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nel 1925: Viene presentata la cellula fotoelettrica. Un congegno che misurando la luce naturale permette di accendere o spegnere quella artificiale.
nel 1950: Nasce a Riga Uljana Semionova. Crescerà fino a 2.11 m. Vincerà due ori olimpici con la nazionale sovietica di basket e tutte le coppe possibili con la Daugawa Riga.
nel 1969: Si spegne il poeta della beat.generation, lo scrittore Jack Kerouac.
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Home » News » Webzine » Diritto e Giustizia » La Giustizia del più forte
mercoledì 29 ottobre 2008
La Giustizia del più forte
letture: 3321
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Diritto e Giustizia: FRA L'ARBITRIO E LA LEGGE

(Lettera aperta a S.E. Mussolini - Dall'"Avanti!", 7gennaio1923 f.to P. Nenni)

Eccellenza,
Gennaro Farina
Gennaro Farina
da qualche tempo l'ill.mo sig. Questore di Milano si prende il disturbo, e procura a me l'onore, di conversazioni che non dirò siano piacevoli, ma che sono una specie di dialogo, per interposta persona, fra me Voi, giacché l'eccellente Vostro funzionario ha cura di permettere: "d'ordine di S.E. Mussolini debbo notificarle questo e quest'altro...". Ora mi viene il dubbio, che di queste conversazioni, Voi conosciate solo la parte che Vi interessa, l'ordine da Voi notificato e non le mie risposte, ed è questa una delle ragioni per cui V'indirizzo questa lettera.
Il caso occorsomi l'altr'ieri, per esempio, mi pare che esorbiti alquanto dai poteri Vostri, che sono immensi; dai diritti della Questura, che non sono pochi e soprattutto dalle consuetudini, e mi pare che rientri in quei sistemi austriaci di intimidazione personale, contro i quali Voi avete scritto più di un articolo e pronunciato più di un discorso. Soffrite che in questo caso Vi faccia un breve racconto. Or dunque l'eccellentissimo sig. Questore mi invitò ad audiendum verbum e lo fece con maniere alquanto spicce, mettendomi a fianco due angeli custodi, ciò che mi lasciò supporre che avesse l'amabile intenzione di trattenermi un poco a lungo. Mi chiedevo, strada facendo di quali orribili delitti mi fossi macchiato e non trovavo il bandolo della matassa. Cortese il sig. Questore m'aiutò a chiarire il mistero, facendomi sapere essere vostra intenzione che i giornali non denigrano i pubblici funzionari. Ora l'"Avanti!" avendo riprodotto dalla "Voce Repubblicana" un articoletto sulla carriera e sugli stipendi del senatore Lusignoli, ero perentoriamente invitato a smentire. Feci osservare che io non potevo smentire niente, che il se. Lusignoli non mancavano i mezzi per rettificare l'eventuale errore compiuto dal giornale repubblicano, che a Roma, prima di Milano, doveva comparire la rettifica. Il sig. Questore posto di fronte ad un rifiuto mi dichiarò in arresto, finse di ordinare l'occupazione dell'"Avanti!" e mi affidò a quattro agenti. La cosa, non Ve la taccio, mi pare grossa, la sproporzione fra causa ed effetto evidente, il ridicolo assai più tragico, e mentre fornivo le mie generalità mi venne fatto di camminare a ritroso nel tempo e di risovvenirmi la terra nostra di Romagna, le lotte in comune, gli arresti in comune, la prigionia in comune e - ricordate? - le lunghe partite che vi facevamo assieme a dama, senza che io, non mediocre giocatore, riuscissi a battervi - del che Vi do atto perché ciò offra modo ai vostri biografi di stabile quest'altro lato in comune con Napoleone, imbattibile nel gioco della dama. Anche mi sovvenni dei pochi mesi trascorsi insieme in uno stanzone delle carceri di Bologna e delle danze notturne, dopo la battuta dei ferri, che facevano accorrere i secondini, lungi dal supporre che c'era in Voi - irrequieto prigioniero - la stoffa di un futuro dittatore d'Italia.
Ma al vagabondaggio del mio pensiero pose termine una nuova chiamata del Questore, il quale dopo avermi suggerito, con molta amabilità, alcuni ripieghi per uscire dall'imbarazzo, m'annunciò che ero libero e che se ne sarebbe riparlato.
Ne riparlammo infatti nella notte, dopo che un commissario, molti agenti e carabinieri, dall'"Avanti!" mi ebbero riaccompagnato alla Questura, ove mi si invitò a firmare una specie di comminatoria che per essere perfetta era... trina:
1° m'impegnassi a non più pubblicare sull"Avanti!" articoli o vignette incitanti all'odio fra classi;
2° non deformassi nella cronaca le funzioni e le operazioni della Milizia nazionale;
3° rettificassi immediatamente le "menzogne" pubblicate sul conto del senatore Lusignoli, Prefetto del Regno e Ministro di Stato.
Dopo il mio rifiuto mi fu letto che ove l"Avanti!" non si attenesse nell'avvenire a queste prescrizioni, severi provvedimenti sarebbero stati presi.
Orbene Eccellenza, non Vi pare che si esageri? Secondo le leggi, di sacra e inviolabile, non c'è che persona del re, e io ignoravo di dover considerare allo stesso livello la persona del Prefetto Lusignoli, verso il quale è possibile che Voi abbiate ragioni di gratitudine, per il quale invece io non ho sentimenti di alcun genere, se togliete quel senso di indefinibile nausea che mi danno tutti coloro convertitisi al fascismo, come si ebbero convertiti al socialismo, giusto a tempo per non incorrere nei fulmini dei vecchi padroni e per essere nelle grazie dei nuovi.
Ma, Eccellenza, non è su di un particolare che voglio richiamare la Vostra attenzione, ma su un sistema. Dove si è mai visto, fuor che nell'Austria degli Absburgo, questo metodo d'intimidazione personale, che lascia me perfettamente sereno e indifferente, ma che non cessa per questo di essere volgarmente inquisitorio? Voi dovete la Vostra fortuna politica, alla libertà di stampa di cui avete usato e abusato, a Vostro rischio e quindi con pieno diritto; alla critica cui avete sottoposto uomini e cosa. Ebbene, non dico che per questo solo Voi dobbiate garantire agli altri questa libertà: dico che limitarla, dovete, ricorrere a delle leggi e non a delle azioni o a delle intimidazioni personali
Cosa vuol dire intimare all'"Avanti!" di non pubblicare articoli incitanti all'odio di classi? Per poco ch'io sforzassi la memoria, potrei citare le parole stesse con cui Voi difendevate davanti al Tribunale di Forlì il Vostro diritto di scrittore socialista, a indagare i fatti sociali con metodo marxista. Allora io giovanetto, pendevo dal Vostro labbro e senza condividere tutte le Vostre idee, ero lieto d'esservi al fianco, come poi fui lieto di essere dal Tribunale colpito anche più duramente di Voi. A Milano, molti ricordano la difesa che di questo diritto del giornalista socialista, faceste davanti ai giurati. Se io frugassi nella vecchia corrispondenza, molte Vostre lettere troverei, scrittemi in occasione di altri arresti, e in cui sarebbe difficile rintracciare alcunché della nuova concezione che mostrate di avere sui diritti e sui doveri del cittadino. Ma io non sono qui a richiamarVi alla coerenza: sono qui a dirVi che anche a proposito di eccitarmi all'odio fra le classi vi sono leggi che avete diritto di applicare o inasprire, ma che nessuno all'infuori del magistrato, fino a che abbia un valore la Costituzione, può giudicare dove vi sia reato.
Voi sapete, Eccellenza, che io non ho la mente troppo ingombra di ciarpame democratico e che non sono qui a prestare in nome dei "sacri principii" che ho relegato nel museo.
Senza fare processo di intenzioni so dove si mira e quale è la posta del gioco.
Permettetemi di meravigliarmi che un uomo che viene dal socialismo, che figlio di un internazionalista che ha sentito raccontare dal padre attraverso quali indicibili ostacoli il socialismo è passato, caschi nella illusione dei conservatori vissuti fuori del popolo e lontani dal proletariato, che vi siano misure di polizia, restrizioni di libertà, mezzi inquisitoriali, capaci di arrestare il corso di un'Idea.
Il socialismo passerà Eccellenza Mussolini!


I DIECI COMANDAMENTI
di R. Viviani, M. Martone - Decalogo in due tempi - Napoli 1945-1947
Ottavo quadro - Personaggi: L'Avvocato, Il Procuratore, Mariannina, Lorenzo, Ernesto, Biase, Saverio, L'Industriale, Erminia.
Una voce Ottavo Comandamento: "NON DIRE FASLA TESTIMONIANZA"
(L'Avvocato, giovane elegante, con borsa sotto il braccio, attraversa la scena)
Il Procuratore (misero, striminzito, da destra) Avvocà, avvocà, vuie ve ne jate?
L'Avvocato Si, vaco 'e pressa.
Il Procuratore E chillo so' vvenute 'e testimone p' 'a causa 'e Chianese.
L'Avvocato Addo' stanno?
Il Procuratore Ccà... So' vvenute pe parlà cu vvuie.
L'Avvocato E io mo nun tengo tiempo... Parlece tu, tu saie 'e fatte...
Il Procuratore Avvoca', veramente sarebbe stato bene che ce avisseve parlato vuie. Chella nun è gente pratica...
L'Avvocato Ma chi so'?
Il procuratore Persone mie... Eh, capirete, nun tutte ce se metteno... (sottovoce) Là si scherza con la galera... Si po' quanto vanno a deporre, se 'imbrogliano?!
L'Avvocato E comme se 'imbrogliano? Chille hann'a dicere 'a lezione a memoria... Pittosto bisogna essere sicuri che siano persone fidate, si no chille ca va 'n galera songh'i'! Là parte avversaria chesto jesse truvanno... Intenterebbe subito una causa penale per falsa testimonianza.
Il Procuratore (ironicamente) Giesù... Vedete nu poco... E vuie po' nun 'e ffacisseve na querela?
L'Avvocato (decidendosi) E va be' ... falli aspetta'... Io vaco e torno. (Escono)
Se dunque partiamo da queste premesse, è naturale che i "poteri forti" provino a bloccare qualsiasi riforma che renderà loro più difficile condizionare le scelte non conforme alle regole.
Restiamo in tema, commentando qualche punto dei numeri della giustizia pubblicati il 3 ottobre 2008 da "il venerdì", inserto settimanale di Repubblica:
a) 3 milioni - I procedimenti pendenti
b) 352 mila - I dibattimenti già fissati in tribunale
c) 124.845 - Le intercettazioni nel 2007 per un costo di 224 milioni
d) 4 milioni - Gli errori giudiziari accertati negli ultimi cinquant'anni ( 8000 l'anno - 220 al giorno)
e) 40.031 - I procedimenti per indennizzo dal 2003 a oggi ( 18 al giorno)
f) 1.442 - I magistrati sotto procedimento della stessa magistratura nel 2007
g) 4,7% - La percentuale delle condanne rispetto ai reati denunciati
Punto d) Sappiamo che parlare di errori dà fastidio, perché, chi nega l'errore pretende di essere infallibile, chi lo ammette, accetta di essere in errore lui stesso. Un errore per chi lo subisce è sempre un atto arbitrario, un atto ingiusto perché non conforme alla regola di giustizia. Per evitare di cadere in errore dobbiamo ammettere che l'analisi della verità deve essere una condizione essenziale. Non indagare, (il tempo c'è, i mezzi e le risorse anche, visto che la durata di un processo mediamente è di 6 anni) per la ricerca della verità favorisce l'errore creando una reazione di ambiguità e disprezzo nei confronti della Legge. L'errore è una falsa rappresentazione della realtà. Duecentoventi errori al giorno non sono pochi. Siamo convinti, anche, che evitare l'errore è un illusione ma dobbiamo cercare di rendere l'errore quasi inevitabile, affrontando e sviluppando di più la nostra conoscenza delle cause degli errori prodotti. Qualora, però l'interpretazione, che si associa a quella della completezza del Diritto diventa il nodo di contrasto, di fronte a casi difficili, che non si possono risolvere applicando meccanicamente le norme che si trovano nelle regole, e quindi, in alcuni casi dove la regola manca, in altri è ambigua, in altri ancora è in conflitto con altre regole, paradossalmente lascia un spazio troppo ampio alla discrezionalità, per giustificare la decisione, secondo la propria ragione, non sempre imparziale. Ciò non può essere configurato come errore.


Punto f) Riportiamo per intero l'articolo pubblicato dal "il giornale" il 20/07/2008 di Salvatore Scarpino

"Quei magistrati con licenza di Sbagliare"

Si, dagli al fannullone, dagli al pubblico dipendente che va in ufficio e, letto il giornale, s'imbosca o va a fare spese, lasciando marcire pratiche già coperte di polvere e che tuttavia, contengono, pur nel linguaggio burocratese, bisogni, speranze legittime, rappresentazione di sacrosanti diritti dei cittadini che gli impiegati mantengono, Dagli all'assenteista cronico, malato immaginario eppure retribuito. E poi? Non concentriamoci sui "ministeriali" e sui dipendenti degli enti locali e parastatali, non spariamo soltanto sui "distaccati", allarghiamo la visuale anche a categorie più protette dei travet di ogni grado. Ai magistrati, per esempio, che mai e poi mai accetterebbero di essere paragonati agli altri pubblici funzionari e che, però, sono pagati con pubblici denari e dovrebbero, anche loro, essere oggetti a verifiche su quella che gli esperti fiduciosi chiamano produttività. Abbiamo un numero di magistrati comparabile a quello di Francia, Germania, Inghilterra, ma i tempi della giustizia nel nostro Paese, che pure è laico, sono biblici, con mostruosi carichi di arretrato nel civile e nel penale. Colpa del sistema e delle leggi, si dirà, ma siamo sicuri che questa progressioni di obblighi inevasi non abbia qualche peso anche l'inerzia di parte (non di tutti) dei magistrati? La cronaca, pur senza avere autorità della storia, è una maestra severa. Prendete il caso del moldavo che per sfuggire alla polizia ha ucciso, a Roma, un ragazzo. Questo immigrato irregolare viveva di furti d'auto e di moto. Qualche tempo fa era stato beccato su una motocicletta rubata, ma al giudice benevolo aveva spiegato che non poteva essere trattenuto in carcere, dato che la sua compagna era incinta. Il magistrato aveva accolto la richiesta e aveva deciso che il clandestino ladro fosse accolto in un centro di permanenza temporanea. Ma questa struttura era superaffollato e il ladro era stato respinto, con l'invito di tornarsene a casa. Invito che il moldavo ha ignorato, per compiere le ulteriori prodezze che ci addolorano. Ebbene, un controllo, anche telefonico, sulla possibilità d'accoglienza nel Cpt non si poteva fare? I magistrati debbono limitarsi a mandare avanti carte e faldoni senza soffermarsi sugli effetti delle loro decisioni? Con la stessa burocratica nonchalance debbono valutare, basandosi su carte e perizie di maniera, il diritto ai permessi di detenuti che, appena scarcerati, tornano a delinquere? La cronaca ci incalza. Storie di motivazioni di sentenze che ritardano anche di otto anni, vicende dolorose di giustizia negata perché ritardata oltre i limiti della possibilità di attesa delle vittime. E non parliamo dei boss scarcerati,anche con un pedigree di assoluta pericolosità sociale, per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Ma certi magistrati non solo non conoscono l'eccesso di zelo, si astengono anche dello zelo. E' la realtà italiana che lo conferma, con una casistica che non ci fa onore e che vorremmo ignorare. Ma che c'è. Il Consiglio superiore della magistratura queste realtà le conosce, ma finge d'ignorarle. Difende sempre e comunque gli appartenenti alla casta e spara su chi li critica. Delegittimazione, lesa maestà. Corro il rischio di apparire un nemico della presunta élite morale del Paese. Ma mi aspetto, come tutti, di avere una giustizia più efficiente.

continua

Gennaro Farina

postato da: ringen  


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