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martedì 26 aprile 2005
Un saluto circolare, addio Concetta Mobili
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Caserta: È morta Concetta Di Palma, commerciante di Santa Maria Capuavetere, provincia di Caserta, con attività a Casapulla. Più nota come Concetta Mobili, regina tamar-kitsch delle televendite e dei mobilifici meridionali. E come ci informano le notizie raccolte qua e là su internet: “previsti vip ai funerali”.
Con Concetta se ne va un pezzo della mia giovinezza catodica, quando in lunghi pomeriggi svogliati sul divano di casa ci si inoltrava nel sottobosco dell’etere locale – che da noi corrisponde alle emittenti della periferia napoletana, fonti inesauribili di assurdità – dove proliferavano imbonitori litigiosi e maghi miracolosi, cantanti flagellati e danzatrici con la cellulite, improponibili esperti e maliarde appassite. Trionfavano mostri e fenomeni, o spesso tutte e due le cose insieme, si delineava un’Italia del sommerso e dell’arte di arrangiarsi che in tanti credevano scomparsa. E Concetta Mobili era lì, a mettere le fondamenta di uno stile comunicativo e commerciale che ha fatto proseliti. Concetta conduceva a tutte le ore uno “sciò” (show) fatto di promesse, sagra delle occasioni, drammi familiari e stornelli neomelodici. Sberluccicante matrona del mobile, con abiti da gran sera pure alle dieci di mattina, capelli cotonati rosso fuoco, occhiali fumé e una quintalata di gioielli addosso, si muoveva nel suo universo di cucine per otto e armadi “in arabbla”, camere da letto “in madre-pelle” e soggiorni rococò, barocchi intarsiati e liste di nozze. Come dimenticare le sue immaginifiche promesse, essenza di un nuovo modo di vendere mobili e fare spettacolo: «Cara sposa, ti do la macchina scappottabile, il viaggio in Brasile e poi ti faccio cantare l’Ave Maria da Mario Merola». Accento meridionale, carattere schietto ed esuberante, coltivava una retorica da vecchia famiglia («V'avete 'a vule tutte bene, 'a sposa, 'a mamma, 'o sposo e pure 'a mammarella 'ru sposo»), con performance di indubbia capacità persuasiva: «'A gente qua vene da me e me rice "Cuncè, nun tenimmo 'e sorde" e io 'e vulesse pure aiutà...». Ospitava Mario Merola nei suoi siparietti tra cucine e commo’ e con lui duettava in gag e sceneggiate, rivelava le sue abitudini culinarie («'A casa 'a rummeneca 'u facimmo 'o raù») e si concedeva persino digressioni sociopolitiche come nei mitici anni di Tangentopoli («Chesta gente c'ha arruvinato, s'arrobbano tutte coso!»). E quante volte, da piccolo, ho provato a immaginarmi cosa mai potesse essere quel famigerato “vigile luminoso” che stazionava a Caserta Nord, a indicare l’entrata del mobilificio per frotte di neoproletari che vi accorrevano. Da vera marketing-woman d’altri tempi era riuscita a trasformare la televendita in reality show: Concetta raccontava le sue origini umili ma, come in tutte le parabole di redenzione in salsa partenopea (gli esempi, da Merola a Nino D'Angelo non mancano) ce l'aveva fatta. Aveva sudato e acquistato una posizione economica, un ruolo sociale, un'autorità morale. I “concetti nobili di C.M.” divennero una categoria dell’essere e un cult. Ma rimaneva una del popolo («Io n'aggiu sturiato, io so 'gnurante, 'a scola mia è stata 'a vita»), alle prese coi guai giudiziari di figli e parenti, i quali pure si trasformavano in perfetto materiale da spettacolo, con tutto il bagaglio delle mamme lacrimose e del repertorio merolesco sui figli che, si sa, “so’ piezze ‘e core”. La sua popolarità l’aveva portata anche a calcare le scene di programmi nazionali, da Mai dire Tv della Gialappa’s all’immancabile Costanzo Show, fino alle ultime apparizioni in Rai con Piero Chiambretti. Memorabile quella puntata in cui, presenti un esponente della setta dei “raeliani” e il ministro della Salute Sirchia, si scaglio contro la clonazione, «ma perché vulite arruvinà il mondo, che è già rovinato accussì comme stà? Ma c’amma fa con questa cronazione, è tanto bello fare i figli comm’è mò».

La notizia della morte di Concetta è arrivata alla chetichella. L’ha data un sito di informazione di Caserta che però ai più risultava irraggiungibile, poi la voce si è sparsa per qualche blog. Alla fine è toccato a Rita Russo, cartomante napoletana e regina del “common sense” più sguaiato, dare il triste annuncio in diretta tv, un fiume di lacrime a ricordare la sola amica che nei momenti di difficoltà l’aveva aiutata a pagare l’affitto. E pure “Il Mattino” se ne è uscito con un articolo assai celebrativo di “Concetta star del mobile e della tv”, “sempre sorridente ma triste dentro”. Anzi, secondo il quotidiano napoletano «la fenomenologia e l’analisi sociologica di Concetta Mobili potrebbero assicurare una serie di nozioni che nulla avrebbero da invidiare a un Marshall McLuhan in quanto a contributi per il mondo della comunicazione». Ho trovato perfino una pagina web a lei dedicata in giapponese, pensate un po’. In fondo Concetta Mobili ha rappresentato anche lei quella “concezione della tv come filosofia dell’arredamento” teorizzata da Aldo Grasso: “la tv come mezzo senza pari che unifica verso il basso e i mobili come desiderio, sotto forma di imitazione, di tornare verso l’alto”. Forse non c’è più posto per Concetta Mobili in questo mondo in cui trionfano le mensole minimaliste della multinazionale svedese Ikea, e poco ci è mancato che le sue telepromozioni neomelodiche diventassero un simbolo di tenace resistenza noglobal. Addio Concetta e, come dice il blogger Antonio, via “verso un vigile luminoso che brilla all’incrocio del cielo”.

di: Luca Di Ciaccio

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