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nel 1969: Si spegne il poeta della beat.generation, lo scrittore Jack Kerouac.
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Home » News » Latina » L'eccidio di Pontelandolfo e C...
giovedì 12 aprile 2007
L'eccidio di Pontelandolfo e Casalduni di Antonio Ciano, da " I Savoia e il massacro del Sud"
I barbari Savoia volevano portare la democrazia dove era nata.
letture: 3599
Latina: Finiamola di definircii "buoni" d'Europa, e nessuno dei nostri fratelli del Nord venga a lamentarsi delle stragi naziste. le SS del 1860 e degli anni successivi si chiamarono, almeno per gli abitanti dell'ex Regno delle Due Sicilie, Piemontesi. Perciò smettiamo di sbarrare gli occhi, di spalancare all'urlo le bocche, a deprecare violenze altrui. Ci bastino le nostre, per sentire un solo brivido di pudore. Noi abbiamos aputo fare di più e di peggio. ( Carlo Alianello )
L'ECCIDIO

di Pontelandolfo e Casalduni (*)

di Antonio Ciano



(*) da: "I Savoia e il massacro del sud" - Grandmelò, ROMA, 1996



PONTELANDOLFO E CASALDUNI

[...] Pontelandolfo e Casalduni sono due paesi del Matese e distano quasi 5 chilometri l'uno dall'altro. Nel 1861 il primo aveva 5 mila abitanti ed il secondo 3 mila; furono accomunati da un atroce destino. Nell'agosto di quell'anno infausto per il Sud, furono messi a ferro e fuoco dalle truppe piemontesi del generale Cialdini, e centinaia di cittadini furono trucidati nel sonno da due compagnie di bersaglieri che non combattevano contro soldati ma contro donne, bambini, vecchi ed infermi ........ Il Sud era in fibrillazione sin dall'11 maggio del 1860, quando Garibaldi sbarcò a Marsala. Tumulti si susseguirono in tutti i paesi dove la fame e le ingiustizie dei governi prodittatoriali cominciavano a farsi sentire. Nel dicembre del 1860 il Giornale di Gaeta, che riportava i proclami insurrezionali di Francesco II, stampato in migliaia di copie, veniva diffuso in tutto il Meridione. Già intorno al 20 settembre del 1860 vi fu una feroce ribellione contro governi prodittatoriali ....... insorsero i contadini di Cantalupo, Macchiagodena, S. Pietro Avellana, Forlì del Sannio e Rionero del Sannio, Roccasicura, Cittanova e Castel di Sangro; i morti furono all'incirca 1.500. Tra il 19 e il 21 settembre i contadini assieme ai reparti borbonici sconfissero a Roccaromana e Caiazzo le truppe di Csudafy e Cattabeni e li rigettarono oltre il Volturno ........... Si formarono ben presto compagnie sotto la direzione del ministro della polizia borbonica Ulba, che aveva il compito di ripristinare ovunque il governo legittimista. Furono riconquistati verso la fine dell'ottobre del 1860 Pontecorvo, Sora, Teano, Venafro, Isernia e Piedimonte d'Alife. I borbonici batterono i cacciatori del Vesuvio, annientandoli a Civitella Roveto e raggiungendo Avezzano ........ Il 12 ottobre del 1860 le truppe piemontesi varcarono il Tronto con intenzioni certamente non pacifiche. Quel giorno iniziò la conquista del Sud da parte dei piemontesi, che trovarono una marea di partigiani negli Abruzzi, nel Molise ed in Ciociaria ......... I contadini del Sannio e del Molise, ricordandosi di appartenere alla stirpe degli antichi guerrieri che avevano sconfitto i Romani facendoli passare sotto le forche Caudine, scatenarono la loro rabbia repressa contro i liberali, rappresentanti illegali e servi dei piemontesi. Il Molise e l'Abruzzo ai primi di ottobre erano stati liberati; la bandiera borbonica sventolava su tutti i paesi ma il Piemonte mandò la sua armata agli ordini di Cialdini, visto che dappertutto i ritratti di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi venivano bruciati e le bandiere savoiarde fatte a pezzi. La stessa cosa accadeva in Terra di Lavoro, in Capitanata, nel Gargano, in Basilicata, in Calabria.... [...]

L' ECCIDIO DI PONTELANDOLFO E CASALDUNI

[...] Il regno delle Due Sicilie nell'agosto del 1861 era in fiamme, un vero inferno. Centinaia di paesi si erano sollevati contro l'oppressione, le fucilazioni erano all'ordine del giorno. Ad Auletta furono tricidati da mercenari ungherese, altra faccia immonda con coccarda azzurra in petto, 45 popolani, tra i quali quattro sacerdoti; questi poveri disgraziati furono seviziati con coltelli e fatti a pezzi dai barbari magiari sotto la guida piemontese-garibaldina. Altri 100 cittadini furono portati a marcire nelle carceri di Salerno. Il paese fu saccheggiato e dato alle fiamme. Nel Beneventano si sollevarono anche San Marco dei Cavoti, Molinara, San Giorgio La Molara, Pago, Pietrelcina, Paduli, Colle Sannita, Paolise, Bucciano, Forchia, Reina, Civitella. I fatti più gravi e sanguinosi si verificarono a Pontelandolfo e Casalduni. La reazione era voluta da tutto il popolo del Sud. Il nuovo regime si stava dimostrando, nei fatti, tirannico e famelico, assetato di sangue e di denaro: ogni ciminiera di Torino e Milano è stata costruita con sangue meridionale. I piemontesi mettevano tasse e balzelli ed i contadini affamati ed esasperati presero la strada senza ritorno della montagna. I liberali la facevano da padroni, finalmente erano riusciti a mettere le mani sulla cosa pubblica e sulle terre demaniali. I signorotti e i proprietari terrieri erano appellati galantuomini e da sempre erano i nemici dei contadini. Dagli Abruzzi, dal Molise, dalla Ciociaria arrivavano notizie di fucilazioni, notizie di donne violentate, di chiese saccheggiate, di bambini uccisi, di raccolti bruciati dai piemontesi e dai loro mercenari. L'8 luglio del 1861, Carlo Torre, governatore di Benevento, spedisce al segretario generale del Dicastero di Polizia in Napoli Silvio Spaventa una relazione allarmata sulla reazione borbonica nel Sannio (1). Il 24 luglio 1861 un altro allarmantissimo rapporto dell'Intendente di Cerreto Sannita, Mario Carletti, al governatore di Benevento Carlo Torre (2) la dice lunga sullo stato in cui versava la provincia beneventana: "I briganti scorazzanti pel Matese, corona di aspre ed intrattabili montagne poste a cavaliere di questa contrada, sono entrati nell'ardito intendimento di scendere al piano e aggredire l'abitato per consumarvi fatti di immane atrocità appena che la poca forza regolare qui stanziata se ne apparti per poco chiamata altrove ...". Il governatore di Benevento seguendo la voce della prudenza chiedeva altra truppa al luogotenente Cialdini. I partigiani scorrazzanti le montagne del Matese erano capeggiati da Cosmo (Cosimo) Giordano di Cerreto Sannita, ex sergente borbonico. La banda era costituita da circa duecento valorosi e coraggiosi guerrieri, votati alla morte con un giuramento fatto davanti a Dio. I pontelandolfesi erano: Nicola, Andrea e Michelangelo Mancini, Scudanigno; Salvatore Rinaldi, Matteo; Gennaro e Michele Rinaldi Sticco e loro padre Giuseppe; Antonio e Francesco Rinaldi di Romualdo; Saverio di Rubbio, Bascetta; Antonio Lese, Corso; Donato Paladino, Anguilla; Antonio e Francesco Perciosepe; Carlo Tomaso Bisconti; Giosuè del Negro; Antonio e G. B. Gugliotti; Tommaso Rinaldi, Falcone di Giuseppe; Pietro d'Addona Trippabella fu G. Battista; Donato Terlizzo; Giovanni Barbiero Vozzacchio e suo figlio; Giuseppe Borrelli di Domenicoantonio, Cellone; Giuseppe Bilotta, Lupo di Nicola; Giuseppe d'Addona fu Giacomo, Spaccamontagna; Filippo Lese d'Antonio, Riconto; Domenico d'Addona, Spaccamontagna di Francesco; Antonio Mancini, Cosetta, di Giuseppe; Pasquale Ranaudo, Mattone; Salvatore Biondi, Piroli, Vitantonio Ciarlo,; Pellegrini Sfeccio; Francesco, Domenico e Tommaso Ciarlo, Monaco e fratelli; Francesco, Domenico Petta, di Giuseppe; Vincenzo Longo, Giangiacomo; Giuseppe Ciarlo, Monaco, fu Nicola; Saverio Longo, Peppelongo, fu Giuseppe; Andrea Longo, Giangiacomo.(3) [...]

LA FIERA DI SAN DONATO - 1 agosto 1861

[...] Pontelandolfo si stava preparando alla fiera di San Donato; si sentiva nell'aria l'odore dell'estate. Il sole sembrava ardere il paese. I raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi; la cosa pubblica era nelle mani dei liberal-massoni, gente senza scrupoli, feccia della società, servi e lacchè del nuovo regime sanguinario dei Savoia. La gente aveva assistito, quasi incredula alle gesta del generale Garibaldi, che, nell'immaginario collettivo, passava per un socialista repubblicano. Ben presto il popolo si accorse che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti, dalla parte dei gentiluomini. Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l'avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe e da che parte stava: era andato a fucilare i contadini siciliani per difendere i suoi padroni inglesi, da buon servitore. I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, delle razzie della guardia mobile, dei loro notabili che li stavano spremendo come limoni e, soprattutto, si sentivano ostaggi. Con le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione alla leva si agitavano ancora di più le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa. Sindaco di Pontelandolfo era tale Lorenzo Melchiorre, liberale, avvezzo al potere e all'arricchimento; sicuramente contrario alle nozioni di libertà ed uguaglianza, tenace esecutore dei bandi e delle circolari delle autorità militari piemontesi. Assieme agli altri notabili del paese sannita aveva costituito un bel comitato d'affari. Suoi protettori in armi erano, Giuseppe De Marco, garibaldino e colonnello della Guardia Nazionale, e Francesco Perugino di Michelangelo, capo del Corpo di Guardia che, in quei giorni, il sindaco fece rinforzare. Del Comitato di affari facevano parte anche il delegato di P.S. Vincenzo Coppola, il notaio, l'architetto e decurione Antonio Sforza che era considerato come il rappresentante il principio liberale, e cioè colui il quale stabiliva le cose da arraffare. Il liberalismo è ideologia dei furbi, è ideologia dell'arricchimento a spese dei deboli, è ideologia dei ricchi, è ideologia dei Savoia, dei piemontesi, è guerra perché con essa devono arricchirsi determinate famiglie, è corruzione perenne. Il liberalismo è dominio di una classe su un'altra. E' la tomba del Sud. E' il monopolio del Nord sul Sud, è colonialismo, è sfruttamento. La Chiesa ed i contadini lo avevano capito, e così i Borbone, e si allearono per combattere i nuovi lanzichenecchi. A Pontelandolfo l'arciprete Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini; sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine. Durante una messa mattutina l'arciprete, rivolgendosi alla affollata chiesa di San Donato, disse: "Fratelli, l'augusto re Francesco presto ritornerà da vincitore sul suo trono, i partigiani si battono da leoni contro gli invasori, il generale Bosco fa stragi di piemontesi in Calabria e truppe austriache stanno sbarcando nelle Marche...". Queste parole fecero il giro di Pontelandolfo e delle campagne circostanti. Finalmente un po' di speranza, finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni. I contadini nei campi cantavano inni borbonici e, le donne, preghiere di ringraziamento. Finalmente, a liberazione avvenuta, i loro figli sarebbero potuti tornare sui campi a lavorare la terra e abbandonare la lotta armata. Finalmente il popolo poteva aver ragione dei nuovi usurpatori, delle guardie nazionali che razziavano i campi, degli amministratori corrotti che il governo piemontese aveva loro imposto, delle spie che si arricchivano, dei massoni che volevano distruggere la Chiesa cattolica. La gente odiava i Piemontesi ed i loro servi..... Cosmo Giordano dava la caccia alle guardie nazionali del colonnello De Marco, la cui colonna infame era famosa nel razziare chiese e raccolti nei campi: spesso s'erano sentite anche voci di violenze e stupri nei confronti delle donne della zona .... [...]

CASALDUNI - 1 agosto 1861

[...] A Casalduni il sindaco Ursini chiamò tutti i capifamiglia nella piazzetta antistante il comune e disse loro: - Concittadini, come sapete la legislazione sulla leva è stata cambiata il 30 giugno dal nuovo governo piemontese e, secondo gli obblighi che mi competono, devo dirvi che se i vostri figli non si presenteranno al distretto militare saranno guai per loro, saranno fucilati appena presi. Ecco cari amici, mi dispiace, sapete come la penso, le leggi emanate dal buon Ferdinando sono state soppresse. La gente mormorava, urlava. La rabbia era tanta, non contro il sindaco ma contro i nuovi usurpatori, contro i piemontesi. Si fece avanti un vecchio contadino, ben voluto da tutti per la sua onestà e la sua saggezza, tale Fusco, che secondo la legge avrebbe dovuto far presentare il figlio per la leva, e rivolgendosi al primo cittadino rispettosamente rispose: - Sig. Sindaco, ti ringraziamo per la gentilezza ed il senso civico che hai dimostrato di avere, ti ringraziamo di averci informati ufficialmente di ciò che già sapevamo ufficiosamente, ma... - rivolgendosi verso la folla come a trovare consenso negli occhi della gente e accentuando sempre più le sue parole - Ecco, un "ma", sig. sindaco, c'è! Non possiamo mandare i nostri figli a combattere contro i bracciali e i terrazzani delle Calabrie, della Basilicata, dell'Apulia, degli Abruzzi, del Molise o contro i pastori degli Ausoni. Fratelli contro fratelli ci vogliono mettere! Parlano di Italia una, i piemontesi, ma, conoscendo i liberali, vi assicuro che a quelli dell'Italia una non importa niente; a quelli importano solo le ricchezze delle nostre terre, i nostri sacrifici, il sangue dei nostri figli per far guerre ed arricchirsi. Quella è gente che non ha mai lavorato, è il ceto dei parassiti, è il ceto borghese e vedo un futuro di morte. Sindaco, vedi queste mani? Sono piene di calli e mai hanno toccato un fucile ma, anche se son vecchio posso imbracciarlo ancora contro i soldati blu dei Savoia. Questi sig. sindaco, non vogliono l'Italia unita, vogliono i nostri tesori nascosti, vogliono saccheggiare le nostre chiese, vogliono i nostri risparmi, le nostre terre, le nostre fatiche, i nostri sacrifici. Hanno già razziato le riserve auree del Regno delle Due Sicilie e hanno fatto sparire i milioni del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli. I piemontesi non hanno avuto nemmeno il coraggio di dichiarare guerra a Re Francesco e, mentre la nostra regina Sofia stava combattendo sui bastioni di Gaeta, la corte sabauda e Cavour, a Torino, scialacquavano con baldracche o con ragazze vergini fatte rapire dai loro agenti segreti (4), mentre l'imperatore Napoleone se la spassava con la Castiglione e Nigra faceva il magnaccia. Questa gente porterà la nostra Patria alla rovina. Razzie, fucilazioni, ruberie e terrore porteranno solo fame e distruggeranno la nostra Patria; mio figlio sta sulle montagne a difendere il sacro suolo mentre Cavour ha ceduto alla Francia la Savoia, Nizza e la Costa Azzurra e i piemontesi cederanno la Sardegna non appena le loro truppe entreranno in Roma. Mai mio figlio andrà soldato sotto la bandiera azzurra sabauda, preferirei vederlo fucilato sotto gli occhi miei, anziché saperlo a sparare contro di me ed i suoi fratelli. Un'ovazione calorosa di applausi e grida di gioia raggiunsero Fusco e qualcuno gridò: - Sindaco, il Re sta sbarcando a Napoli, il generale Bosco sta sbaragliando i piemontesi; i partigiani in tutto il Regno si battono da leoni. A morte i Savoia! A morte i piemontesi! Viva Francesco! Viva il Regno delle Due Sicilie! Viva la Chiesa! Viva la Fede! Viva il Papa![...].

PONTELANDOLFO - 2 agosto 1861

[...] Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il partigiano Gennaro Rinaldi di Giuseppe, detto Sticco, si presentò al primo cittadino di Pontelandolfo portandogli una missiva. Prima di consegnargliela, rivolgendosi con tono deciso verso Melchiorre, disse: - Senti, tu non sei il nostro sindaco, lo sai bene, sei un servo dei Savoia, un traditore; ti aspetta la morte. Hai rubato e diviso gli utili con De Marco, Sforza e la spia di Sepino. Sappiamo tutto. Perciò, - lo prese per il bavero - bastardo, leggi la lettera ed attieniti scrupolosamente ai suoi dettami, e andò via. Nella missiva c'era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante la brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al sindaco 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto. Melchiorre chiamò il delegato di P.S. Vincenzo Coppola e l'architetto Sforza, suoi soci in affari: - Sentite, i briganti vogliono 8.000 ducati e se non glieli diamo scendono dalle montagne e ci ammazzano. Vincenzo devi telegrafare subito a De Marco, le cose stanno precipitando; io telegrafo al governatore di Benevento, c'è bisogno di truppa o ci scanneranno tutti.[...]

PONTELANDOLFO - 3 agosto 1861

[...] A Pontelandolfo fremevano i preparativi per la fiera di San Donato. Gli artigiani della zona, come ogni anno, si erano recati in massa nella cittadina sannita per vendere roncole, forche, borse, zappe, corbelle, cesti, panieri, funi. I contadini dei paesi vicini, chi a piedi, chi con carretto, si stavano dirigendo verso Pontelandolfo per esporre i loro prodotti e fare qualche buon affare. La fiera di San Donato era un'istituzione, permetteva scambi e conoscenze, permetteva di cantare e ballare, permetteva ai contadini di socializzare, ma quella del 1861 era ancora più importante. I contadini aspettavano il ritorno di Francesco Il ed il ripristino del vecchio agognato regime. Qualcosa stava per accadere, lo si sentiva nell'aria. Chiamato dal sindaco Melchiorre, arrivò in città il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari. Strada facendo i contadini lo invitavano ad andarsene, in quanto il generale Bosco stava marciando vittorioso su Benevento e Francesco II era prossimo a restaurare la sua corona. Nei pressi della chiesa di San Donato gli andò incontro Don Epifanio De Gregorio. De Marco: - Pace e bene e prosperità ai Savoia. De Gregorio: - Pace e bene al Regno delle Due Sicilie e ai suoi augusti sovrani. De Marco, allarmato dalle voci che davano per imminente il ritorno dei Borbone, non infierì sul prelato e si diresse verso piazza del Tiglio, ove fece abbeverare i cavalli della sua truppa aspettando che arrivasse il sindaco a dargli il benvenuto. De Marco era odiato dai contadini; dove passava con i suoi mercenari non cresceva più erba, razziava persino il fieno per i cavalli. Appresso alla colonna infame del De Marco c'era sempre un carretto che serviva come cassaforte mobile della refurtiva. Ad un certo punto, una cinquantina di guardie chiusero l'entrata della piazza mentre gli altri cominciarono, strada per strada, vicolo per vicolo, a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata. A cotanta sfida e arroganza non poteva esimersi il sindaco Melchiorre dal far pubblica rimostranza e si avvicinò al colonnello dicendogli: ....., ma che stai combinando? Fa rientrare i tuoi uomini! I partigiani sono nei dintorni e se la gente si ribella siamo fritti. De Marco: - Senti, qui dobbiamo prendere tutto; la situazione sta precipitando. Il Sud sta esplodendo, la reazione dappertutto è viva e pericolosa. I borbonici stanno riorganizzandosi e non vi è provincia in cui non si hanno notizie di rivolta. Dimmi dove possiamo stazionare questa notte, domani chiederò la tassa di guerra ai proprietari reazionari e chiederò altri uomini; se non me la danno andremo via. Melchiorre: - Va bene, darò disposizione di farvi alloggiare nella chiesa di San Rocco, che è ricca di ori e argenti. Tu sai cosa fare. Dobbiamo organizzarci e prepararci a qualsiasi evenienza. Vado ad avvertire il delegato e l'architetto. Intanto gli uomini di De Marco, dopo aver razziato collane, anelli, ori, bracciali e orologi, presero alloggio nella chiesa di San Rocco, che in un batter d'occhio venne saccheggiata. [...]

PONTELANDOLFO 4 agosto 1861

[...] Pontelandolfo era un bollore: nelle campagne si cantavano inni e canzoni dei briganti ed i versi andavano di bocca in bocca. Tutto il Sannio sembrava essere la platea di un teatro il cui palcoscenico si era trasferito nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni. Il sentimento borbonico era forte dappertutto, non vi era paese del Sud che volesse i nuovi invasori. Il colonnello De Marco tastava, udiva, sapeva d'essere un corpo estraneo, sapeva che da un momento all'altro poteva scoppiare la rabbia contadina e andò al municipio a parlare col Melchiorre. - Senti, stamattina mando i miei corrieri a Morcone, a Fragneto, a S. Croce, a Campolattaro a chiedere rinforzi e denaro a quei sindaci. Abbiamo bisogno di soldi; intanto tu manda il banditore per le strade e per le masserie a chiedere, in nome di Vittorio Emanuele, soldi per la truppa. - Vabene, speriamo bene! - rispose il sindaco. - A San Lupo c'è Jacobelli, sta facendo un buon lavoro - riprese De Marco - speriamo che questa colletta ci dia almeno mille ducati. - Colonnello - rispose Melchiorre - ho avvertito i nostri di tenersi pronti a qualsiasi evenienza, di preparare le loro cose in caso di fuga. Verremmo con te, solo tu con la tua truppa puoi salvarci, ormai i Borbone torneranno al potere, tutto il Sud è in rivolta. - Allora facciamo presto, che altro possiamo prendere? - disse con caparbietà De Marco - Potremmo saccheggiare la chiesa di San Donato, che ne dici?. - Io non lo consiglio, vi ammazzerebbero tutti, Don Epifanio non lo permetterebbe e poi c'è la fiera lì; è piena giorno e notte, sarebbe come accendere la scintilla. - Hai ragione - chiuse De Marco. Verso sera cominciarono ad arrivare i corrieri mandati nei paesi vicini; nessuno portò soldi né rinforzi, nemmeno un maledetto ducato! Anzi il sindaco di Casalduni, Ursini aveva avuto la faccia tosta di chiederne in quanto la popolazione era affamata. Una cosa i corrieri avevano capito benissimo e cioè che era tempo di scappare, dappertutto la gente era pronta a rivoltarsi, lo si sentiva nell'aria e fu riferito al loro colonnello. La colletta fatta fare dal sindaco Melchiorre diede un solo frutto: qualcuno aveva posato all'ingresso del comune un vassoio d'argento ricoperto di un fazzoletto di pizzo rosso, simbolo dei Borbone, con sopra una pallottola di fucile [...].

PONTELANDOLFO 5 agosto 1861

[...] La notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo sembravano brulicare di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alle popolazioni, scoramento e paura ai liberali. I mercenari del colonnello De Marco erano inquieti; sapevano che se fossero stati attaccati in paese, sarebbero morti come topi, non avrebbero avuto scampo; bastava che i partigiani bloccassero l'entrata del paese nei pressi della chiesa di San Donato. Il colonnello garibaldino consigliato dai suoi luogotenenti e dalla paura decise di partire, diede ordine alla sua colonna di prepararsi a lasciare Pontelandolfo e mandò cinque sottufficiali ad avvertire il sindaco Melchiorre, l'architetto Sforza, il delegato di P.S. Coppola e pochi altri liberali, insomma tutta la feccia del paese, tutti i ladroni delle sostanze del popolo. I contadini erano stremati, affamati. Il governo piemontese, nel giro di un anno era riuscito a massacrare l'economia meridionale, d'altronde le casse torinesi erano vuote da tanto tempo ed i banchieri londinesi non davano tregua ai governanti sabaudi. Questi erano i veri moventi dei criminali di guerra scesi dal Nord e non altri: dovevano eliminare i resistenti, i partigiani regi per avere libero accesso ed un controllo totale sui beni e sulle ricchezze del Sud e sui suoi commerci. I contadini meridionali sapevano tutto questo, avvertivano sulla loro pelle che dovevano combattere per il loro Re per non perdere la libertà e la certezza di un tozzo di pane; avvertivano che una volta asserviti al Piemonte per loro sarebbe stata la fine; sapevano che i liberali appoggiavano i nuovi padroni ed i liberali rappresentavano solo la classe degli agrari. Al Sud si combatteva una guerra non dichiarata tra i contadini ed i loro nemici di classe, tra i contadini poveri ma dignitosi e gente assatanata di dominio e di denaro; al Sud si combatteva una guerra tra una dinastia illuminata e cattolica che aveva dato prosperità a tutto un popolo ed una monarchia votata alla consorteria massonica e servile; si combatteva una guerra decisiva tra una nazione, quella napoletana, libera da gioghi stanieri e quella piemontese asservita alle forze occulte. I contadini combattevano contro i liberali, contro l'Inghilterra, contro la Francia, contro i mercenari ungheresi, russi, polacchi, slavi, tedeschi, contro i garibaldini, contro le truppe piemontesi. Molti contadini del Nord avvertendo la lotta di classe in corso disertarono la truppa savoiarda; molti furono fucilati, altri raggiunsero le bande partigiane. Intanto a Pontelandolfo il sindaco Melchiorre ed i suoi scherani stavano per lasciare la città; verso mezzogiorno De Marco diede l'ordine di partire, la sua colonna scortava 10 carri pieni di casse appartenenti alla feccia liberale del paese sannita. Come a sfregio, Melchiorre, prima di partire deliberò che la fiera di San Donato non doveva svolgersi. La colonna si diresse verso San Lupo, impaurita. Dai campi ed in tutta la valle si sentivano le note dell'inno libertà...... [...].

PONTELANDOLFO 6 agosto 1861

[...] La mente della rivolta risiedeva nel popolo tutto, l'arciprete Epifanio De Gregorio ne era solo la voce parlante. Il religioso era solo colui il quale raccoglieva il pensare della gente, del popolo....... Epifanio De Gregorio chiamò Filippo Tommaselli, da tutti conosciuto come il Generale, a sostituire Melchiorre, che era fuggito con la cricca liberale, e ad istituire un governo provvisorio. Secondo le disposizioni del fuggitivo Melchiorre la fiera di San Donato non doveva svolgersi per non turbare l'ordine pubblico, ma la gente era in paese a festeggiare sia la solennità religiosa, sia la fiera, sia i Borbone. Una delegazione di popolani si recò da Don Epifanio per conferire con lui. Al suo cospetto, i contadini si tolsero il cappello e baciarono il crocifisso. Uno di loro prese la parola: - Reverendo, siamo venuti a conferire con la sua autorità per chiederle il permesso di poter far venire i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore, se può intercedere presso Giordano. Il popolo vuole festeggiare i suoi eroi, vuole i partigiani a Pontelandolfo. Don Epifanio: - Avete ragione, ma i partigiani fanno la guardia ai nostri monti e alle nostre anime, comunque manderò degli emissari a chiamarli, son giornate di giubilo e di festa, Dio li protegga. Gli emissari di Don Epifanio si misero al galoppo e raggiunsero l'accampamento di Giordano. Erano Saverio Di Rubbo detto Bascetta, Salvatore Rinaldi, detto Matteo, Andrea, Nicola e Michelangelo Mancini, Scudanigno, Carlotommaso Bisconti, Gennaro e Michele Rinaldi di Giuseppe ed i figli di Romualdo Rinaldi. Sentite le parole della delegazione di pontelandolfesi Giordano guardò Di Rubbo come a volere un suo assenso; lui si sentiva un soldato, uno a cui spettavano solo sacrifici, non era un politico; i trionfi spettavano ad altri, a lui toccava solo dare la caccia ai piemontesi. Di Rubbo si rivolse al capo partigiano con parole convincenti: - Comandande, andiamo a Pontelandolfo. Vi aspettano tutti, il paese è con noi, abbiamo fatto fuggire i liberali e con loro De Marco ed i suoi mercenari. Il generale Tommaselli vi aspetta per formare il governo provvisorio. Giordano: - Va bene, verrò con una trentina di uomini. Gli altri staranno di guardia qui [...]

LA SCINTILLA

SAN LUPO 7 agosto 18617

[...] San Lupo era diventata la base delle scorrerie dei mercenari garibaldini di De Marco e della soldataglia piemontese, che dal Molise, agli ordini dell'assassino e criminale di guerra Pinelli, scorrazzava per quelle fertili valli a saccheggiare campi e chiese e a fucilare centinaia di contadini. Il Sannio era una fucina di guerriglieri; i sanniti, guerrieri di stirpe antica s'erano destati, consapevoli d'essere assoggettati per sempre se avessero perso. La carica fu data da un vecchio contadino che, vedendo entrare nel suo paese dei soldati piemontesi, uscì dalla casa sventolò una bandiera borbonica e gridò: - Cittadini, cacciamo i piemontesi! A morte i piemontesi! Viva il papa! Viva la Santa Fede! Viva la religione! Viva Francesco II, Viva il Regno delle Due Sicilie! Cittadini ammazziamo i piemontesi, sono servi degli inglesi, hanno venduto la Savoia e Nizza alla Francia e stanno consegnando l'Italia alla massoneria inglese. Maledetti assassini, ci stanno ......... La frase del vegliardo fu interrotta da una scarica di pallottole: quindici soldati acquattati e quindici in piedi eseguirono la spietata esecuzione. Erano questi soldati? No, semplicemente assassini, criminali di guerra. I partigiani udirono gli spari, sentirono la scarica del plotone d'esecuzione dei bersaglieri di Pinelli e dal Piano della Croce si diressero a San Lupo, dove ingaggiarono una sparatoria con i savoiardi. Due partigiani caddero a terra feriti mentre i piemontesi assaliti, fuggirono. I guerriglieri si diressero verso Pontelandolfo, ove erano attesi dal popolo festante che già aveva liberato alcuni prigionieri ed aveva innalzato la bandiera gigliata nel comune di San Lupo [...].

PONTELANDOLFO 7 agosto 1861

[...] La brigata "Frà Diavolo" era composta da trenta partigiani e dopo l'azione di guerriglia di San Lupo si diresse verso Pontelandolfo con i suoi velocissimi cavalli, alla cui testa cavalcavano Cosimo Giordano ....... Pontelandolfo era in festa, la fiera in pieno svolgimento e la gente vestita come nelle grandi occasioni. Il viale che porta dalla provinciale alla piazza principale di Pontelandolfo, attraverso lo spiazzo della chiesa di San Donato, era gremitissimo: contadini di Casalduni, di Morcone, di San Lupo, di Sepino, di Campolattaro, di Fragneto, di Guardia. Almeno cinquemila persone; qualcuno era lì per la festa religiosa, qualcun altro per la fiera, ma tutti aspettavano con pazienza l'arrivo dei loro eroi, l'arrivo dei partigiani regi comandati dal mitico Giordano che stava combattendo la guerra santa contro gli infedeli piemontesi. L'orologio del campanile stava rintoccando la quinta ora pomeridiana, il sole era ancora cocente ed ecco che un boato ruppe il silenzio dell'attesa. - Eccoli! -Sì,stanno arrivando, ecco i nostri eroi - Evviva, evviva!........ i prodi guerrieri cavalcavano sulla strada sterrata; gli zoccoli dei cavalli alzavano un gran polverone bianco visibile da Pontelandolfo. La gente era tanta, accalcata sul viale, urlava, gridava felice e buttava in cielo i cappelli in segno di giubilo. A San Donato c'erano proprio tutti: ragazze vestite a festa, ragazzi, contadini, operai e c'era la banda pronta per la processione. Al passar della brigata d'eroi, la folla si restrinse ai lati della strada come l'onda del mare che si aprì al passaggio di Mosè ........ La gente aspettava Giordano ed i suoi regi come il Messia, vedeva in lui il liberatore, la sicurezza, la libertà, la dignità che il Sud stava perdendo, vedeva in lui l'eroe solitario che combatteva contro un esercito agguerrito e ben armato, i cui capi erano liberal massoni e parlavano francese ....... L'arciprete cominciò a laudare il Signore con il Te Deum per ringraziare Francesco II ........ Finito il canto di ringraziamento, Giordano baciò il crocifisso inginocchiandosi davanti a Don Epifanio, e tutto il popolo fece la stessa cosa facendosi il segno della croce ........ Tutti baciarono la croce che Don Epifanio offriva loro; alcuni la baciavano con tale ardore che sembrava lo facessero per l'ultima volta prima d'una condanna a morte. Poi fu la volta di Giovanni Barbiero, Andrea Longo, Antonio e Francesco Parciasepe e Giosuè Del Negro, che mantenevano contatti tra l'arciprete e Giordano. Finita la genuflessione, Giordano ed i suoi guerriglieri, seguiti da oltre tremila popolani, si diressero verso il Corpo di Guardia, disarmarono i pochi ufficiali rimasti e lo devastarono. I quadri di Vittorio Emanuele II e Garibaldi furono fatti in mille pezzi, le suppellettili furono messe sottosopra. Gregorio Perugini fu Luca staccò la bandiera tricolore e strappò dal panno bianco lo stemma sabaudo mentre, Gregorio Polletta ne infrangeva l'asta di legno ........... Il popolo eccitato, come ubriacato dall'avvenuta libertà, urlava, gridava la propria gioia. Qualcuno andò in chiesa a ringraziare il Signore, altri parteciparono con Giordano ed i suoi partigiani al festoso banchetto ......... Saverio Di Rubbo diede la caccia a quello che riteneva essere la spia dei piemontesi, lo scovò rannicchiato nella sua stalla, sotto il fieno, e lo freddò con un colpo di fucile; si chiamava Angelo Tedeschi di San Lupo. Tra schiamazzi e spari in aria, si verificò che un colpo vagante colpì, ferendolo, Pellegrino Patrocco, eremita di Sassinoro, ed un altro colpì in casa sua, uccidendolo, Agostino Vitale. I partigiani regi davano la caccia ai liberali, rei di aver causato l'invasione piemontese e rei di latrocini continui ai danni della comunità in generale e dei contadini in particolare. Il partigiano Gregorio Perugini guidò Luciano Donato, Gennaro di Rubbo di Saverio e Salvatore Rinaldi detto Matteo nella casa dell'esattore delle imposte Michelangelo Perugino, liberal massone e reo di aver spremuto e ricattato i contadini. L'esattore fu ammazzato e la casa bruciata. Il popolo finalmente poteva sfogare la propria rabbia, rabbia repressa da un anno di sudditanza totale, di dittatura, di terrore, di ruberie, di violenze subite e mal celate. Finalmente era giunto il giorno del giudizio, la gente poteva sfogare la propria ira contro coloro i quali avevano venduto ai piemontesi la propria dignità e la propria libertà, traendone ricchezza e potere e affamando la collettività. La folla esultava, era estasiata, stordita ed esaltata; d'istinto si mosse verso la casa del sindaco Melchiorre; che era fuggito due giorni prima: venne completamente rovistata e scardinata. La stessa sorte toccò alle case di Iadonisio, del medico condotto Dionisio Lombardi e dell'architetto Sforza, tutta gente dedita alla causa unitaria. I partigiani visitarono le case dei galantuomini e proprietari terrieri, sicuri che avrebbero dato offerte in favore della causa antipiemontese; dettero il loro appoggio con denaro e viveri i signori Samuele Perugini, Gaetano Fusco, Nicola Rinaldi e Tommaso Pesce. Cosmo Giordano ed il suo vice, seguiti dal popolo, si diressero verso la casa comunale, ove distrussero i registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani di Pontelandolfo in caso che i piemontesi avessero rimesso i piedi nella città sannita. Dopo aver appiccato il fuoco all'ufficio anagrafe, i partigiani si diressero nella sala del sindaco ed abbatterono gli stemmi sabaudi; la bandiera tricolore fu bruciata sul balcone e al suo posto venne issata quella borbonica, tra le grida festanti e gli evviva della gente. Tremila persone erano in delirio, tutte felici e contente, tutte a caccia di qualche fantasma liberale. Non trovando nessuno, alcuni si diressero verso il carcere per liberare i prigionieri e altri presso la giudicatura per bruciarne i registri. Giordano andò a trovare il generale Filippo Tommaselli e i suoi stretti collaboratori borbonici. Con la benedizione di Don Epifanio, si diressero tutti sull'antico torrione per issarvi la bandiera del Regno delle Due Sicilie e per istituire un governo provvisorio. Ai partigiani di Giordano si unirono uomini di Casalduni e Campolattaro [...].

CASALDUNI 7 agosto 1861

[...] Il comune di Casalduni era retto dal sindaco Ursini, di idee legittimiste, borbonico, uomo saggio e probo. Convinto che i suoi concittadini sarebbero scesi in piazza da un momento all'altro Ursini, cercava di infondere il buonsenso nella gente. C'era aria di sollevazione, di turbamenti. Il sindaco conosceva la rabbia del popolo affamato da un anno di regime piemontese. Il Piemonte esigeva solo giovani per la leva e tasse, in cambio dava solo decreti repressivi e morte. Ursini era in continuo contatto con Tommaselli, ritenuto la mente civile della reazione e capo indiscusso, colui il quale manteneva i contatti con il Comitato Centrale Religioso di Napoli e le bande partigiane del Matese capeggiate da Giordano e Angelo Pica. Il buonsenso e la saggezza di Ursini erano riconosciuti da tutti, anche dai liberali del luogo, che furono avvertiti dal primo cittadino circa i pericoli in cui sarebbero incorsi in caso di sollevazione contro il regime piemontese. I contatti tra Tommaselli e Giordano erano mantenuti dal partigiano Vincenzo Maffei, amico intimo e fidato di Ursini. Il sindaco non faceva mai mancare ai guerriglieri regi viveri e cibaria varia, e questo era apprezzato anche dai proprietari terrieri, in quanto così facendo li teneva lontano dai poderi e dalle masserie. L'arruolamento tra le file partigiane era condotto da Giuseppe Ursini, fratello del primo cittadino. Per volontà di Francesco II, e per comunicazione scritta del generale Bosco, ogni arruolato riceveva 50 ducati per l'ingaggio e 40 grana al giorno di paga. Il 7 di agosto Casalduni era quasi deserta in quanto molti suoi abitanti s'erano trasferiti à Pontelandolfo per la fiera, ma verso le 18.00 qualcuno, cavalcando, portò la notizia che a San Donato erano arrivati Giordano e la sua banda, che dappertutto i vessilli borbonici sventolavano e che avevano ammazzato l'esattore Michelangelo Perugini e proclamato il governo provvisorio. Altre voci si aggiunsero alle prime, e cioè che Giordano sarebbe arrivato da un momento all'altro, ed in un baleno tutti i balconi e le finestre furono tappezzati ed abbelliti dalle bianche bandiere borboniche e le strade del paese illuminate ........ La gente si ammucchiava, cresceva di numero. Arrivati al posto di guardia, i popolani trovarono la porta chiusa, la scardinarono e si impadronirono delle armi e delle munizioni ivi depositate, abbattendo ogni cosa che puzzasse di Piemonte, ossia stemmi sabaudi e bandiere tricolori. Un altro gruppo di persone si diresse verso il comune. Erano i più esagitati; volevano incendiarlo, ma trovarono sull'uscio il sindaco Ursini che disse: - Amici, cosa volete fare? Ritornate nelle vostre case. Qui ci sono io e non Melchiorre, c'è uno di voi. Sapete come la penso, ho sempre difeso i contadini dalle grinfie dei "galantuomini". Io sono qui, assieme a voi; Melchiorre, sindaco di Pontelandolfo è fuggito, significa che aveva l'anima sporca. Amici, ho fatto preparare il bando affinché la guardia nazionale ed i galantuomini siano disarmati, perciò vi diffido dal compiere atti che potrebbero ritorcersi contro la nostra città. Il discorso del primo cittadino fu molto efficace e la gente si disperse andando nelle proprie case [...].

CAMPOLATTARO 7 agosto 1861

[...] Come in tutte le città del Sannio, anche a Campolattaro si era in attesa degli eventi e della cacciata dei barbari venuti dal Nord, ossia quella progenie di mentecatti chiamati soldati e che altri non erano che assassini e predoni mercenari. Nemmeno i liberali si sentivano sicuri, vedevano con i loro occhi la gente felice per il ritorno dei Borbone, udivano con le loro orecchie le lamentele e le contumelie contro i savoiardi, contro Garibaldi, contro i massoni. Anche a Campolattaro, come in altri comuni, la gente era tutta per Francesco II. Clericali, borbonici, soldati sbandati, contadini, artigiani, giovani riottosi alla leva, stanchi dei soprusi liberaleschi e delle ingiustizie piemontesi, affamati dall'amministrazione terroristica savoiarda aspettavano la scintilla per capovolgere le istituzioni. La sera del sette di agosto Sigismondo Cifaldi e Prospero Nardone, ritornando dalla fiera di San Donato, in groppa ai loro cavalli, si fermarono al centro della piazza principale di Campolattaro e chiamarono a raccolta i cittadini gridando a squarciagola: - Cittadini, accorrete! Vi portiamo nuove notizie da Pontelandolfo. Notizie belle, notizie di giubilo, sentite!. Subito fu calca attorno ai due coraggiosi, per cui Sigismondo continuò il suo breve discorso animosamente: - Sentite, il generale Bosco ha sbaragliato le truppe piemontesi ed ora è entrato a Pontelandolfo assieme a Giordano ed ai suoi partigiani regi. La città è in festa. Nella chiesa di San Donato hanno cantato il Te Deum di ringraziamento in onore di Francesco II. I liberali, compreso il sindaco sono fuggiti, è rimasto solo Michelangelo Perugini ed è stato ucciso, la sua casa è stata bruciata. La folla, in un tripudio gioioso, disarcionò i due cavalieri e li issò in aria più volte, esultando e gridando: Viva Francesco! Viva il Papa!. La gente cominciò a cantare l'inno dei partigiani: Libertà; e pian piano il canto, con la notte, si incuneò in tutti i vichi della città. Dopo un quarto d'ora arrivarono Vincenzo di Mella e Saverio Nardone, che lavoravano a Pontelandolfo, e confermarono le cose dette da Prospero e Sigismondo. La folla si eccitò ancor di più. Di Mella cercò di calmare la gente: -Compagni, amici, silenzio per favore, devo dirvi una cosa, silenzio!. La folla ammutolì di colpo. - Sentite, abbiamo bisogno di uomini, Giordano ha bisogno di uomini e di fucili. Dobbiamo cacciare quei bastardi figli di puttana di piemontesi. Sono venuti nelle nostre terre a rubare le nostre ricchezze e a violentare le nostre donne. Vogliono il nostro sangue, sono peggio dei vampiri, sono criminali, dobbiamo scannarli tutti! Noi non siamo andati in Piemonte. Questi bastardi dicono di combattere per fa re l'Italia una e hanno venduto la Savoia alla Francia! Traditori, vigliacchi! Chi si vuole arruolare?. Subito si presentarono venti giovani. Campolattaro era in festa, le bandiere borboniche spuntavano da tutti i lati e la baldoria continuò per tutta la notte [...].

CASALDUNI 8 agosto 1861

[...] Verso mezzogiorno, una cinquantina di casaldunesi si avviarono verso il municipio, portavano legato il garibaldino Rosario De Angelis, ritenuto traditore e quindi da processare. Per la gente del Sud, e a ragione, sia i garibaldini sia i liberali erano servi della borghesia del Nord cioè nemici del popolo e per questo motivo da eliminare: d'altronde la repressione vigliacca dei piemontesi non dava altre possibilità. Il sergente borbonico Leone andò incontro alla folla a cui si rivolse con la dovuta autorità: - Questo garibaldino lo prendo in consegna io; non dobbiamo essere incivili, lui è solo un credulone, un idealista, gli hanno fatto credere che l'unità politica dell'Italia avrebbe portato giovamento al popolo meridionale. Ha portato solo fame e morte! I Savoia sono dei bastardi ed i liberali famelici ladri e assassini. Non dobbiamo spargere sangue fraterno. - Ma questi non hanno pietà di noi - rispose un giovanotto - sono peggio dei piemontesi. - Rosario, tu vieni con me in prigione. Non vedi cosa sta succedendo nelle nostre province? E' possibile che credi ancora al concetto di Patria? Non vedi che la massoneria si è servita di Garibaldi ed ora lo ha isolato? Si son serviti di voi creduloni: la nostra patria è il Regno delle Due Sicilie. I piemontesi parlano un'altra lingua, sono qui solo per saccheggiare le nostre ricchezze. De Angelis: - Sergè, aggio creduto in una Italia repubblicana e aggio combattuto pe' chisti figli 'e puttana, senza saperlo. Vulevo n'Italia democratica, n'Italia felice e unita, n'Italia una dalle Alpi a Capo Passero, e m'a ggio sbagliato. Nun songo cecato e aggio visto le schifezze, le nefandezze e le ruberie. Se steve meglio primme. Leone: - Il Piemonte ha comprato generali ed alti ufficiali dell'esercito e funzionari. La sua politica di rapina ha provocato l'insurrezione. Ora pensa di poterla domare con il terrorismo e le fucilazioni, ma sortiscono nella gente l'effetto contrario. Un popolo affamato, religioso e civile prima di essere asservito combatte, vende cara la pelle. Un esercito di duecentomila soldati si trova sbandato e senza paga. Il governo piemontese non ha riconosciuto i gradi degli eroi di Gaeta e solo perché hanno difeso il loro re, la loro sacra bandiera, ma per i savoiardi ciò non è cosa buona. Quei militari furono fatti prigionieri e mandati a morire di freddo e di fame a Genova e a Torino, a migliaia. La gente chiede lavoro ed arrivano operai torinesi, impiegati che non sanno parlare nemmeno italiano. Che male abbiamo fatto? Siamo italiani come loro? Così intendono l'unità? In pochi mesi hanno fucilato ventimila nostri fratelli. Quei bastardi e barbari piemontesi un giorno la pagheranno! La vittoria, comunque vadano le cose, sarà degli oppressi. La storia ha sempre condannato gli oppressori. Quanta gente è costretta a fuggire sulle montagne! Son costretti a girovagare come belve per le valli ed i monti e trovare riparo in grotte ed antri e gli orfani aumentano, poveri ragazzi! I piemontesi si stanno macchiando di delitti atroci, disumani, sono dei criminali di guerra. Cominciò Bixio a Bronte, a Niscemi, a Regalbuto: fucilò centinaia di contadini, lo sapevi Rosario? - Non è possibile! Non ci credo! - E' dura, lo so, ma quei gran bastardi stanno mettendo a ferro e fuoco un regno pacifico e prospero. Gente napoletana viene scorticata viva, viene passata per le armi senza nemmeno una parvenza di processo, basta una semplice delazione, un semplice sospetto per aver aiutato un partigiano e si è morti, e senza i conforti religiosi che per un cattolico è la cosa più grave. Molti feriti vengono lasciati morire dissanguati nelle carceri ed altri negli ospedali; molti vengono lasciati morire letteralmente di fame nelle celle ed altri ancora vengono tramortiti e buttati in mare mentre vengono trasferiti dal Sud al Nord. I prigionieri vengono fucilati sul posto. Nei pressi di Lecce tempo fa i piemontesi presero 13 prigionieri borbonici e li fucilarono, a Montefalcione hanno fucilato 47 contadini in una chiesa ove si erano rifugiati. A Somma Vesuviana altri sette. Orrori su orrori. Questi assassini un giorno la pagheranno cara, la vendetta divina non può né potrà mancare. Il destino dei popoli è nelle mani dei ministri per poco tempo, la storia è fatta di corsi e ricorsi. La maledizione divina, un giorno si abbatterà sui Savoia e sul Piemonte. Il Piemonte ha sparso sangue fraterno e su quelle popolazioni andrà la maledizione di Caino. Il sangue scorre a fiumi nelle nostre contrade. Che siano maledetti per sempre il Piemonte ed i suoi governanti. Noi vogliamo una Italia civile e concorde, noi borbonici così l'abbiamo sempre intesa e ciò ci ha dato pace e benessere. I piemontesi la vogliono una ed indivisibile perché vogliono dividere solo i loro debiti. Ora vieni in prigione con me e voi tutti - rivolgendosi alla folla - andate nelle vostre case, a De'Angelis penso io. Il garibaldino fu trascinato nel carcere di Pontelandolfo, ma il nuovo governo provvisorio decise di liberarlo; verso Fragneto, riconosciuto, fu ammazzato da alcuni contadini [...].

CAMPOLATTARO 8 agosto 1861

[...] Il vice di Cosimo Giordano ......... si recò di corsa, col suo cavallo veloce, a Campolattaro per dare disposizioni se notizie a Carlo Tommaso Bisconti, acerrimo nemico dei piemontesi e patriota ardente e sincero. Arrivato al suo cospetto riferì: - Tommà, tutto il Sud è in rivolta, aimmo pigliate Casalduni e Pontelandolfo, ovunque sventolano le bandiere gigliate, viva il Regno delle Due Sicilie! Devi arruolare più gente che puoi, i piemontesi non staranno a guardare. Bisconti: - Non c'è problema, chiamo Di Mella e Saverio Nardone, loro già sanno a chi rivolgersi. Dopo un'ora si presentarono venti persone, che ......... si diressero al vicino corpo di guardia, disarmarono i presenti e presero tutto ciò che poteva servire. Prima di andare, abbatterono il busto di Vittorio Emanuele Il, lo stemma sabaudo e la bandiera tricolore, che venne sostituita da quella borbonica. Intanto s'era sparsa voce che nel paese era arrivato il vice di Giordano e la gente cominciò a tripudiare e gridare: - Evviva! Evviva! A morte i piemontesi, andiamo ad ammazzare chi ci ha affamato!. I liberali erano fuggiti la sera precedente. Sentite le notizie provenienti da ogni dove, la folla incendiò le case di Don Luigi Tedeschi e di suo fratello Salvatore e quella di Don Carlo Nardone, liberali affamatori [...]

PONTELANDOLFO 9 agosto 1861

[...] A Pontelandolfo l'amministrazione comunale insediatasi due giorni prima, prioritariamente stava organizzando i soccorsi ai più bisognosi e indigenti. La fame stava distruggendo intere famiglie; i liberali erano fuggiti con tutte le loro sostanze. Tommaselli diede ordine ai partigiani di assaltare la diligenza del Sig. Pedata. Il Comune aveva bisogno di soldi, servivano pane e farina, a pagare dovevano essere quelli che avevano causato il disastro economico e civile, cioè i liberali ed i piemontesi. In verità avrebbero dovuto organizzare un esercito di 100.000 uomini, sbarcare a Genova, saccheggiare tutti i paesi della Liguria e del Piemonte e massacrare i loro abitanti, ma i popoli meridionali sono sempre stati civili, non hanno mai invaso territori altrui e sono diventati belve quando hanno visto insidiate le loro donne e la loro libertà. Pontelandolfo in quei giorni era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio; nel suo territorio erano confluiti i guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e Campolattaro. Erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l'onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II. Dopo mesi di stenti, i primi a patire la fame furono i vecchi, i malati ed i bambini. Per strada si vedevano relitti umani, rinsecchiti e ridotti a pelle e ossa, i più deboli perirono, e furono molti, molto più dei fucilati e degli imprigionati dai vigliacchi piemontesi. Vittorio Emanuele II, Cavour e Ricasoli, la destra storica, i liberali, la massoneria tutta saranno maledetti per l'eternità dalle popolazioni meridionali e tutte le strade e scuole a loro intitolate dopo l'unità d'Italia un giorno saranno cancellate dalla toponomastica e le loro statue abbattute. Trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra. La carrozza era scortata da truppe scelte e, quando arrivò nei pressi di San Donato, fu attaccata dai partigiani ......... Francesco Parciasepe, Antonio Longo Cristoforo, Domenico Petronzio fu Giovanleonardo e da Antonio Ciarlo fu Libero Monaco, mentre gli altri coprivano le loro spalle appostati sui ciglioni della strada ......... In un baleno i venticinque guerriglieri acquattati sui ciglioni della strada balzarono nei pressi della carrozza con i fucili spianati, disarmarono la scorta e fecero uscire i passeggeri; tra loro vi era anche un capitano piemontese, tale Campofreda. L'azione fu incruenta: a nessuno fu torto un capello, a tutti furono rubati i soldi ed i loro preziosi. Il capitano piemontese tremava, pensava tra sé e sé che era giunta la sua ultima ora, ma ai partigiani non importava nulla della sua vita, a loro importava solo il denaro ........ Domenico Petronzio con una pietra sfondò la parte della carrozza ove era situato lo stemma sabaudo, altri due suoi compagni sfilarono i cavalli e tutti insieme, con le bandiere bianche al vento; cavalcarono verso la chiesa di San Donato. Si affiancarono altri cento guerriglieri che stazionavano in località Prainella indossavano tutti camicie bianche racchiuse da una benda rossa, simbolo dei Borbone. Da San Donato a Piazza del Tiglio furono accompagnati dalla banda musicale, che suonò l'inno nazionale di Paisello. Fino a notte inoltrata tutta Pontelandolfo festeggio i partigiani. Finalmente molti bambini potettero mangiare un pezzo di pane. Su a le Campetelle si ballava la tarantella e a Piazza del Tiglio si cantava l'inno dei partigiani Libertà. Mentre la gente si divertiva, Giordano stava interrogando la presunta spia garibaldina Libero d'Occhio, che faceva la spola tra i manutengoli ed i liberal massoni Iadonisio e De Marco, che riferivano ai piemontesi. Avendo saputo le cose che voleva sapere, Giordano fece fucilare Libero d'Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria [...].

CAMPOBASSO 9 agosto 1861

[...] Il Sannio ed il Molise erano praticamente liberi. In tutti i paesi le bandiere borboniche sventolavano sui pennoni più alti; anche Cerreto Sannita era praticamente isolata e così Campobasso, il cui governatore Giuseppe Belli fece arrivare questa informativa a Cialdini: "Ho interessato questo colonnello del 36° Fanteria a spedire delle forze verso Sepino lo stesso ho fatto col generale Villerey comandante la brigata di Isernia. Ho telegrafato al governatore di Benevento per conoscere lo stato di quei luoghi mentre il commercio si trova paralizzato da due giorni dopo le notizie dei noti avvenimenti, infine non ho mancato disporre che le guardie nazionali dei Comuni lungo la strada sino a Sepino, pratichino esatte e perenni perlustrazioni interessando in pari tempo i miei colleghi di Benevento e Caserta a fare lo stesso, per il tratto della consolare che rientra nelle rispettive giurisdizioni" [...].

CAMPOLATTARO 10 agosto 1861

[...] Campolattaro era in festa, tutta la città era imbandierata di bianco; la bandiera borbonica sventolava dappertutto1 la gente era felice e la rabbia repressa e nascosta per mesi nei loro animi, di volta in volta esplodeva castigando i liberali e le loro case che venivano incendiate. Verso sera la folla si diresse verso la casa del Notaio Armando Nardone, ne abbatterono la porta a colpi di scure e qualcuno gridò: -Incendiamo tutti i registri e le schede notarili, i liberali si sono appropriati dei beni demaniali, della nostra terra, dove porteremo le nostre pecore? Dove andremo a far legna? Quando c'era Francesco Il questo non succedeva. Le terre demaniali sono sacre e permettevano a noi tutti di vivere bene. Forza! tutti all'assalto!. Fu un via vai di gente; tutti a portare quelle cartacce in piazza; furono bruciate tra canti di gioia ed urla. Altri si diressero verso la casa del Cav. Giosuè D'Agostino, che venne svaligiata. Si dice che vi trovarono, nascosti in una botte, 12 mila ducati; veramente una fortuna, un tesoro, che certamente era stato accumulato dal liberale speculando spremendo e affamando i contadini. Dopo aver saccheggiato le case dei liberali, i ribelli reazionari presero strade diverse; alcuni andarono a ringraziare il Signore nella chiesa del paese, altri tornarono nelle proprie case, altri ancora andarono ad unirsi con i partigiani di Giordano, mettendo a disposizione della causa comune i soldi sequestrati nella casa del D'Agostino [...].

CAMPOBASSO 10 agosto 1861

[...] Il governatore di Campobasso era allarmato e stava m continuo contatto con la Luogotenenza di Napoli e col governatore di Benevento. Cialdini, da Napoli, aveva mandato ordini precisi al generale De Sonnaz: stroncare col sangue qualsiasi accenno o fermento di ribellione. Il colonnello del 36° Fanteria ordinò al tenente Cesare Augusto Bracci di portarsi verso Pontelandolfo "per fare argine ai briganti e di battersi solo se sicuro di vincere". Alle prime ore dell'alba del 10 agosto il tenente Bracci, a capo di trentasette bersaglieri e cinque carabinieri, partì da Campobasso. Appena fuori dalla città molisana la truppa piemontese cominciò a razziare i campi e le case dei contadini. Alla stessa ora cinquanta partigiani ......... con i loro cavalli veloci, si diressero verso Guardia Sanframondi, ove disarmarono la guardia nazionale e assalirono la casa del cassiere del Comune di Faicchio, prelevando fucili e denaro [...].

PONTELANDOLFO 10 agosto 1861

[...] Tirava aria di festa a Pontelandolfo; era sabato e qualcuno finalmente cominciò a riassaggiare un tozzo di pane. Con i soldi sequestrati dai partigiani, Tommaselli, come prima cosa, pensò di sfamare le famiglie che più avevano bisogno. I bambini, saputo che al comune distribuivano il pane, facevano festa e corsero tutti in frotta nei pressi del Torrione medievale ........... La città era in festa; finalmente era amministrata dal popolo vero, vivo. I liberali erano fuggiti. Quella mattina, oltre alle bandiere gigliate, i cittadini ebbero la sorpresa di vedere i muri delle case tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. Le case di Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro e dei paesi liberati furono imbiancate dai manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano, era il proclama del Comandante in Capo Chiavone che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni ......... Le parole del proclama erano alte e toccanti e infiammarono ancor di più gli animi della gente che era decisa più che mai a lottare contro la barbarie piemontese. Mentre a Casalduni la folla cantava il Te Deum nella piazza principale, Giordano si diresse verso San Lupo a caccia di armi che ottenne dalla guardia nazionale. Il liberal massone Jacobelli, spia di Melchiorre, ex sindaco di Pontelandolfo, riuscì a sfuggire alle grinfie dei partigiani regi. Era nascosto a San Lupo [...].

CASALDUNI 11 agosto 1861

[...] La voce dei disordini di Pontelandolfo arrivò fino a Napoli. Il macellaio piernontese Cialdini covava vendetta nel suo animo; da tutto il Meridione arrivavano notizie di città e paesi liberati dai partigiani borbonici e Casa Savoia era allertata al massimo, per cui dà Torino arrivavano a Napoli dispacci allarmanti e duri. I contadini, organizzati militarmente nelle bande partigiane, anche se male armati, davano lezioni di guerriglia; l'armata piemontese veniva umiliata continuamente. Era quella una guerra non dichiarata, l'esercito piemontese non aveva di fronte un altro esercito, e la cosa che più faceva imbestialire gli alti comandi savoiardi, era il fatto che quei "briganti" non osavano affrontarli in campo aperto e loro molte volte erano costretti a prendere a cannonate gli Appennini, ammazzando qualche camoscio e qualche cervo con i cannoni rigati, gli stessi che avevano bombardato e rasa al suolo Gaeta, città martire. Ad ogni disfatta dei suoi uomini il criminale di guerra, nonché macellaio, Cialdini, dava ordini di ritorsione terribili, che, secondo la sua ottusa e mostruosa immaginazione dovevano servire a rendere mansuete le popolazioni del Sud. Tali ritorsioni consistevano nel fucilare senza pietà la classe infima composta da contadini, operai e artigiani, gente colpevole solo di difendere la propria terra dagli incendi che, senza pietà, i bersaglieri appiccavano ai pagliai e ai raccolti. I piemontesi rubavano tutto: galline, pecore, maiali, conigli. Questi erano gli ordini. Non poche volte si diedero agli stupri di massa. La rabbia dei contadini aumentava di giorno in giorno e si scaricava in sommosse spontanee contro i centri di potere che rappresentavano i barbari cisalpini e contro i liberali loro servi e lacchè. La gente del Sud era fondamentalmente buona, timorata di Dio, attaccata alle tradizioni secolari e gelosa fino al parossismo dei propri costumi, delle feste religiose, della propria lingua, dell'attaccamento alla casa regnante borbonica; gelosa della famiglia che riteneva sacra ed indivisibile. Si concepivano tanti figli quanti una famiglia ne potesse sostentare; i contadini erano gelosi delle loro donne come lo erano della proprietà e delle terre demaniali che i sovrani borbonici lasciavano sfruttare al popolo con leggi adeguate. La gente del Sud era attaccata ai valori ed ai comandamenti della chiesa cattolica, ai suoi dogmi, alle sue leggi, alla sua morale; venerava e frequentava i sacri templi. I piemontesi osarono attaccare le fondamenta della società meridionale ed i contadini si ribellarono; presero subito coscienza che qualcosa di grande si stava abbattendo sulle loro teste, sulle loro famiglie. I cafoni, la classe infima, abituata da sempre ai sacrifici, al duro lavoro dei campi, al peso della zappa, al freddo polare degli inverni della dorsale appenninica e al caldo torrido delle estati di quelle zone, presero il fucile e ad ogni sparo sentivano qualcosa di bello liberarsi dentro l'anima. I contadini dovevano difendere il loro Re, la loro religione, la loro terra, i loro boschi, le loro donne, la loro dignità, la loro libertà dalle mani luride ed appiccicose dei piemontesi. A Pontelandolfo voci davano per certo ed imminente lo sbarco di Francesco II a Napoli; tutto era tranquillo, era domenica ed il caldo era tremendo. Nella chiesa di San Donato il prete stava celebrando la messa cantata mattutina, quando tra le gente si sparse la voce che una compagnia di piemontesi stava razziando le campagne attorno a Pontelandolfo. - I piemontesi stanno saccheggiando i nostri raccolti, setacciano le case e si stanno dirigendo qui! - gridò qualcuno. - Armiamoci, sono sfuggiti al generale Bosco, ammazziamoli, dobbiamo vendicare i nostri fratelli molisani ed abruzzesi - gridò qualcun altro. Infatti era vero, il luogotenente Cesare Augusto Bracci stava conducendo una compagnia del 36° fanteria da Campobasso a Pontelandolfo. Aveva fatto tappa a Sepino per rifocillare la truppa, ma, non trovando buona accoglienza, proseguì, impaziente di imbattersi con i partigiani, verso Pontelandolfo (5). Bracci era stato mandato a Pontelandolfo, con quaranta bersaglieri e quattro carabinieri, per ristabilire l'ordine piemontese e le regole che Cialdini aveva dettato a Napoli il giorno del suo arrivo. Non erano regole ma ordini del più forte: fucilazioni, fucilazioni e poi ancora fucilazioni. Man mano che la pattuglia si avvicinava al paese, il tenente Bracci s'accorgeva dell'ostilità della gente verso i piemontesi: Andate via! gridavano dai campi. - Andate via, morirete tutti! Pallanzoni, andatevene, non vi vogliamo, il generale Bosco vi massacrerà. - Dov'è il generale Bosco? - E' arrivato a Benevento. Il comandante della pattuglia non si sentiva più sicuro; sentendo la messa mattutina cantata nei pressi di San Donato, gli suonò come un triste presagio e decise di mettere uno straccio bianco sulla baionetta del suo fucile, in segnò di pace. In fila indiana la sua pattuglia si diresse verso piazza del Tiglio; vedendo i muri tappezzati col proclama del generale Chiavone, qualche bersagliere fu preso da raptus patriottico e istintivamente strappò qualche manifesto. Non appena arrivati in località Borgotello udirono dei colpi di fucile. Un bersagliere rimase stecchito. Le campane suonavano a stormo per dare l'allarme, la gente scappava sulla montagna a piedi o a cavallo, mentre i bersaglieri piemontesi si accostarono ai muri delle case con i fucili spianati verso la folla che si stava accalcando sulla piazza. I militari savoiardi rimasero sorpresi nel vedere la città imbandierata di bianco, vedevano bandiere borboniche dappertutto e i manifesti di Chiavone, parlottavano fra loro in dialetto piemontese, incomprensibile agli indigeni. La gente li osservava, scrutava ogni mossa dei bersaglieri e ne seguiva i movimenti. Il tenente Bracci vide un signore avvicinarsi e gli chiese: - Senti, quelli che stanno scappando sulla montagna sono briganti?. Golino, era il nome di quel signore, che rispose alla domanda dell'ufficiale livornese: - No, sono pacifici cittadini; hanno paura che succeda qualcosa e vanno in montagna per farsi proteggere dai partigiani. Bracci: - E le autorità? Dove sono?. Golino: - Son fuggiti tutti. Qui, Signor Tenente, sono tutti dalla parte dei Borbone. Il sindaco e gli altri sono fuggiti ed ora la città è amministrata da un governo provvisorio. Bracci: - Portaci qualcosa da mangiare, abbiamo razziato ben poco. Golino: - Non c'è niente da mangiare, se mi vedono portarvi qualcosa i paesani mi ammazzano. In quel momento giunse un soldato rimasto indietro e con affanno rivolgendosi al suo ufficiale, disse: Sior tenente, sono riuscito a scappare dalle mani di questa gente, sono tanti, hanno ammazzato uno dei nostri. Bracci: - Dio cane! Dobbiamo metterci al riparo, sono tanti; forza, andiamo lassù!. La pattuglia si diresse verso Pian della Croce; i soldati si appostarono e cominciarono a sparare alla cieca sulla folla ferendo molti cittadini. Questo episodio incarognì la gente. Due soldati che erano rimasti in una bettola all'ingresso del paese, e che stavano tracannando vino a scrocco, vennero accerchiati dai partigiani ......... il vice di Giordano, in un baleno disarmò i due, sottraendoli ai suoi compagni che avrebbero voluto ammazzarli. Questi ultimi furono fermati con decisione da Domenico Brugnetti, cocchiere di Don Giovanni Perugini, che, rivolgendosi al guerrigliero Michelangelo Pistacchio disse: - Michè, lasciali stare, sono di leva e sono contadini come te, guarda le loro mani, vengono comandati .......... Dal Piano della Croce i soldati piemontesi passarono alla masseria di Don Saverio Golino. Appena giunto al casino del Golino, il tenente Bracci gridò come un ossesso: - Prendetemi i contadini, sono tutti briganti, li fucilo tutti senza pietà!. Sentendo quelle parole, il padrone della m

di: Antonio Ciano


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