua capacità ricostruttiva e analitica e costituivano il suo monito quotidiano sono restati, variamente, nella sua scuola. Variamente: che dagli anni di Torino a quelli di Roma, dal gruppo perspicuo dei primi alunni - dal Caviglia al Borino, dal Cognasso al Bertolini, dal Falco al Quazza al Bozzola alla ancor più numerosa seconda schiera dal De Stefano al Ghisalberti, dal Morghen al Duprè, dal Mariani al Pacifici, dal Battelli al Martini non si può dire ch'egli abbia agito su un determinato piano intellettuale o che il suo stimolo sia stato sentito solo dai predisposti all'erudizione.

Ed anche in coloro che avrebbero poi seguito altra strada (come non ricordar qui almeno il Gabetti e il De Vergottini e l'Ugolini o il Montini e il Beltrami?) il monito esemplare e l'insegnamento del maestro non sarebbero rimasti privi di efficacia, né di affettuoso ricordo.

Ma accanto al maestro, accanto all'uomo politico, sebbene un po' dietro, quasi in penombra, v'era un altro Fedele, non diversamente proteso all'azione. Un Fedele dedito alle opere di carità. Se ne giovarono i fanciulli e i contadini dell'Agro romano, cui egli dette per anni la sua attività, facendosi, con Giovanni Cena, organizzatore infaticabile delle provvidenze intese a combattere l'analfabetismo e la malaria e redigendo anche un giornale, « Il Piccolissimo ».

Aveva avuto nella famiglia l'esempio operoso del bene. Il fratello, mons. Salvatore, il primo compagno della sua infanzia e della sua giovinezza, aveva rivolto il suo sforzo ai poveri del minturnese. Pietro andò ben oltre: se, uomo di governo, a lui era stata dovuta la valorizzazione turistica. dell'incantevole golfo di Gaeta, alla sua iniziativa Minturno e la zona circostante devono istituzioni provvidamente efficaci, che hanno (contribuito a sollevare le condizioni degli umili, dei malati, dei bimbi orfani e derelitti. Legata alla memoria del fratello, l'Opera pia per le vocazioni ecclesiastiche, rivolta a consentire gli studi ai seminaristi poveri; (consacrala al ricordo del diletto figlio Gino, l'Associazione per gli Asili d'infanzia. Aveva visto sorgere in questi giorni l'ultimo asilo, dei nove distribuiti fra Minturno e il contado. Ma, anche al di fuori delle iniziative che furono sue, egli ha profuso il tesoro della sua bontà, della sua operosità, della sua pazienza fra gli umili.

Compagna della carità, la fede. Come austera e semplice, improntata ad una dirittura morale non consueta, la sua vita: molti l'han conosciuta, per il tono quasi rude di riserbo cui l'improntò, solo lui morto, dinanzi alla claustralità della sua casa, alla semplicità francescana della sua camera, al commosso affluire degli umili. Credente, ha per il suo credo di cattolico e di italiano combattuto e lavorato; organizzatore e maestro, egli ha esteso l'opera sua al tentativo di rinnovare la cultura ecclesiastica, che sentì in decadenza e per cui dispose, come per gli studi laici, iniziative assai provvide, delle quali forse la maggiore attende un'alta parola che, nel suo ricordo, la realizzi.

Gli ultimi tempi lo sapevamo malato. Le sue venute all'lstituto si erano diradate, cessate le lezioni. Ma, solito a salutare col gesto ampio della mano, a parlar solo quando fosse necessario, ognuno si poteva illudere sul decorso della malattia.

E' morto, pur dopo atroci sofferenze sopportate con stoicismo, d'improvviso, lasciando un vuoto che non si cancellerà in coloro che gli son stati vicini e gli han voluto bene. Ha voluto morire, lavorando fino all'ultima ora, seguendo i doveri degli uffici, gli studi, gli allievi. Potenza umana di una vita che non si smentisce, ma culmina, nell'ora della morte.


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Pubblicato su TeleFree.it il 25 aprile 2007
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postato da: Kalckreuth  

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