Dagli studi sull'antica Italia risalenti al sette-ottocento sappiamo che questo popolo facesse parte della più vasta etnia Osco-opica.
Degli Aurunci, per esempio, in tempi più antichi, scrive Ammiano Marcellino nella sua opera "Rerum gestarum libri XXXI, di cui si sono conservati gli ultimi 18 libri e che riguardano i fatti degli anni 353-378 dopo Cristo. Nell'edizione Rusconi delle "Storie" di Ammiano Marcellino" del 1989, a cura di Matilde Caltabiano, troviamo (XXX, 4,12; p. 785-786): "(Gli avvocati romani)...Per apparire più profondi conoscitori del diritto citano Trebazio, Cascellio, Alfeno e leggi degli Aurunci e dei Sicani già da lungo tempo ignorate e seppellite ormai da molte generazioni insieme con la madre di Evandro. E se inventi di aver ucciso di proposito tua madre, promettono, se capiscono che sei ben provvisto di denaro, che numerosi e misteriosi testi ti assicurano l'assoluzione".
Nelle note al testo riportato, Trebazio, Cascellio e Alfeno sono indicati come tre illustri giuristi mentre l'intero passo così viene annotato: "Ammiano colpisce con la sua ironia gli avvocati del tempo, che per ostentazione di dottrina citavano giureconsulti vissuti quattro o cinque secoli prima, o addirittura le leggi degli antichissimi popoli italici e personaggi mitici, così come Gallio ironizzava con coloro che per mania di eccessivo arcaismo si servivano delle espressioni degli antichi Aurunci e Sicani, quasi che parlassero ancora con la madre di Evandro (Cfr. Aulo Gellio, Le notti Attiche, I, 10, 1). In altro luogo dello stesso volume, in nota, (p. 451) viene detto: "...Ausonia è il nome usato dagli scrittori greci di età ellenistica per indicare l'Italia non greca, e più tardi per metonimia esso passò a indicare l'Italia".
Questo passo di Ammiano Marcellino ci ha portato a riflettere sulla condizione del nostro territorio e dei suoi abitanti prima dell'arrivo di Roma. Qui le condizioni non dovevano essere molto dissimili da quelle di Roma stessa. E se gli altri popoli italici riuscirono ad opporre resistenza alle voglie espansionistiche romane, dovevano pur avere una struttura sociale e politica adeguata e che permettesse l'organizzazione di una difesa e di una controffensiva.
Finora questi popoli ci sono stati presentati come popoli di pastori e di "primitivi" ma Ammiano Marcellino ci fa sapere che gli stessi romani (anche se per fatti di "cassetta" degli avvocati), dopo oltre seicento anni dalla loro distruzione, ancora citano leggi degli Aurunci, e, fatto ancora più rilevante , sembra di capire che, dopo tanto tempo, la gente le crede ancora vigenti; questo fa supporre come nel 353-378 dopo Cristo ancora fosse vivo il ricordo della "civiltà" aurunca nel mondo romano.
La conclusione logica è che, prima di Roma, gli aurunci non fossero soltanto pastori "primitivi" ma una società da prendere ad esempio per la sua alta organizzazione sociale.
Quale fu la loro vera storia? Quale fu il loro rapporto con greci, etruschi ed altri popoli che, ancor prima di questi, raggiunsero le coste del Tirreno?
Cosa è accaduto, dunque, nella penisola italiana tra l'età della Pietra e quella del Bronzo? Quanto tempo è trascorso tra queste due Età della civiltà umana? Di quali avvenimenti fu l'uomo protagonista? Anche se le conclusioni di J. M. Allen, districandosi arditamente tra le antiche misure di superficie ed altro, si spingono, grazie alla sua preparazione geografica - fino all'estremo limite di porre Atlantide in Bolivia ed - interpretando Platone - estendendo il regno atlantideo fino in Italia, non si può negare un certo credito alle sue ricerche che se, basandosi sullo studio del territorio e di quello di seri studiosi ottocenteschi, sembra giungere a deduzioni logiche e coerenti con le più recenti acquisizioni provenienti dal mondo accademico ufficiale.
Da questi interrogativi può nascere forse anche una risposta che ci permetta di individuare i veri costruttori delle mura ciclopiche del Lazio meridionale finora erroneamente assegnate al VII-VI sec. a. C.