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| sabato 19 giugno 2010 |
| Raimondi, gli incontentabili e il declino dei civici |
| Lungo monologo di un cittadino al di sotto di ogni sospetto. "Anthony l'Americano non ha fatto i gol promessi". |
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| braveheart backstage |
Gaeta: Ad entrare nel Municipio di Gaeta dall'entrata di servizio, quella dove generalmente si va incazzatissimi per contestare le multe degli autovelox, o da cui strenui dipendenti comunali svicolano verso lunghe pause caffè, sicuri di non incorrere in nessuno dei famigerati tornelli del ministro Brunetta, quella da cui si entra per scampare allo sguardo da cerbero degli uscieri o come fa l'assessore di fede borbonica Ciano per non vedere sventolare l'odiato tricolore italiano, a passare da quell'entrata laterale e osservarne il paesaggio circostante ci si accorge di molte cose e di una soprattutto: che bisogna davvero essere pazzi a voler fare il sindaco di Gaeta. |
Appena entrati ecco l'ufficio dei vigili urbani, dove campeggia in bella vista una stanza mezza murata e mezza ridotta in calcinacci, il resto inglorioso di un cantiere, con tanto di apposito sigillo che sancisce il blocco dei lavori in quanto abusivi. Facile mettersi a tossire, se non per l'imbarazzo almeno per l'acre odore di fumo di sigaretta che si diffonde nei pubblici corridoi, capace che provenga direttamente dalle labbra di qualche vigile, se non proprio da quelle del permaloso Comandante, da qualcuno soprannominato con una certa ironia "lo Sceriffo" ed egli stesso proclamatosi, in un exploit di gradi e promozioni, "Tenente Colonnello".
Be' si, senza bisogno di salire ai piani alti, si capisce che bisogna essere proprio pazzi e incoscienti a mettersi a capo di una baracca così, ad avere a che fare con un popolo di "incontentabili", come da definizione del sindaco in carica, Anthony Raimondi detto l'Americano, il quale non passa giorno senza che lanci una lamentazione, un sospiro, un rimpianto per l'ingrata carica in cui tre anni fa si andò trionfalmente a cacciare. Gli stessi cittadini del paesone gaetano non sanno se andare orgogliosi oppure rammaricarsi della loro scelta, che nel giugno 2007 consentì a un candidato sbucato fuori a sorpresa, un "civico" senza partiti né di destra né di sinistra alle spalle, di conquistare una città diffidente ma sempre pronta ad affidarsi al primo uomo della provvidenza di passaggio. Di certo non ne trovo ormai uno, se si eccettua parenti entro il terzo grado e amici stretti, che sia disposto a parlar bene del sindaco Raimondi. Imprenditori, negozianti, vecchiette dei vicoli, baristi, nudisti, comunisti, berlusconiani, pensionati, pescatori, sfaccendati, vigili urbani con o senza sigaretta in bocca, pusher, diportisti, cassiere, ultras: non uno che non si diverta a infamare l'Americano, più che critiche politiche si tratta di vere e proprie invettive, manco fosse il ct della Nazionale.
Gli uomini della sua squadra hanno cominciato da subito a scappare o guardarsi attorno, lui stesso la squadra l'ha scelta senza avere tempo né esperienza, senza valutare se i convocati fossero giocatori capaci, con la testa sulle spalle, o semplicemente leali. Più che un allenatore sembrava un ragazzino quando vuole organizzare una partita di pallone: "Vuoi giocare? Vieni con me!"; "E tu vuoi giocare? Vieni anche tu...". Forse era davvero convinto che per portare avanti un'istituzione come un Comune bastasse il carisma del numero uno, lo stesso con cui regalava rose rosse ai comizi. Il fatto, mi rendo conto, è che anche a me è piaciuto crederlo. Il fatto è che la lista civica, a Gaeta come altrove, risolve un sacco di problemi, almeno in principio. Io stesso mi sono accorto, quella volta, che votare una lista civica può essere una soluzione valida, a volte l'unica, obbligata, a meno che non ci si voglia astenere. E se si guarda in giro nei comuni italiani succede sempre più spesso (per restare nella nostra provincia, ricordate Aprilia?). In molti posti legare una candidatura ufficialmente a un partito è un fattore che penalizza. I partiti sempre più scredidati, localmente, uno alla volta, spariscono a beneficio delle liste civiche, che non impegnano ideologicamente, sanno di trasversalità, offrono comunque la possibilità di votare, danno percezione di maggior libertà decisionale quanto non di emancipazione dal sistema marcio e corrotto.
Quella dei civici in salsa gaetana fu una campagna elettorale aggressiva e ammaliante, con gli slogan a effetto tipo "Basta mangiare da soli!", "Non abbocchiamo più!", il candidato sindaco che sul palco dell'ultimo comizio si dipinge gli occhi come Braveheart, i dvd con le promesse tridimensionali. E chi se la scorda? Nessuno. Infatti è facile passare dall'essere oggetto di osanna popolari al ritrovarsi capro espiatorio di tutti i mali di un luogo. È il rischio che corrono coloro che amano lasciarsi dipingere come i salvatori della patria o come gli artefici di una qualsivoglia rivoluzione popolare. Rischio che aumenta se si è gravati da pesi come l'inesperienza personale o la presunzione politica o l'inadeguatezza della squadra. E che finisce per far passare in secondo piano anche le cose buone fatte. Non che mancasse qualche campanello d'allarme. Una certa vaghezza del vincitore, la presenza in squadra di parenti stretti, una certa propensione a candidarsi in altre elezioni a mo' di trampolino di lancio. Da una parte quando arriva il salvatore della patria (o perlomeno quello del paese) puoi mica stare a badare al capello?
Pure la lista civica, certamente, è fatta di persone stimabili ed emeriti stronzi, proprio come le liste dei partiti, e sarebbe facile trovare la spiegazione di questo fenomeno nel paradosso per cui spesso le liste civiche sono formate anche da persone che vengono dritte dritte dagli aborriti partiti oppure sono prontissime ad entrarci nel giro di poco. È probabile che i civici, più di tutti, siano ossessionati dal verbo "fare": l'importante è "fare", non importa cosa e come, pur di fornire un'impressione di efficienza, l'immagine di un governo alacre, che non sta con le mani in mano. Fare senza pensare però spesso provoca conseguenze negative. Tra l'altro, e qui l'ipotesi si fa stringente, può capitare che dopo un po' di tempo la lista civica si metta ad amministrare come se non peggio di una classica lista di partito, e a quel punto inevitabilmente bisognerà inventarsi qualcos'altro. La lista carsica, la lista fisica, la lista chimica, va a sapere, sempre in nome del bene della collettività e contro il sistema marcio e corrotto. Come ha scritto una volta Lince su questo sito: "Non è detto che un ottimo albergatore possa diventare un discreto assessore al turismo né che un asfaltatore possa ricoprire con adeguatezza il ruolo di assessore alla viabilità. Entrambi però potrebbero diventarlo se riuscissero a coniugare le loro competenze con la visione politica".
Raimondi, il nuovo che avanzava, l'altro ieri nel suo studio al Comune mi guardava spavaldo e mi spiegava: "E magari potrò cadere domani, o tra due mesi o tra un anno. E magari mi ricandiderò e quegli altri, a destra e a sinistra, sono ancora così stupidi e così divisi che potrei pure batterli di nuovo. E magari invece no, non mi ricandido, perché questo ritmo di vita non lo reggo più. Comunque sia una lezione l'ho imparata: non sono riuscito a fare in tre anni quello che pensavo di fare in uno". Era ed è rimasto un uomo solo, come se il suo ruolo non fosse stato riconosciuto. Sarà per questo che i gaetani si sentono come quei tifosi vittime dei celebri "bidoni" del calciomercato, pensavano di aver messo in attacco un Ronaldo e si ritrovano un Caraballo. Il nostro Caraballo ha fatto buoni passaggi, ci assicura che non usa doping come certi suoi predecessori, ma tutti quei gol spettacolari che ci aveva promesso ancora non si vedono.
Eravamo tutti pieni di belle speranze, anche io che feci il gesto di candidarmi per finta (e venni pure creduto, per dire come stavamo messi). Risuonava nelle orecchie il refrain di quella parola magica, sempre spesa in politica: il territorio. Lo ripetono tutti: bisogna andare sul territorio, calarsi addirittura, valorizzarlo. Dove per territorio si intende la politica locale. Si dice che la chiave per il rinnovamento della politica nazionale, logorata da anni di immobilismo, sia nella politica locale e nei suoi giacimenti inesplorati di giovani talenti. Si pensa che la cura per il malcostume politico sia nella carica morale dei tanti che sul territorio si dedicano con passione alla militanza e alla buona amministrazione. Può darsi, continuo a sperarlo. Eppure talvolta il peggio viene proprio dalla politica locale, come ha scritto recentemente Andrea Romano sul Sole 24 Ore "al riparo dagli sguardi dei media nazionali e fuori dal raggio d'azione di partiti sempre più deboli si producono episodi di familismo e trasformismo che raccontano più di un intero saggio di politologia".
E allora. Se delude il "civismo", se fa cilecca il "nuovo", se non funziona nemmeno il "territorio", se pure Raimondi se ne vuole tornare in Africa come Celestino? L'unico rimedio è non perdere mai il senso delle proporzioni né la memoria di quello che è stato. Il mio paesone gaetano, e non è solo, dimentica in fretta. L'elezione di un outsider come Raimondi è la conseguenza di tre lustri e più di cattiva amministrazione cittadina, di amministratori che uscivano di banca con le mazzette in tasca, di favori elargiti a parenti, figli e amanti sotto forma di farlocchi progetti sociali, di inchieste della Corte dei Conti, di cittadini allegramente conniventi in nome del loro orticello di interessi. Bravheart, quello vero mica quello pittato in faccia, si sarebbe incazzato per molto meno. In un paese normale non ci sarebbe bisogno di illusioni territoriali, verginità civiche, outsider assortiti. Però qui stiamo. Come diceva quello (né Veltroni né Obama): "È un peccato non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto". Oggi ad entrare nella città di Gaeta, dall'entrata principale, quella del lungomare della Piaja venendo da sud, ci si accorge di molte cose e di una soprattutto: quell'enorme antennone scuro, gigantesco, osceno. Non ci sarebbe bisogno di essere né di destra né di sinistra né civici, né padani né borbonici, né lettori delle inchieste sui soldi delle aziende di telefonia cellulare finiti nelle tasche di un assessore né disinformati difensori dello status quo, per valutare se una cosa è oggettivamente oscena e magari intervenire in qualche modo. Ecco, io ogni volta che arrivo a Gaeta vedo quell'antenna male camuffata e ben remunerata, affettuosamente chiamata dagli abitanti del posto "il cetriolone", e non posso fare a meno di ricordarmi dell'antico detto contadino per cui gira e gira il cetriolo si sa dove va sempre a finire.
[www.ludik.it/gaeta] |
di: Luca Di Ciaccio |
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