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| domenica 03 giugno 2007 |
| Diario elettorale/ Il Capitano, l'Americano e il più mancino dei tiri |
| Magliozzi e Raimondi: il ballottaggio che appassiona i gaetani e decide il futuro. Ma l'assist per vincere arriverà da sinistra. |
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| santi e santini (foto: Lince) |
Gaeta: Sotto il campanile del municipio stanno tutti col naso all'insù. Il vento fa i capricci, il vessillo gaetano bianco e rosso non vuole saperne di infilarsi sul pennone. Fasce tricolori, secche o panciute che siano, non se ne vedono, neanche un commissario per chiacchierar. L'ex sindaco Magliozzi arriva sgommando, parcheggia la sua berlina scura al centro dell'incrocio tra la piazza e il lungomare, scende e stringe qualche mano, si fa una risata, neanche un vigile urbano per multar. Il brigante Ciano passeggia con la telecamerina nella mano, dice che non la vuole posare neanche se diventasse assessore nella giunta del suo amico Raimondi, "sono uno di strada, io". La banda musicale suona a passo di marcia. Un gruppetto di consiglieri comunali mancati confabula ai tavoli del bar. Qualche santino elettorale stracciato e calpestato spunta agli angoli dei marciapiedi. I santi quelli veri, quelli patroni della città, stanno invece per uscire in processione. |
Ma a quale santo si voteranno Anthony l'Americano e Massimo il Capitano per la sfida elettorale che li attende, la resa dei conti del secondo turno?
"Il ballottaggio che non ti aspetti" ha titolato Il Messaggero all'indomani dei risultati. Qualche giornale locale parla di "laboratorio politico". "E' una città drogata dall'antipolitica" secondo gli umori spiazzati di certa destra e certa sinistra. "E' una terra che vuole risorgere" dicono i più convinti nella tribù dei raimondiani. Certamente pare assai volubile questa Gaeta sospesa tra un voto e l'altro, sballottata dalle sirene del ballottaggio comunale, questo paese anguilla che non vuole concedersi mai completamente e, difatti, quando va a votare celebra le croci e le delizie del "voto disgiunto", vera novità di quest'ultima tornata elettorale. Il voto disgiunto tra candidati consiglieri e candidati sindaci ha certificato la confusione dei cittadini stufi, sparigliato i giochi, ritardato gli scrutini e, alla fine, ha premiato l'outsider Antonio Raimondi. Che ha superato di un paio di centinaia di voti il fiacco centrosinistra guidato da Pasqualino Magliuzzi e si è conquistato l'accesso al ballottaggio contro l'ex sindaco e candidato della Cdl Massimo Magliozzi.
Il Capitano Magliozzi e l'Americano Raimondi. Due facce di una partita a doppio filo. Un duello che deciderà non solo un avvicendamento di amministrazioni ma - e non sembri retorico - la strada su cui si incamminerà il futuro di Gaeta. Magliozzi offre da bere nei bar della città e si dice tranquillo. Ha dimezzato i suoi voti, ma con tutto quello che ha passato poteva andargli peggio. La penna acuta ma anonima di un tale "Lince" su Telefree usa questa metafora: "E' come se nel corso di un trapianto al paziente invece che l'organo nuovo gli venisse reimpiantato quello vecchio. Questo è successo a Massimo Magliozzi a cui sono stati reimpiantati gli stessi uomini che lo sfiduciarono. Qualunque paziente sarebbe morto. Lui è sano come un pesce". Lui è il sindaco della gente, dice così e la gente lo ascolta, e parla di suoi fans che impazzirebbero se non venisse riconfermato primo cittadino, dice proprio così, "la gente mi ferma per strada e mi dice Massimo come facciamo senza di te, noi impazziamo". Certi ceffi della maggioranza che ora di nuovo lo sostiene gli hanno sfilato la poltrona, il commissario ha fatto le pulci alla sua amministrazione, drappelli di finanzieri indagano su di lui, la stampa ostile lo massacra, la grammatica gli è nemica, le parole gli si impastano in bocca, perfino il Gaeta Calcio di proprietà del fratellone - imprenditore e pure candidato - perde il derby sotto elezioni. Ma lui resiste a tutto, ha imparato quando conviene buttarla in caciara e quando conviene fare la faccia feroce, quando minacciare e quando fare la vittima, quando pagare e quando incassare, così salda il conto, saluta e se ne va in un altro bar, in un'altra casa, in un'altro pianerottolo.
Raimondi invece tiene convention, arringa le folle, bacia le signore, "mi vogliono tutti toccare, manco fossi la Madonna", buca il video, chiama comici e dj, scuote animi e coscienze. I detrattori lo chiamano "il Messia", certi suoi ammiratori talvolta sembrano trattarlo come tale. Si è bevuto in un sorso l'emorragia di voti della destra e ha dato il colpo di grazia sulla testa di una sinistra già stordita nel suo snobismo. Si è circondato di una giovane classe emergente, debuttanti della politica ma vogliosi di imparare, giovani e brillanti, con il loro bravo marketing. Si dipingono il volto come i guerrieri di Braveheart, fanno stringere le mani alzate della folla al grido di "libertà". Hanno programmi ambiziosi, che puntano al riscatto della città dal suo patologico declino, che volano alto su una classe politica ormai incapace di guardare oltre il proprio naso e il proprio scranno. Maneggiano un populismo che è controllato dalla professionalità, a differenza dei loro avversari capaci di maneggiare ormai solo interessi e paroline modeste. Sempre il fantomatico Lince su Telefree racconta l'egregia strategia elettorale di Raimondi: "Utilizzando slogan da commedia napoletana è riuscito a risvegliare quell'effimero gusto di rivolta insito nel Gaetano medio, capace di innamorarsi di chiunque lo faccia sentire vittima di una 'tirannia' che pure lui stesso ha votato. Frasi come 'Nun c'a facimme chiù!' o 'Basta mangiare da soli!' hanno scardinato tutte le serrature dell'immobilismo cittadino, in un crescendo da sommossa popolare sempre più inarrestabile". E intanto Raimondi si gode e cavalca lo spettacolo di una crisi della politica che è anche crisi di una nomenklatura: quella classe politica che a destra campa con le vendette e coi favori e a sinistra crede di continuare a campare con l'immobilismo e con l'ordinaria amministrazione.
Ma la piazza elettorale assomiglia a un gioco barocco dove nulla è mai come sembra, dove le conservazioni vanno a braccetto con le rivoluzioni, le eventuali maggioranze di consiglieri possono corrispondere a minoranze numeriche di voti, le poltrone di uno si legano a quelle di un altro, gli impolitici sono rimasti gli unici a saper fare politica, e per qualche giorno perfino la sinistra è sembrata capace di innamorarsi della destra. Per giorni tutti si sono chiesti: che fine faranno i voti, decisivi, del centrosinistra? Pasqualino Magliuzzi, il moderato sconfitto a capo dell'Unione, ha appena fugato i dubbi: la sua coalizione appoggerà Raimondi. Pur senza apparentamenti ufficiali, che si sa non piacciono all'outsider di Sommerville, li rifiuta sdegnato come rifiutò i "politici di professione" nelle sue liste. "Lui partiva dalla mia stessa idea di rinnovamento contrapposta al malgoverno della destra - ammette ora Magliuzzi - ma a differenza di me è riuscita a portarla avanti con i metodi giusti e le persone giuste". Un dito chiaramente puntato contro il mancato rinnovamento di facce e idee che ha affossato il centrosinistra gaetano, rimasto uguale a se stesso, a quel bolso centrosinistra già sonoramente bocciato dagli elettori nel 2002 dopo dieci anni di amministrazione. Tuttavia è un dito puntato proprio da colui che della stessa coalizione deteneva la guida fino a pochi giorni fa, eletto da quelle solenni primarie che raccolsero a febbraio più voti di quanti poi - ohibò - ne abbia raccolti l'Unione nelle elezioni quelle vere. Ora al centrosinistra esangue non resta che appoggiare Raimondi, portagli i propri voti, non rinnegare quel che rimane della propria anima facendo squallidi favori al famelico Capitano. Ma è pure che vero che tra il dire delle scuderie di partito e il fare degli elettori nell'urna c'è di mezzo tutto il mare degli umori e delle reazioni imprevedibili.
Insomma, in questa partita movimentata, giocata non senza falli, sarà un tiro mancino a decidere l'ultimo gol, quello della finale. L'Americano è convinto di averlo in tasca, il tiro mancino, il dribbling irresistibile con cui stenderà l'ultimo avversario. Il Capitano si sforza di convincersi che riuscirà a entrare in rete da solo, e con qualche mossa di bisonte ben assestata saprà fregare pure quello smilzo dell'avversario. Molti elettori hanno capito lo spirito dei tempo e si sono trasformati in tifosi. Le famiglie, che si sa sono importanti, incitano i loro candidati: in fondo un posto per il fratello, uno, o per la cognata, l'altro, sono riusciti entrambi a trovarlo. Ma il bivio c'è davvero, vale più di una coppa, e i gaetani ce l'hanno davanti: azzardare il cambiamento o tirare a campare? Sentire una nuova canzone o ridare fiato ai vecchi tromboni? Il Capitano e l'Americano sono tutti e due vicini ora, e stringono i pugni, sotto le statue impassibili dei santi patroni in processione.
(6/ continua)
[www.ludik.it/gaeta] |
di: Luca Di Ciaccio |
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