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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » Avvocati...scadenti
venerdì 04 giugno 2010
Avvocati...scadenti
Intervento del Dr. Vincenzo Galgano, Procuratore Generale di Napoli
letture: 2012
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Diritto e Giustizia: "Cosa sono venti avvocati incatenati sotto il mare", chiedeva nel 1992 Toni Hanks a Denzel Washington nel film Philadelphia di Jonathan Demme; "un buon inizio" era la risposta, valida ancora oggi.
Deve pensarla così anche il Procuratore Ge¬nerale di Napoli, Vincenzo Galgano, il quale, in un recente intervento, che riproponiamo per in¬tero, acutamente osserva che: "C'è una massa di avvocati scadenti... che fa questo mestiere perché non sa neppure scrivere".
Il procuratore, però, è troppo ottimista. La realtà è assai peggiore.
La parola, quindi, al "litigatore" Galgano.
"E un dato che non consente incertezze: rallenta la corsa alle professioni.
Le iscrizioni agli albi professionali sono diminuite negli ultimi anni di diversi punti percentuali.
Unica categoria in controtendenza è quella degli avvocati, che continua a crescere.
Nessuna efficacia deflattiva hanno avuto i lunghi studi, la pratica forense difficile, la crisi economica.
Dalle moltiplicate università italiane fuoriescono folle di laureati in giurisprudenza, decisi in gran parte a sostenere e superare in tutti i modi gli esami di abilitazione alla professione forense e poi a iscriversi negli albi delle rispettive residenze.
Così l'equilibrio tra il numero degli «attivi>>, e i bisogni della gente (di risolvere problemi giurisdizionali ed espletare attività collegate) resta irrimediabilmente sconvolto, perché il numero degli avvocati è eccessivo rispetto alle esigenze. Non è difficile, camminando a ritroso, individuare segni particolari e tipici della crisi della professione legale in Italia e rappresentarne le cause, gli effetti e i significati.
Vanno per prime rilevate le immediate ragioni della difficoltà: aumento delle spese, costi di gestione sempre maggiori, clienti che diminuiscono sempre di più mari mano che si rendono conto del fatto che le loro pretese non sono esaminate se non dopo lunghissime attese. Eppure il numero degli avvocati aumenta, cosa che è solo apparentemente inspiegabile. Infatti, va ricordato che le masse di diplomati dalle scuole medie superiori sono mediamente troppo incolte per intraprendere studi scientifici o rigorosamente umanistici.
Dette masse sono convogliate agli studi (per così dire) giuridici, che sono ritenuti meno difficoltosi. Tutti questi laureati, la massima parte dei quali non è in grado di scrivere correttamente neppure una lettera, destinati al sistematico insuccesso in tutti i possibili concorsi, ripiegano sull'attività professionale, non avendo altri sbocchi. I meccanismi non particolarmente penetranti dei controlli con l'ausilio dell'elettronica durante le prove scritte degli esami di abilitazione; le molteplici occasioni di contatto e di favore in un contesto ove sono frequentissime le vicende elettorali producono che -superati gli ostacoli dell'esame- agli albi professionali accedono sempre più iscritti.
Si è avuta così una oggettiva generalizzata compromissione, non solo della professionalità tec¬nica, ma del livello deontologico degli avvocati. Tale compromissione è produttrice di mali molto più diffusi e gravi di quanto si pensa di solito. Innanzitutto, chi esercita la professione legale ha una funzione, che supera i limiti dì una ordinaria attività professionale: il cittadino, ignaro della complessità dei problemi giuridici, si rivolge al legale prima di tutto per essere orientato e consigliato sul da farsi; solo in un secondo momento dovrebbe rilasciare il mandato ad agire o a resistere in senso proprio. All'avvocato spetta di consigliare di non rilasciare alcun mandato, qualora non convenga agire, non sia giusto resistere, non sia bene procedere. Tale tipo di rapporto con l'ignaro cittadino non può essere ragionevolmente preteso da professionisti pressati dal bisogno di sostentare sé e le proprie famiglie, di fronteggiare i creditori, in altre parole di sopravvivere. E in Italia in siffatta condizione di bisogno si trovano migliaia e migliaia di professionisti, giovani e meno giovani.
Non può quindi sorprendere l'enorme quantità di controversie, una notevole parte delle quali non sarebbe dovuta essere neppure instaurata, che appesantiscono tutti gli uffici giudiziari, effetto di quanto si è appena detto. E neppure può essere ignorato soprattutto per la giurisdizione civile il decadere della qualità dei provvedimenti giudiziari. Si sa che le azioni e le argomentazioni dei difensori, per l'effetto delle iniziative che a essi competono, stimolano chi è tenuto a decidere e a motivare a dare il meglio. Così dalla intelligenza e dalla cultura degli avvocati scaturisce il progresso dogmatico e sociale della giurisprudenza. Al contrario il carattere meccanico e asfittico delle iniziative, conseguenza inevitabile delle approssimazione, incultura, frettolosità e superficialità, provoca cali di qualità generalizzati e irrimediabili nelle rese del lavoro giudiziario.
A Napoli le masse di patrocinatori, per la massima parte scadenti, non sono mai state eccezione; anzi hanno consentito ai buoni e bravi di godere di maggior prestigio. Novità è il moltiplicarsi di esse nel resto del Paese. Trattasi di un fenomeno che impone molte considerazioni, la gran parte delle quali induce a pensieri tristi. Tra queste primeggia la percezione del connotato di rozzezza, tipico dei contemporanei rapporti tra le parti del processo. Nella Napoli del passato la millenaria arte del saper vivere smussava i contrasti, addolciva le asperità, consentiva di scivolare tra le ribollenti aree plebee e le raffinate ma non meno problematiche vicende -- sempre conflittuali della nobiltà e del clero. Nella società contemporanea quell'arte non c'è più: a rozzezza si oppone rozzezza.
E nell'universo giudiziario il gran numero di patrocinatori di modesto livello tale fenomeno complica e irrigidisce.
Né può essere trascurato che l'aumento esponenziale degli iscritti negli albi professionali rende impossibili riforme, pur auspicate, attinenti alla deontologia e alla responsabilità dei professionisti. Da ciò discende un generale sentimento di insicurezza e di discredito, che si converte di regola in ridotta fiducia, non limitata ai patrocinatori e alla giurisdizione, ma allargata all'intera vita pubblica del Paese.
Anche per questa via il Paese si avvia a una decadenza che, per la progressività e l'ampiezza, compromette il futuro di ampi strati di cittadini, incapaci per le ridotte risorse di neutralizzare avversità, di cui non sono responsabili.

Fonte: www.colpodocchio.com del marzo 2010, p. 6

di: Costantino D'Onorio De Meo


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