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Home » News » Webzine » Spazio Aperto » Crimine, l'altra storia d'Ital...
lunedì 05 marzo 2012
Crimine, l'altra storia d'Italia: Felice Maniero e la Mala del Brenta
letture: 9148
Felice Maniero
Felice Maniero
Spazio Aperto: Felice Maniero (Campolongo Maggiore, 2 settembre 1954) è un criminale italiano, ex-boss della nota Mala del Brenta.

Soprannominato "Faccia d'Angelo" dallo stesso mondo del crimine, è stato la mente di feroci rapine, sanguinosi assalti a portavalori, colpi in banche e in uffici postali, accusato di almeno sette omicidi, traffico di armi, droga e associazione mafiosa.
Oltre che per la sua carriera criminale, è noto al pubblico per il suo stile di vita brillante e le abitudini al lusso appariscente.

Inizi

La carriera criminale di Felice Maniero incomincia dalla adolescenza quando aiuta lo zio Renato e la sua banda nei furti di bestiame, nelle piccole rapine e nel nascondere le armi lungo le rive del fiume Brenta. Fin da giovane diceva che sarebbe stato felice di andare in carcere perché così avrebbe dimostrato di non essere inferiore agli altri.

Quando era da poco maggiorenne capì che l'oro era molto più redditizio dell'abigeato così cominciò a dedicarsi alle rapine di laboratori dove si lavora il metallo biondo facendosi aiutare da alcuni amici di Campolongo Maggiore. In quegli anni in Veneto si lavorava il 25% dell'oro mondiale.

Ascesa criminale

Maniero entra quindi in contatto con le bande di Venezia, di Mestre e con i membri delle mafie meridionali in quel periodo in soggiorno obbligato in Veneto. A Venezia il gruppo di Maniero impone ai cambisti del casinò una tangente di 1.500.000 lire al giorno mentre dai gruppi malavitosi ottiene droga e assimila alcune regole tipiche della malavita; in quel periodo la banda si rese colpevole di uno dei primi omicidi, quello di Gianni Barizza, un ricettatore che tenne per sé parte di una refurtiva. I contatti con la malavita si notano anche dalle condizioni in cui Barizza venne ritrovato, incaprettato,un modus operandi che non apparteneva alla cultura del luogo.

Dopo vent'anni di rapine, rapimenti, evasioni e omicidi, è divenuto il capo della mala del Brenta, quando nell'agosto 1993 è arrestato sul suo yacht al largo di Capri.

Arresti ed evasioni

Arrestato per la prima volta nel 1980, nella sua lunga carriera colleziona una serie di clamorose evasioni: nel 1987 evade dal carcere di Fossombrone; dopo l'arresto del 1993 viene detenuto al carcere di massima sicurezza di Vicenza dove progetta un'evasione corrompendo, con la promessa di 80 milioni ciascuno, due guardie penitenziarie che però si ravvedono ed avvertono la direzione del carcere; si decide il trasferimento al supercarcere di Padova dove però, il 14 giugno 1994, è protagonista di un'altra clamorosa evasione assieme al braccio destro Antonio Pandolfo e ad altri fedelissimi (anche in questo caso con la corruzione, questa volta riuscita, di una guardia penitenziaria).

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Catturato a Torino nel novembre successivo, viene condannato a 33 anni di reclusione, poi ridotti a venti anni e quattro mesi (pena definitiva). È stato difeso dall'avvocato veneziano Vittorio Usigli, noto alle cronache anche per un flirt con Ornella Vanoni e per essere stato ingaggiato da Berlusconi, in qualità di esperto di risorse umane, nel 2004 per riorganizzare Forza Italia.

Collaboratore di giustizia

Nel febbraio 1995 si pente e contribuisce a smantellare la sua banda.

Viene alloggiato a spese dello Stato con la famiglia in una lussuosa villa, tanto che ne nasce uno scandalo con perdita della protezione per pentiti. Il 14 dicembre 1996 è condannato dalla Corte d'assise d'appello di Venezia a 11 anni di carcere e 60 milioni di lire di multa grazie alle attenuanti generiche e alla diminuente per la collaborazione. Solo il 2 maggio 1998 è arrestato per scontare la pena residua, quattro anni.

Diviene in seguito collaboratore di giustizia e viene ammesso al programma di protezione, da cui viene escluso per una serie di violazioni delle regole di comportamento. In seguito cambia nome e sconta la pena in una località segreta.

Nel febbraio 2006 il suo nome ritorna sui giornali per il suicidio della figlia trentunenne.

Libertà

Dal 23 agosto 2010 torna in libertà dopo la scadenza dell'ultima misura restrittiva nei suoi confronti con una nuova identità.


Mala del Brenta

Mala del Brenta o Mafia del Piovese sono i nomi attribuiti dal giornalismo italiano ad un'organizzazione criminale di ispirazione mafiosa nata in Veneto intorno agli anni '60 ed in seguito estesasi nel resto del Nord-Est dell'Italia, fino alla sua dissoluzione negli anni '90.

Distintasi dalle altre mafie italiane per il carattere rurale mantenuto nel corso degli anni, la mafia piovese si rese protagonista di rapine, sequestri di persona, omicidi e traffici di droga e armi a livello europeo nel giro di pochi anni dalla nascita.

Considerata da taluni una vera e propria mafia, e per questo anche soprannominata la quinta Mafia, viene così descritta dalla Prima sezione della Corte d'Assise d'Appello di Venezia da una sentenza emessa il 14 dicembre 1996:

« Conclusivamente, può dunque riconoscersi l'esistenza di un'associazione a delinquere finalizzata alla commissione di una serie indeterminata di delitti contro il patrimonio, contro l'incolumità e la libertà individuale, contro le leggi sugli stupefacenti ed all'acquisizione diretta ed indiretta del controllo di attività economiche, sia lecite che illecite. La stessa risulta aver agito avvalendosi della forza intimidatrice promanante dal vicolo associativo e dello stato di assoggettamento e di omertà che ne è derivato per la popolazione del territorio ove essa ha esercitato il proprio controllo. Appartenenti a tale organizzazione, operante dunque con modalità e protocolli operativi di tipo mafioso, sono risultati soggetti del gruppo cosiddetto della Mafia del Piovese o Mala del Brenta, molti dei quali deceduti per morte violenta conseguente a vicende, interne o esterne, comunque riconducibili alle attività svolte dai medesimi in tale contesto delinquenziale. »

Storia

La mala del Brenta nacque in un contesto nettamente diverso da quello che portò alla formazione degli altri gruppi di crimine organizzato come Cosa Nostra o Camorra. Nel ventennio successivo al secondo dopoguerra, il panorama malavitoso veneto era composto, come nel resto delle regioni centrosettentrionali, da bande paracriminali di piccolo e medio spessore sguazzanti perlopiù in azioni di microcriminalità e ben lungi dal trasformarsi od unirsi sotto un'unica organizzazione a carattere mafioso per il controllo del territorio.

L'arrivo di alcuni esponenti della mafia siciliana costretti al soggiorno obbligato nelle province di Venezia e Padova, in particolare Totuccio Contorno, Antonio Fidanzati, Antonino Duca e Rosario Lo Nardo sul finire degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, fu la base per la nascita di un gruppo paramafioso che potesse fare da ponte tra il Nord e il Sud.

All'ombra di questi personaggi crebbero e trovarono maturazione le locali giovani leve di una criminalità dai contorni ancora rurali, che tentava generalmente di mutuarne le gesta, le caratteristiche e le imprese.

In tale contesto storico si enucleava un gruppo di giovani malavitosi, polarizzatosi intorno alla figura di Felice Maniero, che assurgeva a ruolo carismatico in un humus delinquenziale sempre più fertile e produttivo, tanto da fare assumere al gruppo Maniero i connotati di un autentico sodalizio, quello che poi passò alla cronaca nera come la "mala del Brenta". Le attività delinquenziali sue e della sua banda composta da oltre 300 "strumentisti criminali", spaziavano dai sequestri di persona alle rapine, dal traffico di sostanze stupefacenti al traffico d'armi, dal riciclaggio di danaro agli omicidi.

Nel passare degli anni il sodalizio spostò i suoi interessi dalle grosse rapine ai danni di laboratori orafi, istituti di credito e uffici postali, ai sequestri di persona, al controllo delle bische clandestine e dei cambisti del Casinò di Venezia, nonché al più remunerativo traffico di sostanze stupefacenti, con diramazioni un po' ovunque, da Portogruaro a Chioggia, grazie ad una struttura sempre più stabile e gerarchicamente inquadrata, con la quale sviluppò la propria influenza anche nelle provincie limitrofe.

« Carismatico, imprendibile, Felice Maniero negli anni ottanta regnava con le armi sul Veneto, sul Friuli e sull'Emilia-Romagna. Era il boss della Mala del Brenta, una sorta di piccola ma potente Cosa Nostra della Val Padana che puntava in alto, ad accumulare denaro e potere, attraverso atroci azioni di sangue. E proprio lui, il capo capace di guidare i suoi gregari anche dal carcere, o dai nascondigli nei quali si rifugiava tra una evasione e l'altra, alla fine si è trasformato da carnefice in vittima. »
(su Felice Maniero, tratto da "Il Resto del Carlino")

Il panorama malavitoso veneto nella metà degli anni novanta

All'organizzazione della riviera del Brenta si aggiungevano:

A) I "mestrini":

il gruppo criminoso di Mestre - strettamente collegato a quello della Riviera - dedito a rapine, estorsioni e traffico di sostanze stupefacenti, che si avvaleva anche del ricavato dell'attività degli "intromettitori", in zona tronchetto-piazzale Roma di Venezia. Questi ultimi, che rappresentano una figura tipica di operatori della città di Venezia, agiscono quali intermediari tra i turisti ed il mondo del commercio veneziano. Si tratta, per lo più, di motoscafisti abusivi, gondolieri, intermediari di agenzie di viaggio, portieri di albergo, che per la loro attività sono in grado di indirizzare il turista verso determinati negozi, vetrerie, ristoranti ed alberghi. Il giro di affari è stimato in vari miliardi e si presta all'influenza, sotto varie forme, di esponenti della malavita organizzata. Membri conosciuti come "lo zoccolo duro" della banda di Mestre sono: Gino Causin, Gilberto "Lolli" Boatto, Roberto "Paja" Paggiarin, Paolo Tenderini e Paolo Pattarello.

B) I "veneziani":

il gruppo della laguna, composto da elementi tutti nativi di questo capoluogo, anch'essi dediti al traffico di sostanze stupefacenti e taglieggiamenti, con l'impiego di capitali provenienti, tra l'altro, dalla gestione di vetrerie di Murano e di locali notturni siti in Venezia, acquisiti ed intestati a prestanomi incensurati, nonché dal controllo degli intromettitori abusivi in zona di piazza San Marco.

C) "La banda Maritan":

gruppo di San Donà di Piave-Jesolo (zona più orientale della provincia), il cui capo - Silvano "Presidente" Maritan - strettamente legato al citato Maniero della Riviera del Brenta, in passato aveva coltivato vincoli di amicizia con il noto mafioso Salvatore Contorno, durante il periodo del soggiorno obbligato nel veneto di quest'ultimo. Anche l'attività illecita di questo gruppo consisteva, prevalentemente, nel traffico di sostanze stupefacenti.

Tale assetto generò nel corso degli anni sanguinosi regolamenti di conti, sostanziatisi in una serie notevole di omicidi (circa 20 attribuibili all'organizzazione) e nel conseguente, progressivo emergere del citato Maniero come capo temuto e indiscusso.

La scissione veneziana

La tentata scissione da parte dell'organizzazione veneziana è uno dei fatti più noti e tutt'oggi sotto analisi, appartenenti alla cronaca nera della malavita veneta.

L'organizzazione aveva tre esponenti di spicco, Giancarlo Millo, detto il "marziano", uno storico "ras" della città, ed i fratelli Rizzi, Maurizio e Massimo. Insieme, dal centro storico, gestivano i traffici del loro gruppo, dai taglieggiamenti al più remunerativo spaccio di stupefacenti. Il "sodalizio veneto", creato da Maniero con i maggiori malavitosi della regione -il cartello di San Dona' di Piave e il gruppo di Mestre- non tranquillizzò i Rizzi, che, ormai, si sentivano come semplici subordinati ai mafiosi della terraferma. Millo, al contrario, nutrendo stima e amicizia nei confronti di Maniero, era più che propenso a continuare la collaborazione con gli altri gruppi. Dopo aver liquidato la proposta di scissione da parte dei suoi due più stretti associati, il "marziano", mentre cenava all'osteria "Caffè Poggi" il 17 marzo 1990, fu vittima di un agguato.

Secondo le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia, furono proprio Maurizio e Massimo Rizzi a freddare Giancarlo Millo.

Dopo meno di sei mesi dalla morte violenta del fido "marziano", i Rizzi, insieme al cugino e partner criminale Franco Padovan, furono vittime di un'imboscata, mascherata da "meeting" criminale da alcuni malavitosi della terraferma.

Nonostante le cause dell'assassinio siano ormai più che confermate: l'uccisione di un uomo fedele di Maniero e l'insubordinazione "scissionista", a causa delle le dichiarazioni discordanti dei vari pentiti, i mandanti dell'esecuzione sono tutt'oggi sconosciuti. A seguito della sparizione dei Rizzi, Giovanni Giada, uomo fidato di Maniero e navigato malavitoso veneziano, divenne il nuovo capo del gruppo lagunare.

Interessi finanziari

La crescita dell'organizzazione e il progressivo espandersi dei suoi interessi, nonché il sempre maggiore prestigio e popolarità del suo capo, determinò l'instaurarsi di sempre più stretti legami con esponenti di sodalizi mafiosi operanti in altre regioni d'Italia, per lo più in relazione ad esigenze di approvvigionamento di sostanze stupefacenti: in particolare, oltre a quelli con il gruppo mafioso facente capo ai Fidanzati di Milano e ad Salvatore Enea, venivano accertati frequenti "rapporti d'affari" con esponenti della Camorra, appartenenti alla famiglia Guida e, più recentemente, a quella dei Giuliano. Felice Maniero, oltretutto, era amico del figlio del presidente della repubblica croata Franjo Tuđman, con il quale, durante gli anni 90, pianifico' diverse tratte attraverso l'Adriatico per il contrabbando di armi e per il traffico di droga.

Da sempre la Mala del Brenta deve confrontarsi con altre organizzazioni, venete, dal Sud Italia e dall'estero, che operano nel suo stesso territorio. Soprattutto nell'ultimo decennio, che ha segnato una nuova geografia etno-criminale nel Nord Italia, la Mala del Brenta, trae profitto da diversi traffici creati in joint venture con altri sindacati criminali.

Va aperto a tal proposito un paragrafo su alcuni eventi accaduti tra la metà degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, circa le relazioni finanziarie del gruppo con i Pietrobon, una famiglia originaria della Campania che fuggita alla devastazione delle guerre di camorra (Achille, capofamiglia, era allineato con la NCO e fuggì da possibili ritorsioni della Nuova Famiglia) trasferì il proprio fulcro affaristico in Settentrione. Le vicende della famiglia, in realtà composta dagli unici due superstiti al conflitto meridionale, Achille e suo figlio Maurizio (nel ruolo di contabile sia per la camorra che dopo) si intrecceranno con quelle della mala del Brenta, in episodi ancora oggi circondati da un alone di mistero, e sui quali le indagini non hanno mai portato a conclusioni definitive.

Si parla quindi della controversa rete milionaria per il contrabbando d'oro rubato in Europa, frutto di rapine messe a segno nel continente a banche, casinò e portavalori, in particolar modo in Francia (per tale supposizione l'apertura di un ulteriore filone investigativo per verificare possibili contatti con il clan dei marsigliesi). A comporre parte del traffico illegale, come emerso da alcune inchieste, in che ruolo però non è stato accertato, anche diversi appartenenti alla guardia di finanza. In questo contesto, relativo ai contatti tra organi dell'ordine e criminalità organizzata, andrebbe quindi inserito l'agguato mortale a un ufficiale della finanza avvenuto a Torino nel 1995.

L'arresto di Maniero

Nel frattempo Felice Maniero, che allo scadere di un quinquennio di sorveglianza speciale nel comune di origine, si era sottratto all'esecuzione di un provvedimento restrittivo emesso nel giugno 1993 dalla magistratura lagunare, per poi essere successivamente catturato a Capri nell'agosto '93, assisteva in stato di detenzione al processo avviato a suo carico e di gran parte dei componenti il sodalizio da lui capeggiato.

La reliquia del mento di Sant'Antonio venerata nella Basilica di Padova venne rubata da Felice Maniero con l'intenzione di costringere lo Stato a scendere a patti (Il Mattino di Padova)
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Evasione e pentimento

Il 14 giugno 1994 però, con un'azione spettacolare, il boss riusciva a fuggire dal carcere di Padova, unitamente ad altri cinque detenuti, alcuni dei quali suoi fedelissimi, avvalendosi, come successivamente accertato, di complicità interne alla struttura carceraria. Quella data segna il diapason ma, al tempo stesso, l'inizio del declino a seguito della collaborazione fornita ai magistrati della distrettuale antimafia di Venezia dallo stesso Maniero, catturato a Torino nel novembre del 1994.

Le dichiarazioni del Maniero hanno contribuito a far luce su omicidi ed altri episodi delittuosi, che non avevano trovato soluzione per via della impermeabilità dell'organizzazione e dell'atteggiamento omertoso dei suoi componenti; caratteristiche di un'associazione a delinquere di stampo mafioso, come ha affermato la sentenza della corte d'assise di Venezia del 1 luglio 1994.

Il "Sodalizio Rivierasco"

Sulla scorta della collaborazione del suddetto Maniero, nel marzo 1995, il locale gip emetteva numerosi provvedimenti restrittivi a carico dei componenti del "sodalizio rivierasco", tra cui due appartenenti alle forze dell'ordine, accusati di corruzione ed adesione alla mala del Brenta, mentre altre precedenti indagini avevano permesso di smantellare una vasta organizzazione dedita alle rapine in danno di istituti di credito, gioiellerie ed uffici postali. Tale ultimo sodalizio, composto prevalentemente da giovani leve del crimine, formatesi intorno ad elementi della "vecchia mala", che fungevano da collettori con l'organizzazione facente capo al maniero, operava parallelamente alla stessa, con essa convergendo all'atto della perpetrazione di reati di non minore gravità, quali la fornitura di armi, il traffico di droga e la ricettazione dei proventi delle rapine; reati posti in essere da elementi di spicco del clan rivierasco.

Negli anni precedenti, fu individuato e deferito all'a.g. un gruppo di persone facenti parte della mala del brenta, che operavano nel reinvestimento dei capitali attraverso la gestione di alcuni casinò della costa istriana nonché a mezzo attività usuraria, che permetteva di rilevare oltre una decina tra immobili ed esercizi pubblici: il flusso circolare del denaro, in entrata ed in uscita dai casinò della ex Jugoslavia, era stato al centro dell'attenzione in un'indagine risalente al 1987, quando venne accertata la complicità di un funzionario di un istituto di credito friulano, nell'occasione tratto in arresto perché parte attiva nella ripulitura di assegni provenienti da quelle case da gioco. Significativa in proposito un'operazione di sequestro di numerosi beni, condotta tra il '92 ed il '93, a carico del noto pregiudicato Maritan Silvano, all'epoca - come già detto - a capo di una organizzazione malavitosa operante nel territorio del basso Piave e collegata al sodalizio di Maniero.

La Nuova Mala del Brenta

Dopo il 1994, l'organizzazione è andata disciogliendosi anche grazie ai numerosi arresti e prelievi di beni dei suoi membri.

Il primo tentativo di rinascita era costituito da un complotto volto a uccidere l'ex boss e pentito Felice Maniero. Per riuscire nell'impresa, i nuovi malavitosi prevedevano di usare un lanciarazzi e altre armi pesanti per colpire la caserma ospitante l'ex boss. Al momento dell'arresto, le autorità identificarono come orditori della cospirazione trentatré persone, tra cui noti rapinatori e delinquenti di piccola taglia. L'operazione venne condotta dal Pubblico Ministero di Padova, Renza Cescon, e impiegò circa 400 uomini della polizia di Stato.

Ulteriori informazioni, provenienti dalle rivelazioni del pentito Stefano Galletto, hanno dato vita all'Operazione Ghost Dog, che, una volta portata a termine, ha condannato più di trenta persone tra membri ed affiliati della Mala, compresi dei poliziotti al soldo dell'organizzazione.

Nel 2008 è stata sgominata una banda di narcotrafficanti e criminali comuni attiva nel Nord-Est, tra i suoi membri Fiorenzo Trincanato, esponente di spicco della Mala del Brenta, ritenuto uno dei capi che presero il posto del più noto Felice Maniero, detto anche "Faccia d'angelo".

Wikipedia, l'enciclopedia libera

postato da: SteveRogers  


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