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Home » News » Latina » Ponza » Lo Scoglio della Botte (tratto...
venerdì 30 luglio 2004
Lo Scoglio della Botte (tratto dalla rivista “Il Subacqueo”)
letture: 6109
Ponza: Nell’arcipelago delle Pontine c’è lo Scoglio della Botte, un santuario del Mediterraneo che conoscono in pochi.
Sulla congiungente Ponza-Ventotene, all’incirca a metà, c’è lo Scoglio della Botte. Una volta somigliava davvero a una botte, poi le cannonate delle navi della Marina Militare, che lo usavano come bersaglio durante le esercitazioni, gli hanno cambato i connotati. Adesso è un dente di roccia liscia e nera, che sorge da un mare blu cobalto.
A guardarlo da Ponza, lontano, sembra una nave che svetta sulle acque, poi, man mano che ci si avvicina, le fattezze diventano quelle di una sorta di albero di Natale, ma, in verità, ognuno vi coglie somiglianze diverse.
La prima volta che andai alla Botte, mi accompagnò Andrea Donati con la veloce barca del suo diving, che chiamavamo “Il taxi” e che beveva come una spugna quando tiravi giù la manetta, però era veloce come una freccia e arrivava alla Botte nel tempo di un sospiro.
La giornata sembrava scolpita in un cielo di ghisa e anche il mare era una lastra bigia. Lo Scoglio della Botte, in quell’aria cupa di fine autunno, evocava immagini di ere lontane, da primo mattino del mondo, e mi portò alla mente il monolito di “2001 Odissea nello Spazio”.
Lo Scoglio della Botte lo conoscono in pochi e c’è addirittura chi ne ignora l’esistenza. Lo conoscono bene i contrabbandieri, invece, che a volte vi si danno convegno, e quando li cogli a confabulare fra loro al baracchino, parlano della Botte come di “quel posto dove si fa il vino buono”.
Ne avevo sentito di cotte e di crude sullo Scoglio della Botte: i primi barracuda che comparvero alle Pontine, Eugenio li aveva visti proprio là ed erano un branco grosso. Eugenio, che fino a quel momento non aveva mai visto un barraccuda, parlò di stranissimi pesci lunghi, come “merluzzi dalla faccia cattiva”, e per un certo tempo credette che si trattasse di grosse alose. Poi in giro si incominciò a parlare della tropicalizzazione del Mediterraneo e di tanti pesci che dal Mar Rosso si trasferivano nelle nostre acque, e si scoprì che i “merluzzi con la faccia cattiva” erano nientemeno che barracuda…
Andrea diede fondo all’ancora e per me iniziò una delle avventure più avvincenti del mio mezzo secolo di immersioni.
Lo Scoglio della Botte, comunque, certe volte è un santuario del Mediterraneo, altre volte non offre il massimo delle sue potenzialità. Ciò dipende da tanti fattori, in particolare dalle stagioni: quindi, se volete un consiglio saggio, andateci nel periodo del passo, allora magari entrerete in un muro di palamite, oppure ricciole e tonni di mezzo quintale verranno a strofinarsi la schiena contro le vostre pinne (non è proprio così, ma questi incontri sono possibili). Andarci d’inverno pieno o in luglio potrebbe significare non trovare moltissimo. Allora aspettate almeno verso fine agosto, quando la natura ricompone il mazzo di carte e inizia i giochi seri: con il momento del passo, la Botte riesce a esprimersi in tutto il suo splendore.
Quando entriamo in acqua, la prima cosa che si osserva, con un brivido d’emozione, è quella visibilità fantastica che contraddistingue il mare delle Pontine nelle giornate più propizie: l’acqua è un cristallo e dall’alto si riesce a seguire la discesa delle pareti sotto lo scoglio che picchiano verso il blu, per essere poi ingoiate dal nero del profondo. Una specie di pianoro lo trovate subito e siete solo a una quindicina di metri, ma quella sosta breve in bassofondo serve a prendere confidenza con la Botte, che vi mostrerà ben altre cose a ben altre profondità.
La caratteristica vantaggiosa è che l’immersione potete gestirvela davvero come volete: potete scendere profondo subito, senza indugi, e poi risalire girando intorno allo scoglio e godervi tutto ciò che spunta da buchi e anfratti e i colori delle magherite di mare e delle spugne: ogni tanto, la scodata di una cernia oppure una grossa granseola che arranca sul fondo. Questo crostaceo, incontro frequente sui fondali delle Pontine (a Ponza lo chiamano “fellone”), è il granchio più grande del Mediterraneo e, nello stesso tempo, è anche “la copia”, in piccolo, del granchio più grande del mondo, il granchio del Giappone. Qualunque dinamica imporrete alla vostra immersione, non dimenticate di fare una cosa importante: guardatevi spesso intorno! Infilate gli occhi nell’orizzonte d’acqua e osservate che cosa si materializza dal blu, perché questo è mare da pesci grossi e se avrete avuto l’accortezza di scegliere un momento di fine estate o di tarda primavera per immergervi alla Botte, è difficile che, prima o poi, fra una discesa e l’altra, non vi troviate qualcosa di straordinario davanti alla maschera. Dobbiamo considerare che siamo in mare aperto, che laggiù c’è la fossa delle Pontine, da dove può arrivare a galla qualunque cosa! Siamo in mare aperto, a diverse miglia dalla costa, e in questo braccio di mare si avvistano anche i cetacei.
Alla Botte ho visto alcune fra le cose più strane che si possano trovare in mare: il primo cinto di Venere lo trovai proprio là, un nastro biancastro, un po’ trasparente e un po’ lucente, a seconda di come la luce lo avvolgeva. Non avevo mai visto prima un cinto di Venere e non sapevo che cosa fosse, però lo fotografai e poi scoprii che si trattava di un organismo strano del philum degli ctenofori e che è dotato di organelli appiccicosi, i colloblasti, sui quali si attacca il plancton. È questo il sistema usato dal cinto di Venere per procacciarsi il cibo: lo strano animale è dotato di capacità di spostamenti proprie davvero ridotte al minimo, e quindi è in balia delle correnti: una sorta di nastro adesivo vivente che vaga per il mare.
Cernie brune davvero grandi io le ho viste alle Azzorre: ce n’era una, nel mare di Ponta Delgada, che i miei amici portoghesi avevano battezzato Anamaria, ma io la chiamavo “la locomotiva” e ciò vi dà un’idea delle sue dimensioni. Poi, quella volta, alla Botte, me ne sono trovata davanti una che teneva tranquillamente il paragone.
In lontananza avevo intravisto uno scoglio rotondo sul fondo, mentre me ne andavo in giro sparacchiando lampi di flash qua e là, con Andrea Donati alle calcagna, poi lo scoglio si è mosso e mi sono reso conto che era la testa di una cernia… Il pescione si è messo a candela, dritto in su, ed era un spettacolo! Aveva la pelle che sembrava di piombo, con delle sfumaure rossastre e gialle e macchie bianche che gli maculavano il corpo. Mi sono avvicinato a meno di tre metri, poi la cernia ha dato una scodata e ha sollevato una fumata di sedimento come il pennacchio di una macchina a vapore. Ha infilato di taglio una spacca che arrivava fino al centro della Terra ed è scomparsa. Intanto, sopra di me s’era addensato un mare di aguglie fitto come un gregge di pecore ammassato dal cane pastore. Andrea mi ha fatto cenno di guardare in su e io ho visto una cappa d’argento: questo è stato l’effetto che mi hanno fatto i ventri candidi di migliaia di pesci dal corpo lungo ed esile e la bocca dal becco aguzzo come quello dei beccaccini.
A seconda delle giornate, può esserci un versante dello scoglio più ricco di vita degli altri, oppure può accadere che da un lato vi sia solo fauna costituita da pesci stanziali, mentre sugli altri, in funzione dello scorrere delle correnti, che ammassano la minutaglia e la mangianza, si addensino i pelagici, impegnati nelle loro incursioni fra i banchi serrati di acciughe e di occhiate, per riempirsi la pancia.
Se volete far durare l’immersione più a lungo possibile, lasciate stare le quote profonde e restate intorno ai venti metri. Qui la vita bentonica raggiunge livelli importanti: vi sono, ad esempio, grossi scorfani rossi e dalle spacche a fessura sporgono le murene come comari che chiacchierano affacciate alla finestra. Osservando con la lampada i più oscuri meandri, si colgono gli occhi liquidi e grandi di grossi gronghi. Questi pesci lasciano le tane solo di notte, per procurarsi un buon boccone con cui riempirsi lo stomaco, al pari delle polpesse, che scivolano di scoglio in scoglio, ma solo nelle ore piccole! Con un po’ di fortuna si trovano anche grosse aragoste e non si deve scendere profondo per vedere antenne smisurate che si muovono come macchinette. A volte, i nobili crostacei fanno tana in buchi adornati da cuscini di astroidi e margherite di mare, mentre, fra questi stessi celenterati sessili, con occhio attento si possono cogliere nudibranchi di varie specie e di colori favolosi.
In seguito, quando sono ritornato alla Botte di notte, un’esperienza unica che suggerisco ai subacquei più navigati, sono riuscito a fotografare, grazie all’obiettivo macro, diversi saccoglossi, alcuni dei quali certamente rari.
I saccoglossi sono opistobranchi che si presentano sotto forme diverse e, come i più comuni nudibranchi, sono dotati di quegli organi sensoriali notoriamente chiamati rinofori.
Nel raggio di luce della lampada si materializzano, emergenti dal nero della notte subacquea, le forme di vita più strane. Dovrete mettere a frutto tutta la vostra esperienza di fotografi per fissarli sulla pellicola! Moltissime, ad esempio, sono le minuscole meduse, che solo di notte e in un mare vergine si possono trovare.
Fra gli scatti più felici di quella notte nelle acque della Botte, c’è, ad esempio, un’immagine suggestiva di Olindias phosphorica, una limnomedusa che sembra giungere da altri mondi, con filamenti lunghi e luminescenti.
Si potrebbe raccontare a lungo di questo scoglio fra Ponza e Ventotene e che possiamo considerare un paradiso subacqueo dietro casa, perché laggiù si vedono cose da ricordare. Questa è stata la mia esperienza, quindi non posso che raccomandarvi caldamente: «Regalatevi un’immersione alla Botte!».

di: Adriano Madonna


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