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Home » News » Latina » Fondi » Dossier Fondi. Così le mafie a...
martedì 19 maggio 2009
Dossier Fondi. Così le mafie assediano il Palazzo
Inchiesta di "Latina Oggi". Le carte del prefetto Frattasi e la genesi dell'inchiesta che sta facando tremare la provincia pontina.
letture: 3736
fondi
fondi
Fondi: Come in tutte le storie importanti che si rispettino, il caso Fondi nasce per caso, durante una delle inchieste di routine della Direzione distrettuale Antimafia.

Gli investigatori stavano tenendo d'occhio un ristrettissimo gruppo di persone di Fondi, sul conto delle quali pendeva e pende il sospetto di essere al centro di una fitta rete di interessi illeciti che vanno dall'usura all'estorsione, dal traffico di stupefacenti alla gestione occulta di alcuni fra i più noti locali notturni del litorale pontino, fino al controllo degli appalti sui trasporti, le ditte di pulizia e le imprese funebri.
Forse è un caso che tutti e tre gli indagati gravitino nell'area di Fondi, forse no. Sta di fatto che nel bel mezzo delle intercettazioni ecco spuntare un consigliere regionale di Forza Italia, Romolo Del Balzo, residente in un'area diversa da quella del terzetto di intraprendenti imprenditori, nume tutelare della zona di Minturno, Scauri, Castelforte, San Cosma e Damiano. Il consigliere intrattiene rapporti con qualcuno dei tre indagati e si ritrova di peso titolare di uno stralcio di quello stesso procedimento. L'ipotesi di accusa è abbastanza pesante per un consigliere regionale, né potrebbe essere diversamente se la materia è di interesse, e lo è, per la Procura Antimafia: associazione per delinquere di stampo mafioso.

Gli inquirenti si convincono di non aver esagerato quando ottengono dai carabinieri la «strisciata» con i precedenti di Romolo Del Balzo. E lui si rivela un vero e proprio ariete per le indagini in corso. Perché il consigliere, inevitabilmente, ha rapporti con la politica dell'intera area pontina: telefona, chiama, si prodiga, ordina, suggerisce, si arrabbia, aggrega, spariglia, raccomanda, fa raccomandare, accontenta, aiuta. Insomma, un vero cavallo da soma della politica. Presto, molto presto, il fascicolo della Dda prende la denominazione di «Del Balzo più altri».
E quando nell'utenza telefonica del consigliere regionale finisce di peso anche un assessore del comune di Fondi, Riccardo Izzi, che a sua volta intrattiene rapporti molto stretti con un paio dei tre «indagati originari», la connessione tra malavita più o meno organizzata e pubblica amministrazione viene fuori come da una cartina di tornasole. Siamo nell'anno del Signore 2007, la Dda indaga e qualcuno comincia a mangiare la foglia; nella cerchia sempre più vasta degli indagati ce ne sono diversi molto svegli e soprattutto molto ben agganciati, dappertutto.

Sentono puzza di bruciato, sospettano di essere sospettati e intercettati. Cominciano a guardarsi attorno, ma non sanno ancora che il pericolo viene dal versante apparentemente meno esposto, quello della politica. Tra loro, tra presunti malavitosi, non si parlano mai per telefono, ma quando chiama la politica, rispondono, a volte con una certa libertà. Poi, e siamo tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008, accade tutto all'improvviso. Va a fuoco una delle automobili dell'assessore Riccardo Izzi. Non sappiamo se subito prima o immediatamente dopo, qualcuno scopre che lo studio dell'avvocato-assessore Izzi è sotto controllo ambientale. I tempi potrebbero fare una grande differenza.

Perché Izzi decide di andare dai carabinieri dicendosi preoccupato per la sua incolumità e quella della sua famiglia. Due giorni dopo torna alla carica e racconta ai carabinieri quello che in realtà loro già sanno, ovvero dei rapporti con «Peticone», della cocaina e delle pressioni esterne cui è sottoposto il Comune di Fondi. Gli inquirenti sono sospettosi, temono che l'assessore rampante, anche lui di Forza Italia, stia giocando d'anticipo per sapere, e con lui il resto degli indagati, cosa bolle nella pentola dell'Antimafia. O forse, come è più probabile, Izzi «si costituisce» per azzerare qualsiasi pericolo di iniziative giudiziarie nei suoi confronti. E' da lì, da quel momento, che esplode il caso Fondi.

__________________________________________

LE CARTE DEL PREFETTO/ L'ombra dei clan sulla provincia di Latina

I clan a Fondi e il loro stretto collegamento con pezzi di amministrazione comunale sono una realtà provata in un documento non molto lungo, un riassunto denso, di otto pagine, scritto dal Prefetto di Latina l'8 settembre scorso.

Contiene, una per una, le cose più gravi riscontrate in quel Comune, a carico di politici e funzionari. Alcuni sostantivi, più di ogni altro esame della situazione dicono molto, dicono tutto di quello che è diventata Fondi. Non la città naturalmente, ma un gruppo di potere che operava lì. Il Prefetto scrive in apertura della sua richiesta di scioglimento anticipato del consiglio comunale, ex articolo 143 e 5 del testo unico degli enti locali, che è emersa una «fitta ragnatela di rapporti che nel tempo è venuta a delinearsi tra soggetti di sicuro spessore criminale».

Ci sono figure di spicco nel rapporto che tratteggia la relazione: Domenico Tripodo, la sua famiglia, in particolare i figli Antonio Venanzio e Carmelo Giovanni i quali hanno liberamente scelto di stabilirsi a Fondi e non c'entrano nulla le misure di prevenzione.
Ciò che viene, prima di tutto, scardinato da questa relazione è lo stereotipo su cui si è basata per trent'anni (e si basa ancora oggi in molti ambienti) la valutazione della questione criminale. Ossia che in provincia di Latina si sia avuta semplicemente una importazione di capiclan o affiliati per effetto di misure di prevenzione che comprendevano, appunto, l'allontanamento dai comprensori in cui operavano, in Campania e Calabria.

A questo proposito la figura di Tripodo è centrale nell'indagine della Commissione. L'uomo che si è dichiarato piccolo e innocente imprenditore perseguitato per il suo nome, considera «sicuro» il territorio fondano. Per due ragioni: l'area è sotto influenza della camorra e quindi Tripodo, che con quell'ambiente ha buoni, diciamo pure ottimi agganci, sa che nessuno lo toccherà. Anche perché ha tessuto altri buoni accordi che gli consentono ulteriori protezioni, dentro l'istituzione più prestigiosa della città.

Tripodo è uno che ha «connessioni emerse chiaramente» con soggetti legati per vie parentali a figure di vertice del Comune di Fondi, nonché a titolari di attività commerciali pienamente inserite al Mof. Ma Tripodo è lo stesso che ha collegamenti stretti con la mafia calabrese e con i casalesi, come ha potuto accertare la stessa commissione di accesso durante il lavoro della scorsa estate. Cosa che non solo non lo ha spaventato ma, anzi, paradossalmente lo ha reso perfino più forte e spavaldo. Tanto che il Prefetto Bruno Frattasi nella sua richiesta inoltrata al Ministero sottolinea come le cose non siano cambiate neppure «dopo» che la commissione d'accesso ha concluso le sue indagini, cioè adesso, in questi ultimissimi giorni.

In suo favore il sindaco Parisella interviene «personalmente» per accreditarlo presso l'amministrazione comunale in relazione a lavori di pulizia, quando il Comune ha già una sua impresa per questo tipo di servizio. Ma Tripodo non è solo. Uno dei suoi sodali è Aldo Trani, il sorvegliato speciale che secondo gli atti della Commissione Damasco è in grado di intercedere presso il Comune di Fondi perché vengano pagate le parcelle ad un avvocato che ha lavorato, appunto, per conto dell'ente !!! Trani ha un cugino al Comune di Fondi. E' Mario Venditti, che non è un dipendente qualunque, bensì un uomo dello staff del sindaco Luigi Parisella, utilizzato nell'ambito del delicatissimo settore urbanistico, con specifica applicazione alla materia degli usi civici.

Ma a loro volta Tripodo e Trani non sono soli. A Fondi vivono, prosperano e sono ben accreditati Salvatore La Rosa e Vincenzo Garruzzo. Quest'ultimo è stato arrestato nell'ambito dell'operazione Damasco. Noto in città come zì Vincenzo, è ritenuto dagli inquirenti un usuraio che non esita a «far salire» i temutissimi nipoti «da giù» (cioè dalla Calabria) per intimidire chi ritarda nei pagamenti degli interessi. In sodalizio con lui opera Massimo Di Fazio, detto Peticone, arrestato per la medesima inchiesta, amico dell'ex assessore Riccardo Izzi. Quest'ultimo è stato il primo ad ammettere che molte cose dentro al Comune non andavano e che lui negli ultimi tempi, dopo averne beneficiato, ne stava facendo le spese, rischiando grosso.

Quando però i commissari arrivano a Palazzo San Francesco scoprono molto altro, in particolare che esisteva una rete di rapporti assai più ampia e complessa che non coinvolgeva solo Riccardo Izzi, bensì anche il sindaco, esponenti della maggioranza e diversi dirigenti «tutti scelti dall'amministrazione Parisella». In due parole: uomini di fiducia. In questo modo per anni sono stati inficiati alcuni principi cardine della buona amministrazione, sistematicamente sono stati violati l'imparzialità, la trasparenza e il buon andamento della gestione della cosa pubblica. Ma in tutto questo ciò che rende colpevole l'amministrazione è il fatto di aver agevolato un esponente noto e pericoloso della malavita organizzata, Salvatore La Rosa, pregiudicato, sottoposto a misure di sorveglianza della pubblica sicurezza, affiliato al clan Pesce Bellocco di Rosarno. Il Settore Urbanistica del Comune di Fondi ha agevolato le pratiche di La Rosa con l'aiuto determinante del capo del settore Urbanistica, l'architetto Martino Di Marco.

__________________________________________

L'ANALISI/ La politica deviata e la prova degli attentati

Per comprendere quale livello di distorsione abbia finito per assumere il caso Fondi è sufficiente constatare come, mentre da un lato cresce a dismisura il numero degli episodi delittuosi che angustiano la città di Fondi e che sono anche soltanto ipoteticamente riconducibili a tentativi di intimidazione o pressione propri della cultura mafiosa, dall'altra si va facendo sempre più strenua l'attività politica di difesa di una situazione che appare ormai indifendibile, specie dopo i reiterati interventi pubblici del Ministro dell'Interno Maroni.

Nel corso delle ultime settimane, proporzionalmente all'accresciuta attenzione politico-mediatica sul caso Fondi, in quel territorio hanno avuto luogo una dozzina di attentati, oltre la metà dei quali di una certa importanza perché portati in danno di aziende o persone molto in vista, a cominciare dal Presidente del consiglio comunale Giorgio Fiore. Poi è toccato alle vetrine della boutique Tammetta in pieno centro città, all'impresa ortofrutticola Fidaleo, alla ditta Elispanair, all'Imperial Bar e soltanto la notte scorsa, ultima in ordine di tempo, la ditta ortofrutticola Lippa, operatore che lavora anche all'interno del Mercato Ortofrutticolo. Gli altri attentati, più o meno tutti in danno di automobili, vengono considerati «minori». In molti hanno cominciato a domandarsi come mai, in un momento tanto delicato per l'intera città sotto i riflettori dei media nazionali e oggetto di attenzione da parte di forze dell'ordine e istituzioni, gli episodi criminosi anziché attenuarsi e diradarsi abbiano subito un'impennata tanto sensibile. Difficile dare una risposta.

Apparentemente, di fronte ad una classe politica locale in seria difficoltà perché accusata di aver consentito alla criminalità organizzata di condizionare l'attività della pubblica amministrazione, in particolare il Comune di Fondi, le scorrerie delle ultime settimane sembrano lanciare un messaggio chiaro: crimine e politica viaggiano su binari distinti. Ovvero, la criminalità non fa da sponda alla politica, non la assiste, non la asseconda, non la protegge. Perché in una fase particolare come quella attuale, l'interesse della politica dovrebbe inevitabilmente essere tutto teso a mostrare una città tranquilla, distante dagli stereotipi del posto di frontiera dove la legalità è una chimera. Un'altra chiave di lettura potrebbe essere invece quella che vede gli attentati delle ultime settimane frutto di un disegno che vuole a tutti i costi introdurre una realtà «terza», estranea ai gruppi indicati dalla Commissione di accesso e dall'Antimafia come contigui alla pubblica amministrazione fondana. I nomi che compaiono in calce alla richiesta di scioglimento del Consiglio comunale di Fondi, sono certamente gli ultimi che vorrebbero esporsi in queste notti incandescenti della città, e vanno quindi ritenuti estranei agli ultimi accadimenti.

Dunque? Quale che sia il disegno che muove questa ondata di attentati e che viene ad inserirsi nel contesto peggiore mai attraversato dalla città, la domanda da porsi non può essere quella sui perché di questa recrudescenza. L'esercizio va lasciato alle forze dell'ordine e agli inquirenti della magistratura. Il dato politico importante, invece, è che in una fase come quella attuale lasciare che il caso Fondi si protragga sine die, anche grazie ad un'azione di contenimento dell'iter ministeriale per lo scioglimento, equivale a favorire ed alimentare uno stato di pericolosa confusione, a tutto danno della sola cosa di cui oggi i cittadini di Fondi hanno bisogno: rispetto delle regole, certezza del diritto, fiducia nelle istituzioni. Insomma, proprio quello che manca. E il dato allarmante è che la politica, certa politica, ignora i segnali di una illegalità penetrante e punta l'indice contro chi combatte quella illegalità.
fonte: Latina Oggi   postato da: mn  


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