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venerdì 09 febbraio 2007
Foibe di serie A e foibe di serie B
Ecco cosa successe in Etiopia, dove il fascismo si macchiò di una colpa tremenda: genocidio.
letture: 5233
Antonio Ciano
Antonio Ciano
Webzine: Peggio delle fosse ardeatine, peggio di Marzabotto, peggio di Sant'Anna di Stazzema, peggio della foiba di Gaeta, peggio del peggio...
Italia coloniale / Peggio delle Fosse Ardeatine
La strage cancellata
di Andrea Semplici

"Mi sono sbagliato: è andata anche peggio", si corregge Angelo Del Boca a proposito del massacro di Debre Libanos (Etiopia). Ricerche recenti fanno triplicare il numero dei monaci vittime dell'ira del maresciallo Graziani: probabilmente 1.600. Accadde 60 anni fa. Ricorre in questo mese l'anniversario dell'attentato che provocò l'episodio più sanguinario di tutta la storia coloniale in Africa. Nigrizia vuol far memoria di "questi martiri giovinetti che la cristianità non ricorda".

Fu un eccidio, una strage premeditata e ingiustificata, il crimine peggiore commesso dal fascismo italiano in Africa. "Nessuno ha mai osato tanto; nessuna potenza coloniale, nella storia pur tragica del colonialismo, si è mai macchiata di una simile colpa": Angelo Del Boca, lo storico che, con grande puntiglio, ha svelato e fatto conoscere a tutti le vicende del colonialismo italiano, non nasconde certo la sua indignazione.
I suoi libri (Gli italiani in Africa Orientale, pubblicati una prima volta da Laterza e poi ristampati negli Oscar Mondadori) avevano già denunciato il massacro del monastero di Debre Libanos, l'uccisione di tutti i monaci copti del più importante centro religioso dell'Etiopia, avvenuta nel maggio del 1937 ad opera del generale Pietro Maletti su ordine del viceré dell'Africa Orientale Italiana, Rodolfo Graziani; ma nemmeno Del Boca aveva osato pensare che quel crimine fosse stato molto più grave e spietato di quanto risultasse dai documenti pubblici.

Del Boca aveva già descritto l'assassinio di 449 monaci, preti e diaconi copti, ma non aveva immaginato, negli anni della sua prima ricerca, che le vittime potessero essere molte di più, tre volte di più. Forse sono stati addirittura 1.600 i religiosi uccisi dalle mitragliatrici del generale Maletti sulla scarpata che precipita verso il Nilo Azzurro. Oggi è la ricerca, cocciuta e meticolosa, di due storici, l'inglese Ian L. Campbell e l'etiopico Degife Kabré Sadik, a rivelare tutto l'orrore di quell'episodio.

Il nuovo studio sull'eccidio di Debre Libanos verrà pubblicato, quest'anno, sul numero 21 della rivista Studi Piacentini diretta da Angelo Del Boca, ma lo storico ha accettato di anticipare a Nigrizia gli elementi essenziali di nuove testimonianze e prove che gettano una luce ancora più sinistra sulle guerre del fascismo in Africa e sull'occupazione italiana dell'Etiopia.


L'attentato
Sono passati sessant'anni: in questo mese cade un triste anniversario che pochi ricorderanno. Era il febbraio del 1937, l'Italia, da meno di un anno, aveva debellato la resistenza etiopica e conquistato l'antico impero dei negus. La guerra di aggressione dell'Italia all'unico stato indipendente dell'Africa subsahariana era finita. Vano e inutile era stato l'appello di Hailè Selassié alla Società delle Nazioni: Mussolini, dal balcone di piazza Venezia, aveva annunciato, a maggio del 1936, la caduta di Addis Abeba e la nascita dell'Africa Orientale Italiana. Ma la resistenza etiopica non era certo stata vinta, ras fedeli al negus stavano organizzando una micidiale guerriglia, le campagne dell'altopiano erano terre insicure per i soldati italiani.

Il maresciallo Rodolfo Graziani aveva sostituito Pietro Badoglio sul trono di viceré di Addis Abeba. E Graziani aveva deciso, il 19 febbraio del 1937, di compiere un gesto rassicurante, una prova spettacolare della pax italiana. "Sì, il viceré doveva dimostrare la "generosità" degli italiani e rompere la cappa di insicurezza che regnava sulla capitale etiopica - dice Del Boca. Per questo decise di distribuire, nel giorno nel quale i copti celebrano la Purificazione della Vergine, la somma di cinquemila talleri ai poveri della città".

Graziani, in questo modo, voleva festeggiare anche la nascita di Umberto, principe ereditario della dinastia Savoia. La cerimonia si svolse sui gradini del Piccolo Ghebì, la vecchia residenza di Hailè Selassié, oggi sede dell'Università di Addis Abeba. La resistenza etiopica decise di colpire proprio in quell'occasione. "Due giovani eritrei, ma probabilmente erano più di due, confusi nella folla dei mendicanti, lanciarono diverse bombe a mano contro Graziani. Le vittime dell'attentato furono sette, ma il viceré fu solo ferito, colpito alla schiena da centinaia di schegge", spiega Del Boca.


La rappresaglia
La vendetta italiana fu immediata: Mussolini, da Roma, ordinò un "radicale ripulisti". Il federale di Addis Abeba, Guido Cortese, scatenò una terribile "caccia ai neri", una rappresaglia feroce e senza pietà. Dice Del Boca: "Per tre giorni soldati italiani, bande armate di fascisti, ascari eritrei ebbero mano libera. Rastrellarono i quartieri più poveri di Addis Abeba: bruciarono i tucul con la benzina, usarono le bombe a mano contro chi cercava di sfuggire ai roghi". Venne data alle fiamme, davanti agli occhi di Cortese, anche la chiesa di San Giorgio.

Terribile il bilancio della vendetta italiana: seimila morti, secondo Del Boca; 30 mila, a leggere le fonti etiopiche. Ma il massacro fu senza fine: Graziani decise di eliminare tutta l'intellighenzia etiopica. I tribunali militari diventarono macchine di morte: tra febbraio e giugno, furono fucilati alti funzionari governativi, notabili del negus, intellettuali, giovani etiopici che avevano studiato all'estero.

A marzo, Graziani ordinò lo sterminio degli indovini e dei cantastorie che stavano annunciando, nelle loro profezie, la fine dell'occupazione italiana. Il comandante dei carabinieri in Etiopia, Azolino Hazon, tenne una tragica contabilità: il 2 giugno del 1937 annotò nelle sue statistiche che, solo i carabinieri, avevano passato per le armi "2.509 indigeni".

"Non è finita. Graziani vuole catturare i due attentatori - rivela Del Boca. Le indagini militari italiane avvertono il viceré che i due eritrei si sarebbero addestrati al lancio delle bombe nella città sacra di Debre Libanos. Graziani non ha una sola esitazione: ordina al generale Maletti di occupare il monastero più importante dell'Etiopia".

Debre Libanos, città conventuale, tremila tucul e due grandi chiese in muratura, a un passo dai canyon del Nilo Azzurro, nel cuore della regione dello Shoa, è il centro del potere della religione copta: il convento fu fondato, nel XIII secolo, da Tekle Haymanot, l'evangelizzatore cristiano degli altopiani. Per secoli il potente superiore dei monaci di Etiopia è sempre stato scelto fra i religiosi di Debre Libanos. "Graziani ordina a freddo un'autentica, spietata razzia - osserva Del Boca. Vuole far sparire la città sacra dei copti, vuole distruggere il Vaticano degli etiopici. Il generale Maletti è un esecutore zelante: nella sua marcia verso Debre Libanos brucia 115.422 tucul, 3 chiese, 1 convento, e uccide 2.523 etiopici". Una contabilità da macabro ragioniere.

Maletti occupò Debre Libanos il 19 maggio del '37 e, subito dopo, ricevette un messaggio da Graziani: "Abbiamo le prove della colpevolezza dei monaci". Il viceré ordinò: "Passi per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore".


Lezione "opportuna e salutare"
Sono gli storici Campbell e Sadik, a questo punto, a scoprire i particolari di questa tremenda esecuzione: hanno raccolto testimonianze, ascoltato i racconti dei superstiti, hanno soggiornato a lungo nel convento. I monaci, i sacerdoti, i giovani diaconi di Debre Libanos furono condotti dagli uomini di Maletti in uno stretto vallone a venti chilometri dalla città. É la gola di Zega Weden, erosa dal torrente di Finka Wenz.

I monaci, secondo la ricostruzione dei due storici, vennero spinti sull'orlo del crepaccio, schierati su una fila con alle spalle i precipizi. Vennero uccisi a colpi di mitragliatrice: erano troppi per i fucili delle truppe italiane. Via via che cadevano, gli ascari dell'esercito italiano gettavano i corpi nel crepaccio. Campbell e Sadik sono riusciti a ritrovare un ragazzo che scampò all'eccidio: aveva 14 anni e si finse morto. Il vecchio di oggi non può dimenticare quanto accadde in quel tragico giorno di sessant'anni fa.

I due storici sono scesi fra le rocce del crepaccio di Zega Weden: hanno trovato ancora le ossa di quei monaci sventurati, hanno raccolto le prove di quel lontano massacro che l'Italia ha dimenticato. Graziani, dopo il massacro, non ha un solo ripensamento, nemmeno un dubbio: l'eccidio dei preti e dei diaconi di Debre Libanos è, per il viceré italiano, un "romano esempio di pronto, inflessibile rigore. É stato sicuramente opportuno e salutare". E ancora: "Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell'Etiopia con la chiusura del convento di Debre Libanos".

Angelo Del Boca, per anni, ha ritenuto che le vittime del massacro fossero "solo" 449, ma le nuove testimonianze rivelano che, sulle gole del Nilo, furono uccisi fra 1.200 e 1.600 monaci. Moltissimi erano giovani e ragazzi, catechisti e diaconi. Scrive amaro Del Boca: "Sono stati martiri giovinetti che la cristianità non ricorda e non piange perché africani e diversi".

L'eccidio di Debre Libanos fu il detonatore della rivolta etiopica: nell'estate del 1937 la ribellione contro l'occupazione italiana è generale. A novembre Graziani è sostituito con Amedeo d'Aosta. Ma la seconda guerra mondiale è alle porte, l'impero africano del fascismo italiano sta per crollare. I cantastorie ci avevano visto bene.

Andrea Semplici


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Onore al macellaio
Rodolfo Graziani è passato alla storia come "il macellaio" dell'Etiopia. Fu un uomo feroce, arrogante, esaltato. Eppure qualcuno sta pensando di dedicare al sanguinario viceré dell'Africa Orientale Italiana un museo.
Graziani è nato a Filettino, piccolo paese di montagna in provincia di Frosinone. Negli anni '80 era sindaco di Filettino il senatore missino Romano Misserville e l'amministrazione comunale decise di trasformare la vecchia casa di Graziani in museo dedicato al viceré fascista. "Riuscimmo a ottenere anche 350 milioni dalla Regione Lazio - ricorda il sindaco di oggi, Franco Pesci. Venivano anche dieci pulman al giorno a visitare la casa di Graziani. Si facevano le fotografie là davanti. Il paese ci guadagnava. Graziani è una figura storica: quella era una buona idea".

Nel 1990 cambiò l'amministrazione di Filettino: la nuova giunta di sinistra decise di impiegare i fondi in un Museo della Montagna. Nel 1995, nuovo ribaltone politico in questo paese di 600 abitanti, spopolato da una inarrestabile emigrazione. Vince il Polo, ma il sindaco, pochi mesi dopo la sua nomina, muore. Nuove elezioni, nel novembre del '96, e nuova vittoria del Polo: sindaco è Franco Pesci di Alleanza nazionale ("Ma scriva del Polo"). E l'idea del museo da dedicare a Graziani riprende a camminare. "Graziani ha donato al paese l'ufficio postale, l'ambulatorio, la farmacia - dice il sindaco. Perché non dobbiamo ricordarlo? Pensiamo a un museo nella sua casa: verrebbe tanta gente a visitarla, sarebbe un bene per Filettino. Abbiamo parlato con gli eredi di Graziani e loro sono d'accordo. Altre sale potremmo dedicarle a un umanista sempre nato qua attorno, Martin Fireditico".

Storia balorda e squallida: "il macellaio", l'uomo dell'eccidio di Debre Libanos, forse avrà il suo museo, mentre la stele di Axum, rubata dagli italiani nella città sacra dell'antichità etiopica, dono personale del ministro delle colonie Lessona a Benito Mussolini, è ancora davanti al Circo Massimo a Roma. Perfino l'abuna Paulus, massima autorità copta in Etiopia, ha scritto a papa Giovanni Paolo II implorando la sua mediazione per la restituzione della stele, simbolo della grandiosità della storia etiopica. Ma, con le elezioni amministrative alle porte a Roma, chi rischierà una contrapposizione radicale sulla nostra storia coloniale compiendo una gesto di dignità e giustizia? Più semplice pensare a un museo al "macellaio". (A.S.)


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Articolo tratto da Nigrizia ospitata nel sito di Peacelink
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di: Antonio Ciano


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