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Home » News » Webzine » Cronaca » «Mandami su il pacco con la ra...
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sabato 17 giugno 2006
«Mandami su il pacco con la ragazza» Le telefonate hard del principe
Donne e videopoker Vittorio Emanuele finisce in manette
letture: 2094
Vittorio Emanuele II
Vittorio Emanuele II
Cronaca: Per almeno un anno i telefoni del principe Vittorio Emanuele di Savoia e dei suoi collaboratori sono stati intercettati dalla procura di Potenza.

Il principe è finito nella inchiesta quando il pm Henry John Woodcock, indagando sui rapporti tra la famiglia malavitosa potentina Tancredi, affari nel gioco d'azzardo, e Rocco Migliardi, legato alla criminalità di Messina.
arresto
arresto
Migliardi porta il pm potentino al principe Savoia, che funge da intermediario utile a raggiungere con i vertici dei Monopoli di Stato, collettori di tangenti finalizzate a ottenere il rilascio dei nullaosta per «gli apparecchi elettronici di intrattenimento», utilizzati poi invece per apparecchi e giochi d'azzardo vietati dalla legge. Intercettazione tra Gian Nicolino Narducci (collaboratore del principe) e Vittorio Emanuele Savoia del 7 marzo del 2005, tre giorni dopo il rilascio di Giuliana Sgrena e la morte del funzionario del Sismi, Nicola Calipari. Nella telefonata, il collaboratore annuncia al principe l'arrivo di un «pacco fresco», una ragazza bellissima...

N.: Narducci
VE : Vittorio Emanuele
N.: (...) E mi ha detto che la settimana prossima, se lei ha piacere, veniamo su a Gstaad.
VE.: si.
N.: con, con un pacco.
VE.: esatto. Giusto, eh!
N.: eh! Si, si giusto, però poi bisogna, bisogna poi vedere dove andare, eh!
VE.: è un pacco moderno?
N.: nuovo, fresco.
VE.: come?
N.:eh, giusto, giusto, giusto. Mi ha detto che è una ragazza bellissima.
VE.: si?
N.:bruna, bellissima, bellissima.
VE.: si,eh?
N.: si, si, si, si. Settimana prossima se lei ci dice l'ok.
VE.: si ,o se no giù a Ginevra.
N.: ehm. Oh a Ginevra. Io,io, io, io,ecco:Ginevra! Se la principessa è su, forse è meglio, eh!
VE.: si.
N.: eh. Perchè così non c'è controlli.

GLI INSULTI A GIULIANA SGRENA I due cambiano discorso e cominciano a parlare del delitto Calipari
VE.: senta: che casino che è venuto fuori, eh!
N.: ma di che, di cosa?
VE.: adesso guardi che quella lì.
N.: uhm.
VE.: è meglio che non si faccia vedere in giro, eh! Quella che..
N.: chi è?
VE.: quella merda lì che è stata, ehm, che ha fatto morire il nostro capo dei servizi segreti.
N.: ah sì! Quella lì è una merda! Comunista di merda quella lì!
VE.: Le televisioni l'hanno distrutta! Le televisioni di Berlusconi e il TG 2
N.: sì,sì,sì.
VE.: l'hanno distrutta!
N.: ah sì?
VE.: sì.
N.: ah sì,ah sì, mi fà, mi fà ridere, mi fà ridere Emilio Fede che ha detto che lei guardava dal finestrino e contava le pallottole che sparavano gli Americani! ( ride)
VE.: e poi è meglio che non vada ad abbracciar la vedova: no,no.Glielo sconsiglio! ( ride)
N.: ( ride) comunque è una. Eh, ma guarda è una, sono merde quella gente lì! E' gente che! Comunque non ci va più in Iraq, ha detto che non ci và più, eh!
VE.: ma è meglio che ci andasse, così la fan fuori!
N.: così la tolgono dai piedi, eh! Comunque!
VE.: no, ma come si chiama quel giornale lì?
N.: il Manifesto, il Manifesto.
VE.: hanno detto che era un agguato fatto dagli Americani ! Ma figuriamoci! Quel pezzo di merda di quella vecchia troia
N.: (ride) Bisognerebbe, bisognerebbe portarla in una caserma di alpini e poi darla agli alpini che se la sollazzino!
VE.: no, ma poi dopo la buttano giù! La buttan giù dalla montagna, morta,a pezzetti!

I TRAFFICI CON I MONOPOLI Quello che segue è il fax che il faccendiere Achille De Luca (già arrestato da Potenza circa un mese fa), l'«eletto» del principe Vittorio Emanuele di Savoia per curare i rapporti con il Monopolio di Stato, invia allo stesso principe, rendendogli conto dell'attività fino ad allora svolta. E poi anche a Ugo Bonazza, socio del malavitoso Migliardi. Il fax è del 27 gennaio 2005. «Ho, questa mattina, concluso l'iter per la definizione delle Tue pratiche bloccate, nelle mani di alti responsabili di trastevere.
In modo volutamente equivoco e con "fumus meridional" ho detto loro che sarei stato generoso... Ho usato la stessa espressione di V.E. Valuta Tu in piena coscienza cosa vuoi anticipare ora, e saldare i primi della prossima settimana, a questi due "amici"". Attendo Tue istruzioni»

Sostiene il gip: «Nel fax appena riportato il DE LUCA offre ai suoi complici il fedele resoconto dell'incontro avvenuto pochi minuti prima presso gli uffici del Monopolio, evidenziando chiaramente di aver promesso ai suddetti pubblici funzionari una "generosa" ricompensa per i loro favori, in ciò seguendo testualmente le disposizioni impartitegli dal SAVOIA. Dalle parole del DE LUCA emerge, pertanto, tutto il peso delle direttive impartite dal SAVOIA nell'espletamento del suo ruolo di vertice in seno all'associazione in questione»

17/6/2006 - La Stampa

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LA PRINCIPESSA «E' UNA VERGOGNA, MIO FRATELLO STA DISTRUGGENDO TUTTO QUELLO CHE NOSTRO PADRE HA FATTO IN TRENTASETTE ANNI DI ESILIO»

Maria Gabriella:
«Lo sapevo che finiva così, è un credulone vittima di una moglie interessata solo ai soldi»


A fine marzo Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice di Savoia hanno mandato una lettera al principe Paolo Boncompagni Ludovisi, presidente del consiglio dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, con le loro dimissioni. La lettera diceva: non riconosciamo nella attuale conformazione dell'Ordine quello che era stato fondato dai nostri avi e tramandato da nostro padre il Re. Emanuele Filiberto commentò l'accaduto dicendo che le sue zie non partecipavano molto alle attività dell'Ordine e forse non sapevano quello che è stato fatto in questi anni. Conversando con la principessa Maria Gabriella, si può sentire nella sua voce un tono che va dall'indignato all'arrabbiato, dal triste allo sconcertato con in fondo un pizzico di quella signorile vergogna per le gravi notizie che riguardano la sua famiglia, suo fratello Vittorio Emanuele.

Si è dimessa perché aveva avuto qualche evidenza che gli affari condotti da suo fratello in nome dell'Ordine non erano del tutto rispettabili?

«Non mi aspettavo tanto, ma era prevedibile che sarebbe successo qualcosa perché frequentava gentaglia, la feccia. Se penso che mio padre, proprio in questi giorni, sessanta anni fa partì per l'esilio per il bene del Paese. E' una vergogna che Vittorio Emanuele con la complicità di sua moglie, e di suo figlio Emanuele Filiberto, stia distruggendo tutto quello che mio padre ha fatto in trentasette anni di esilio».

Ma cosa esattamente stava succedendo nell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro?

Ha introdotto una quota associativa, attività come la vendita di oggetti con lo scudo sabaudo e la carta di credito dell'Ordine e in confronto alle accuse di oggi quell'uso improprio dell'Ordine sembra piccola cosa. Ma non lo è, perché è una volta di più una totale mancanza di rispetto per la sua storia, per quello che la nostra famiglia ha rappresentato per la storia d'Italia. Mi hanno insospettito anche le strane associazioni di beneficenza di mio fratello, di suo figlio, perché c'erano sempre in quei comitati dei mascalzoni, delle persone poco limpide. Oggi è scoppiato il bubbone».

Cosa realmente pensa sia passato per la mente di Vittorio e quale poteva essere lo scopo di quelle frequentazioni?

«Mi fa pena ma è un credulone e il figlio è un arrivista, la moglie Marina è interessata al denaro, non le basta mai, venendo da una famiglia di imprenditori falliti voleva sempre di più. In lei c'è una forma patologica. Io dicevo sempre che non potevano frequentare persone di terz'ordine e nulla altro, che non era possibile, che un giorno o l'altro sarebbe successo qualcosa. Vittorio si fa usare ed è lei che decide tutto».

Ai primi di maggio era stato arrestato un tale Achille De Luca, che pare li aveva accolti a Palermo e che si faceva passare per quello che non era. Imprudenza? Se guardiamo un po' la storia di Vittorio, lo vediamo spesso in qualche situazione limite, perché?

«Da quando è nato non ha fatto che pasticci, incidenti di ogni genere, e si è fatto traviare da quelli che lo circondavano. E' una forma di ingenuità per non dire di sciocchezza. Non ragiona. Si fa utilizzare perché ha un nome. Non sanno selezionare le persone. Ricordo che fui io a dare a mio padre la notizia della sparatoria di Cavallo. Ricordo ancora il tono della sua voce, era disperato. Quella storia ha accorciato la sua vita. Anche questa volta probabilmente c'è la solita faciloneria, e pressappochismo che lo rende facile preda di astuzie altrui. Che bisogno aveva di andare a quella penosa trasmissione di Porta a Porta con quella gente? Non c'era nulla di dignitoso, non era davvero all'altezza del nome che porta».

Emanuele Filiberto percorre la stessa strada?

«Lui è dedito alle sponsorizzazioni più estreme. Chi ha la responsabilità della memoria storica di questo Paese dovrebbe assumere una visione meno commerciale della propria storia. Tutto ciò è vergognoso e umiliante. Mi auguro che alla fine si ritirino tutti, non in Italia, in silenzio a coltivare fiori».

Ludina Barzini - La Stampa

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ALTRI 12 NEI GUAI. ARRESTI DOMICILIARI PER IL PORTAVOCE DELL'EX VICEPREMIER

Donne e videopoker
Vittorio Emanuele
finisce in manette

L'indagine della Procura di Potenza
Il principe arrestato dopo pranzo a Lecco



POTENZA. Dopo il pranzo a Villa Cipressi, a Varenna, sul lago di Como, era atteso a Campione d'Italia, per un'iniziativa benefica al Casinò. Ma nel primo pomeriggio è accaduto l'inimmaginabile. Quattro agenti di polizia si sono avvicinati a Vittorio Emanuele di Savoia per notificargli un ordine di custodia cautelare per reati infamanti: associazione a delinquere finalizzata al falso e allo sfruttamento della prostituzione. Il principe, pallido e ammutolito, ha seguito i poliziotti nel lungo viaggio che in serata lo ha condotto nel carcere di Potenza. In quella città un magistrato, Henry John Woodcock, si è imbattuto nel figlio dell'ultimo re d'Italia indagando su una misteriosa organizzazione capeggiata da un altrettanto enigmatico personaggio, Massimo Pizza, sedicente agente segreto e funzionario dell'Onu, che in base all'accusa ha messo a segno truffe per centinaia di milioni di euro ai danni di decine di imprenditori.

Secondo il giudice per le indagini preliminari Alberto Iannuzzi, che ha accolto la richiesta di arresto, Vittorio Emanuele avrebbe avuto rapporti con una banda specializzata nel rilascio dei nullaosta per l'installazione dei videogiochi ed altri apparecchi utilizzati nel gioco d'azzardo. L'altra imputazione riguarderebbe un giro di ragazze «per allietare» le serate dei clienti del casinò di Campione d'Italia, facoltosi imprenditori ma anche personaggi siciliani legati a Cosa Nostra. Il principe avrebbe ricoperto un duplice ruolo: quello di procacciatore delle ragazze, ma anche di «cliente». Gli incontri sarebbero avvenuti in alberghi francesi e svizzeri. Vittorio Emanuele non è l'unico personaggio eccellente finito agli arresti.

Il gip ha emesso altri dodici ordini di custodia. Nell'elenco c'è Salvatore Sottile, portavoce del presidente di Alleanza nazionale, Gianfranco Fini, agli arresti domiciliari, accusato di avere abusato di un'aspirante show-girl calabrese, promettendole carriera e successo con la complicità di un funzionario della Rai che risulta indagato. C'è anche il sindaco di Campione, Roberto Salmoiraghi, anche lui detenuto in casa. Gli altri destinatari del provvedimento sono Rocco Migliardi e i figli Ignazio e Giuseppe, gestori di sale giochi a Messina, sospettati di legami con la malavita organizzata, Ugo Bonazza, Gian Nicolino Narducci, Rocco e Giuseppe Migliardi, Nunzio Massimo Laganà, Francesco Tarantino, Giuseppe Rizzani, Achille De Luca e Massimo Pizza, entrambi già in carcere. Altre 20 persone avrebbero per ora evitato il carcere, ma sarebbero indagate per reati che vanno dalla corruzione alla concussione, dalla falsità ideologica al riciclaggio e al favoreggiamento.

Tra questi vi sono il direttore generale dei Monopoli di Stato, Giorgio Tino, e la responsabile dell' ufficio apparecchi da intrattenimento dello stesso ente, Anna Maria Lucia Barbarito: sospettati di aver partecipato al «mercato» dei nullaosta illegali per i videogiochi. «Per me parleranno le oltre duemila pagine del provvedimento che ho firmato», dice il Gip Iannuzzi. L'indagine condotta dal sostituto procuratore di Potenza Woodcock, di origini napoletane a dispetto del nome anglosassone, va avanti da oltre due anni e sarebbe la trama ideale per una spy story, racchiusa nell'ordinanza con intercettazioni telefoniche e decine di fotografie del principe.

Il protagonista principale però è Massimo Pizza, arrestato il 6 maggio con altri sedici per raggiri a cui avrebbe preso parte, secondo l'accusa, anche il vicepremier e ministro dell'Interno della Somalia Hussein Mohamed Farah Aidid. La «banda delle truffe» avrebbe spillato milioni di euro a imprenditori attirati col miraggio dell'affare del secolo. Alle vittime veniva fatta balenare la possibilità di partecipare alle attività di ricerca di acqua oppure a investimenti in Somalia. Ad altri imprenditori ingenui sono state vendute nomine inesistenti nei servizi segreti, o quadri d'autore che in realtà non sono mai stati consegnati. Il centro dell'organizzazione sarebbe Massimo Pizza, che si definiva «capo dell'ufficio K del Sisde».

Dopo l'arresto, Pizza ha fatto al pm una serie di rivelazioni. Ha sostenuto di sapere tutto dell'omicidio della giornalista della Rai Ilaria Alpi, uccisa in Somalia; del sequestro di Emanuela Orlandi, figlia di un funzionario del Vaticano; della massoneria deviata che si anniderebbe anche in Vaticano; della strage di Ustica, su cui Pizza ha finanziato un film mai fatto; di una serie di operazioni fasulle messe in piedi dai servizi segreti. E da ieri, in questo complicato e incredibile affaire, compare anche il nome di Vittorio Emanuele di Savoia. La polizia lo seguiva da tempo nei suoi spostamenti. Varcava tranquillamente il confine francese al Monte Bianco, e nei suoi viaggi è capitato che trasportasse materiale illegale. Un funzionario della dogana, anch'egli indagato in questa inchiesta, chiudeva un occhio.

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ROMA. Ex giornalista del Secolo d'Italia, come tanti altri dirigenti di An, Salvatore Sottile è stato negli ultimi 12 anni l'uomo-ombra di Gianfranco Fini prima al partito poi al governo.

Sottile, 47 anni, è nato a Milazzo dove ha militato nel Msi negli anni Settanta. Nella città siciliana ha conosciuto Domenico Nania che lo porta a Roma e qui comincia la sua attività giornalistica per poi passare all'ufficio stampa del gruppo parlamentare del Msi con il capogruppo Alfredo Pazzaglia. La sua esperienza dei rapporti con la stampa quindi inizia alla Camera alla fine degli anni Ottanta. Il portavoce di Fini allora era Francesco Storace che quando diventa deputato presenta Sottile al capo. E' il '94 e da quel momento è sempre stato accanto all'ex ministro degli Esteri, anche durante la delicata fase di transizione dal Msi ad Alleanza nazionale.

Tanti anni all'opposizione fino alla vittoria del centrodestra nel 2001: Fini diventa vicepresidente del Consiglio e Palazzo Chigi, con lui va ovviamente anche Sottile attento a filtrare ogni notizia e indiscrezione del suo leader. Quando Fini passa alla Farnesina, lui ufficialmente rimane alla vicepresidenza, ma di fatto ha una stanza accanto a quella del nuovo ministro degli Esteri che segue nei sui viaggi all'estero. Con l'azzeramento delle cariche interne voluto da Fini, emerge una nuova classe dirigente e viene istituita la figura del portavoce del partito, che diventa Andrea Ronchi. Ma il ruolo di Sottile rimane centrale accanto a Fini. Il quale adesso si dice esterrefatto, esprime solidarietà al collaboratore e fiducia nella magistratura, pur ricordando che dallo stesso magistrato erano partite inchieste «rivelatesi inconsistenti».

Fulvio Milone - La Stampa - 17/6/2006

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E doveva diventare re, pover'uomo


Anche Maria Gabriella, mentre litigava con lui, diceva ai giornalisti che non voleva parlarne male: «In fondo, è così simpatico». Nessuno ha mai capito bene quanta ironia ci fosse, e se ce n'era. Molti potranno dire d'averlo visto ridere o sorridere. Pochi d'averlo visto piangere. «Non posso farlo», ha sempre detto. Può darsi che sia vero. Eppure, in questa contraddizione sta tutta la sua pena, quella di un uomo che ha sempre finito per sfidare la vita contro vento, dai suoi primi giorni, quando è stato costretto a seguire in esilio il «Re di maggio», a tutti quelli che sono venuti dopo, riempiti sempre di sospetti, accuse, liti e di processi, che molte volte si è pure cercato da solo, ma tante altre gli sono capitati addosso tra capo e collo, come un conto da pagare, una condanna da portare.

E pure oggi che un'accusa infamante lo inchioda nelle pagine di cronaca nera, quello che colpisce di Vittorio Emanuele è l'incredulità che lascia negli astanti tutte le volte che fa qualcosa, che parla, che risponde o reagisce, come se un destino beffardo muovesse ogni sua azione e ogni suo pensiero, per punirlo o per inseguirlo. Forse pure stavolta sarà così. Lui è quello che quando nel '96 cominciarono a decidere in Parlamento di farlo rientrare in Italia, riuscì a correre subito alla televisione svizzera a proclamare che «la monarchia è superiore alla Repubblica» (25 ottobre '96), e a replicare nemmeno due mesi dopo che in ogni caso lui non era disposto a giurare fedeltà alla Repubblica italiana. Il risultato fu che vinsero le polemiche e l'iter si fermò. Ma se i giornalisti passavano la frontiera per andarlo a trovare, il principe in esilio pativa come un disperato, si arrabbiava e non si dava pace.

Dov'era l'errore, allora? Guai a dirgli, poi, che forse se l'era cercata, perché non ci vedeva più ed era capace di cacciare fuori di casa l'incauto di turno. Vittorio Emanuele non ha un percorso immacolato, lasciato alle sue spalle. Ma più che di peccati (anche di quelli, chi non li ha), la sua vita sembra piena di errori e di sfortune. Certo, c'è il buco nero di Cavallo, quando il 18 agosto del 1978 il giovane Dirk Jeerd Hamer fu colpito da una pallottola calibro 38 e perse la vita qualche mese dopo. Ma nel '91 il Tribunale di Parigi assolse il principe dall'accusa di omicidio volontario, pur fra mille polemiche e qualche dubbio. Altre ombre, poi, aveva lasciato la vicenda che lo vide coinvolto assieme a Corrado Agusta, proprietario della fabbrica di elicotteri, uno che si raccontava fosse stata fatto conte per decreto di Mussolini.

Tra i suoi clienti Agusta aveva lo Scià di Persia, che era amico dei Savoia e corteggiava Gabriella, una delle sorelle di Vittorio Emanuele. Il principe finì in affari con il padrone degli elicotteri. Secondo la Procura di Venezia, Agusta avrebbe venduto a Paesi sotto embargo centinaia di elicotteri piazzati allo Scià. L'inchiesta finì a Roma e sparì nel nulla, con le sue storie strane di fondi neri e conti segreti. Tutto svanito. Restarono solo le voci. Ma di voci e di chiacchiere, Vittorio Emanuele ha riempito un mucchio di cose, e ha riempito tutta questa sua vita in salita, fra un errore e una gaffe, una lite e un cattivo pensiero.

Dalla sua stima e amicizia per Bettino Craxi, mai smentita e mai confermata, alla antipatia per l'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, questa invece sempre gelidamente negata in pubblico. Attorno ai politici italiani preferiva il silenzio. Strano da uno come lui. Solo per Silvio Berlusconi, si lasciò andare a commenti entusiastici: «E' un buon manager, può mettere a posto l'Italia». La verità è che Vittorio Emanuele ha sempre dovuto pensare a mettere a posto quello che gli accadeva innanzitutto. Già da bambino, non doveva essere il prediletto di re Umberto, che nel '69 poi si arrabbiò con lui perché non voleva che sposasse Marina Doria. Siccome Vittorio Emanuele fece di testa sua, il re padre non gli conferì nessun titolo per ripicca.

E allora ci pensò lui, dopo: principessa di Napoli e duchessa di Savoia. In compenso, per la successione virtuale, molto virtuale, a un trono che ancora non esiste, cominciò la guerra fredda con Amedeo d'Aosta. Battute e insulti da lontano. Fino all'incontro ravvicinato in Spagna, per il matrimonio di Felipe, il figlio di Juan Carlos, e Letitia. I due si ignorarono quasi tutto il giorno. Po venne la cena. Quando si trovarono di fronte, Vittorio Emanuele colpì con un destro il cugino. Così raccontarono i testimoni. Un nobile egiziano corse a raccogliere Amedeo d'Aosta. E lui se ne andò impettito senza proferir parola. Litigò anche con le sorelle, quando morì la regina, Maria José. Azione legale per impugnare il testamento. Ritirò tutto quando si sposò suo figlio, Emanuele Filiberto.

Era più importante averle al matrimonio, disse. Perché a leggere bene, tra le cose che dice e quelle che combina, Vittorio Emanuele sembra quasi un gran pasticcione, che ha normalmente disseminato la sua vita di gaffes e di cose incredibili, come questo arresto, con quest'accusa infamante, e mica solo per un re, associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla prostituzione, roba da malavita ordinaria, altro che sangue blu. Se è vero tutto questo lo deciderà la magistratura. A volte vien da pensare che pasticcione com'è, chissà cosa può aver combinato. Una volta sfogandosi con i giornalisti sgridò quasi il Papa: «E pensare che gli avevo consegnata la Sindone donata da mio padre Umberto. Ah, lo avessi saputo prima...». Un'altra volta costrinse il povero avvocato Morbilli, suo portavoce, a far rifare per la terza volta l'intervista a un giornalista del Tg2. Continuava a non condannare le leggi razziali. L'avvocato lo implorava: «Ma perché? Basta che dica quello che dice a me quando chiacchieriamo insieme». E lui: «Sì, ma quello mi provoca. Non voglio dargliela vinta».
Anche un po' sfigato alla fine. Il giorno che rientrò in Italia, nella sua Napoli, come diceva lui, si trovò all'aeroporto che mentre recitava, ispirato come un poeta, che «per me, oggi, è come se fosse passato soltanto un attimo da quando ho lasciato questo paese per un esilio che non capivo», hanno cominciato a insultarsi e a picchiarsi attorno a lui come forsennati, con cariche, spinte, botte, cori, di tutto. E lui che doveva piangere per la commozione si mise a gridare, «andiamocene via da qui, andiamo!». Poi confessò: «A un certo punto volevamo tornare in Svizzera». E pensare che per rientrare da noi era stato un anno di tira e molla incredibili. Ma è la sua salita. Se non gliela dà il destino, se l'inventa lui.

17/6/2006
Pierangelo Sapegno

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L'ordinanza

«Slot machine affari e sesso. Lui il leader»
Tutti i punti delle accuse



ROMA — Affari da milioni di euro conclusi pagando mazzette. Gioco d'azzardo come attività principale, con annesso giro di prostitute, ma anche riciclaggio nei Casinò, ospedali da costruire all'estero, slot-machine illegali distribuite in Libia e in Russia. Nella «compagine ben assortita» disegnata dal giudice di Potenza, Vittorio Emanuele di Savoia sarebbe il «leader indiscusso», colui che «con allarmante sistematicità utilizza tutti i suoi legami istituzionali e massonici per raggiungere e penetrare l'organo istituzionale di interesse, ponendo le basi e curando le linee fondamentali degli accordi corruttivi di volta in volta conclusi, appunto, con l'amministrazione o l'organo di turno. Accordi e relazioni intessuti e gestiti, nel dettaglio, con altrettanta abilità e sistematicità dagli efficienti consociati, soci in affari del Savoia, e in particolare dal Bonazza e dal Migliardi ». Il primo, imprenditore veneto di 62 anni, è «un assiduo e intimo frequentatore» del principe di Savoia, «del cui entourage fa parte e con quale condivide lunghi periodi di vacanza sull'isola di Cavallo». E' l'anello di congiunzione tra Vittorio Emanuele e Rocco Magliardi, messinese di 53 anni, «soggetto pluripregiudicato, in odore di criminalità organizzata e con rapporti e relazioni con pericolosi esponenti della mafia siciliana, in particolare quella catanese».
Le slot truccate - Il «nucleo dell'attività associativa in esame», come la chiama il giudice, è riassunto nella premessa all'ordine di arresto. E disegna il cuore del «sodalizio» e del «programma criminoso» in cui spicca la figura di Vittorio Emanuele di Savoia. Sostiene il magistrato che tutto ruota intorno alla «penetrante quanto efficace attività di mediazione con la pubblica amministrazione e con gli apparati politico-istituzionali coinvolti, seppure a diverso titolo, nel settore del gioco d'azzardo ». Il trucco messo in atto da questa «vera e propria società criminosa di servizi» è quello di instaurare «rapporti e relazioni deviate, patologiche ed ispirate al reciproco scambio di favori, dominato cioè dalla corruzione». L'irruzione nel mondo del gioco d'azzardo, secondo la ricostruzione dell'accusa, avveniva attraverso il mercato delle licenze per il gioco legale, poi trasformato in illegale attraverso la manomissione delle slot machine realizzata con le schede elettroniche taroccate. Che non solo cambiavano la natura dei giochi, da leciti a illeciti, ma truccavano anche le vincite. «L'ulteriore manomissione informatica delle schede», infatti, era «diretta a incidere ulteriormente sulla percentuale statistica delle vincite».
Gli uomini di Fini - La concessione dei nulla osta per attivare i videogiochi viene rilasciata dai Monopoli di Stato, e dunque bisognava muoversi per ottenere facilitazioni e permessi. Anche con la corruzione. Il "modus operandi" del gruppo, secondo i pm, è ben dimostrato da una telefonata del 21 dicembre 2004, tra Vittorio Emanuele e il suo segretario Gian Nicolino Narducci. I due parlano dell'andamento di un blocco di autorizzazioni, finché il principe dice: «Io spero che l'altra questione la faccia anche, eh?». Nicolini risponde che «bisogna vedere di farle passare, adesso comunque chiedomeglio... Allora, io conosco.. Il mio amico è un generale della Guardia di finanza, perciò come gli ho detto io. Però eh. Lui era già uno che... era uno che era abituato a mangiare, mangiava qualcosina, perciò può darsi che ci dia, sicuramente ci darà una mano. Però naturalmente dovremmo far guadagnare anche un po' lui. Non è un problema!». Vittorio Emanuele sembra d'accordo: «Sì, si, ma quello non non c'è nessun problema... Anzi, è più facile, è meglio». Sempre per facilitare la concessione delle licenze da parte dei Monopoli, vengono attivati altri contatti con «gli apparati politico-istituzionali ». Tra questi, accusano i magistrati, quelli allacciati tramite Tullio Ciccolini, «commercialista romano, attivista politico nelle file del partito di Alleanza Nazionale, che a sua volta investirà della questione Salvatore Sottile e Francesco Proietti Cosimi». Il primo era il portavoce del Fini quando era vice-presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, il secondo era il segretario. «In virtù degli incarichi ricoperti svolgeranno opera di efficace e fattiva influenza sui pubblici funzionari interessati, convicendoli ad accogliere le richieste di nulla-osta in esame».
Il nobile bulgaro - Tra le contropartite, con uno specifico capo d'imputazione, gli accusatori inseriscono la vicenda di una «ragazza aspirante a entrare nel mondo dello spettacolo e in particolare nel settore televisivo» che sarebbe stata convinta dal dirigente della Rai Giuseppe Sangiovanni ad avere incontri galanti proprio con Sottile (presentato come «persona influente e importante ») per «poter sfondare nel mondo dello spettacolo, e cioè poter partecipare a trasmissioni o spettacoli televisivi». Un altro «disegno criminoso» contestato è quello per ottenere «l'affidamento di commesse nei settori ospedaliero e della telefonia della Repubblica di Bulgaria». Con questo obiettivo Vitorio Emanuele e l'imprenditore residente in Austria Pierpaolo Cerani avrebbero promesso al primo ministro bulgaro Simeone Saxe- Coburg-Gotha (meglio noto come Simeone di Bulgaria, cugino del principe di Savoia) «denaro e altre utilità». Cerani, in un'intercettazione telefonica, dice «di averne finanziato la campagna elettorale, giungendo finanche a sobbarcarsi le spese di viaggio dell'illustre uomodi Stato e dei suoi ministri». Perché Simeone «garantisse l'affidamento al Cerani e al Savoia di un incarico per la realizzazione di un complesso ospedaliero in Bulgaria», il 25 giugno scorso Cerani avrebbe consegnato a Simeone «una somma di denaro».
Internet e armi - Vittorio Emanuele, Bonazza e altri sono accusati di sfruttamento della prostituzione perché «stabilendo espressamente di provvedere al reclutamento e allo sfruttamento di un numero indeterminato di prostitute», procurate da una prostituta dell'Est europeo, «da mettere a disposizione dei giocatori del casinò di campione d'Italia e, in particolare dei facoltosi "personaggi siciliani" legati alla criminalità organizzata, amici di di Rocco Magliardi». il «disegno criminoso» era quello di offrire ai giocatori «un "pacchetto completo" idoneo ad invogliare a recarsi a Campione d'Italia». Per trasportare senza intralci un'arma in Italia, Vittorio di Savoia avrebbe corrotto dei funzionari alla frontiera del Traforo del Monte Bianco. E' quanto si legge alla lettera M del capo d'imputazione, dov'è scritto che il 3 novembre 2005 Vittorio Emanuele «transitava per il posto di frontiera italo-francese trasportando a bordo del suo autoveicolo un fucile acquistato in Italia», evitando i controlli grazie al pagamento di mille euro elargiti a un ispettore della polizia di frontiera. Dalle intercettazioni emergerebbe anche il reato di «accesso abusivo a un sistema telematico », allorché tre persone, «su istigazione di savoia Vittorio Emanuele e di savoia Emanuele Filiberto, si introducevano abusivamente nel sistema protetto del server del sito internet www.pravda-news.com», che conteneva pagine dedicate alla famiglia reale, «provvedendo a "bombardare", sabotare, cancellare e oscurare in modo definitivo il suddetto sito». Il principe, con la complicità di due marescialli dei carabinieri, avrebbe anche acquisito e utilizzato abusivamente i dati del Centro elaborazioni dati del Viminale.

Giovanni Bianconi
Fiorenza Sarzanini

17 giugno 2006 - Corriere della Sera

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Le reazioni all'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia
Cossiga: «Woodcock senatore a vita»


L'ex capo dello Stato ironico: «Tutto il potere ai magistrati». Solidarietà al principe dalla Dc di Rotondi


Francesco Cossiga, il presidente emerito della Repubblica: «Oggi e sempre una sola riforma: tutto il potere ai magistrati, Woodcock senatore a vita, Clemente Mastella procuratore della Repubblica di Potenza»

Gianfranco Rotondi, segretario della Democrazia Cristiana: «Esprimo la mia solidarietà al principe Vittorio Emanuele II di Savoia per un'iniziativa eclatante, incomprensibile e oscurantista. Speriamo che Vittorio Emanuele II di Savoia non paghi l'impegno elettorale del figlio con la Democrazia Cristiana».

Carlo Giovanardi, dell'Udc: «Mi dispiace molto di aver contribuito, dopo il lungo esilio, al ritorno di Vittorio Emanuele in Italia, perché purtroppo mi rendo conto che così lo abbiamo messo nelle mani del sistema giudiziario italiano che prima arresta le persone e poi ci mette 20 anni a decidere se i motivi dell'arresto sono giusti o sbagliati».

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Ahia, Savoia
Da non crederci (realisti o no)



Ahia, Savoia. La storia è brutta, squallida, patetica. Sorprende per la gravità delle accuse, colpisce per la probabile scarsa intelligenza dell'accusato (non nuovo alle galere, peraltro) nel farsi coinvolgere così. E provoca ironico disgusto: già ieri sera per l'Italia circolavano sms genere «no, il re pappone no!», e su Vittorio Emanuele partivano migliaia di battute.
E qualche riflessione sorgeva spontanea:

1) Se davvero nel referendum del 1946 ci furono brogli, viva i brogli e onore ai presunti imbroglioni. Senza di loro da qualche decennio avremmo un sovrano di cicchetto e di grilletto facile, tendente a socializzare con loschi personaggi, neanche simpatico. Abbiamo avuto presidenti di ogni genere, ma lo Stato repubblicano, lo si capisce più che mai, ha un suo perché.

2) Dispiace per Bruno Vespa. Giusto pochi giorni fa aveva allestito un bel Porta a Porta con Vittorio Emanuele protagonista, e l'aveva chiamato «altezza» per tutta la puntata. Si attende ora un Porta a Porta anarchico-revisionista. Chissà.

3) A noi è toccato in sorte il pretendente reale peggiore. Impresentabile anche come figura da rotocalco. Neanche altri colleghi brillano: gli eredi Windsor completi di fidanzate sembrano cloni timidi dei calciatori viveur; il principe di Hannover, marito di Caroline, è spesso ubriaco e mena i fotografi. Il fratello di Caroline, Alberto di Monaco, ha l'aria seria ma ignora i più semplici sistemi di contraccezione. Restano vari principi più miti, anche Emanuele Filiberto alla fine, buoni per i reality show. Però alla luce della nuova inchiesta rischiano di perdere l'aria innocua.

4) Nessuno è colpevole fino alla sentenza definitiva, non son più tempi in cui serve condannare i re, o i non-re. Ma un non-re così è da non crederci; al di là delle battute dopo il nuovo arresto non si può non ripensare a eccessi, a gaffes, e alla morte terribile del giovane Dirk Hamer, accidenti.

Maria Laura Rodotà
17 giugno 2006 Corriere Sera

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L'inchiesta partita da un piccolo episodio di corruzione e usura, a Potenza.
E spunta anche una pista internazionale che porta in Bulgaria


Savoia, indagini a tutto campo indagato anche Emanuele Filiberto.
Il figlio avrebbe commissionato, insieme al padre, l'hackeraggio.
di un sito che pubblicava contenuti sgraditi alla famiglia.



POTENZA - Un banale, piccolo episodio di corruzione e di usura sarebbe alla base dell'inchiesta della procura di Potenza, che ieri ha portato all'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia. Un'indagine in cui sarebbe coinvolto, sebbene per un episodio minore, anche Emanuele Filiberto, anche lui (a quanto sembra) indagato). Non si sa ancora quale reato gli vorrebbe contestato. Ma dagli atti dell'inchiesta risulta che insieme al padre organizzò un attacco informatico contro un sito che pubblicava conutenuti a loro sgraditi, www.pravdanews.com.

Ma questo è solo uno degli aspetti di un'indagine ramificata, con decine di episodi che si intrecciano tra di loro. Il tutto inizia circa due anni fa. Uno sfrattato di Potenza desidera ottenere ad ogni costo un prefabbricato nel rione Bucaletto, costruito alla periferia della città. Per questo si rivolge a un dipendente di una cooperativa, che millanta conoscenze al Comune. E che per il "favore" chiede dei soldi che poi gioca ai videopoker.

Così gli inquirenti si imbattono nel giro di usura in cui è finito il millantatore e risalgono a una ditta del Potentino, leader nella distribuzione di questo tipo di macchinette. I controlli sulla società portano quindi a una ditta di Messina, Italnolo. E quindi a un'associazione a delinquere che, secondo i magistati, piazzava videopoker truccati, che evitavano i controlli grazie al nulla-osta dei Monopoli di Stato.

Nelle duemila pagine raccolte dal pm Henry John Woodcock ci sono poi ampi stralci sulle presunte connivenze di Vittorio Emanuele, che sarebbe stato interessato "a soldi e donne".

Vedremo cosa risponderà il principe martedì, nell'interrogatorio di garanzia. Ma oggi il gip di Potenza, Alberto Iannuzzi, ha ribadito che il discendente di casa Savoia è un punto di "riferimento importante", in un'inchiesta che riguarderebbe reati commessi in tutta Italia, ma anche all'estero. Sul perché della misura cautelare in carcere Iannuzzi ha sottolineato: "I fatti accertati sono gravi, tali da giustificare il provvedimento".

Sul versante internazionale, c'è da dire che è indagato anche Simeone Saxe-Coburg-Gotha, leader del Movimento nazionale Simeone secondo di Bulgaria, cugino di Vittorio Emanuele. L'accusa nei confronti dei due cugini, e dell'imprenditore Pierpaolo Cerani, è quella di istigazione alla corruzione di membri di Stati esteri.

Secondo quanto si è appreso, l'uomo politico bulgaro si fece dare e promettere denaro e altro da Cerani e Vittorio Emanuele, per garantire loro l'affidamento di commesse nei settori ospedaliero e della telefonia da realizzare nel suo Paese. Cerani promise anche a Saxe-Coburg-Gotha la sua intermediazione per la cessione di un palazzo (del valore di 100 milioni di euro) di proprietà del cugino di Vittorio Emanuele di Savoia, pur di avere in cambio gli appalti nel campo della telefonia.

E intanto, qui in Italia, emergono anche altri episodi inquietanti, legati in qualche modo al principe. Ad esempio, una lettera di minacce recapitata al direttore di Novella 2000, Luciano Regolo, dopo la pubblicazione sul settimanale di articoli che non erano piaciuti a Vittorio Emanuele. Nella missiva, due sole parole: "Sei morto". Della minaccia nei confronti del giornalista - su presunta istigazione dell'esponente di casa Savoia - sono accusati anche Ugo Bonazza e Rocco Migliardi. La lettera anonima fu spedita da Messina, come confermato dal timbro postale.

(17 giugno 2006) [La Repubblica]

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Prostitute, bambine e farmaci

In una telefonata, i suoi collaboratori parlano di un traffico di farmaci
Cossiga dubbioso sull'inchiesta, il gip: "Sentisse che dice sui sardi"


"Il 'capo' avrebbe preferito una bionda e ha giudicato 200 euro eccessivi per la prestazione": è il commento che due collaboratori di Vittorio Emanuele di Savoia si scambiano dopo l'incontro fra il principe e una prostituta, che loro stessi avevano organizzato, a Milano.

E' solo una delle tante intercettazioni telefoniche che sono tra gli elementi dell'inchiesta che ha portato all'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia e dei suoi presunti complici.

L'episodio si riferisce all'accusa - contestata a Vittorio Emanuele, Ugo Bonazza, Gian Nicolino Narducci e Giuseppe Rizzani - di aver favorito la prostituzione. Gli incontri, documentati nell'ordinanza di custodia cautelare, sarebbero avvenuti in Italia e all'estero: l' accusa al principe è quella di aver sempre chiesto ai suoi collaboratori di trovargli una prostituta. Bonazza, Narducci e Rizzani si mettono all'opera: contattano le donne, chiedono a quanto ammonta "l'onorario" (in un' occasione, 300 euro) e curano i dettagli dell'incontro, cioè l'ora e il luogo.

In un caso, la richiesta della prostituta (mille euro) viene giudicata troppo alta; in un altro l'incontro salta per iniziativa di un collaboratore di Vittorio Emanuele, "preoccupato dalle maldicenze che girano sul suo conto sull' isola di Cavallo".

Le bambine. "Speriamo che ci sian delle belle bambine, così le s...", dice Gian Nicolino Narducci, stretto collaboratore di Vittorio Emanuele, al principe, che ribatte subito: "Subito, sì, urlando!".

E' quanto emerge dall'intercettazione telefonica di un colloquio fra Narducci e il principe, che discutono della partecipazione di Vittorio Emanuele ad una manifestazione filantropica, nel settembre dello scorso anno. Durante l'evento, sarebbero stati raccolti fondi a favore di un' associazione milanese che assiste minorenni vittime di abusi sessuali e maltrattamenti in famiglia.

I farmaci. Un avvocato torinese in vena di filantropia era disposto ad indicare a Vittorio Emanuele di Savoia persone pronte a spendere "cifre rilevanti" per l' acquisto di farmaci da inviare in Eritrea, ma doveva trattarsi "non dico di roba tarocca, ma roba di basso costo in barba a qualsiasi brevetto".

La proposta viene fatta a Gian Nicolino Narducci, collaboratore del principe, che si dimostra subito "entusiasta dell' affare" e pensa di coinvolgervi l' imprenditore Pierpaolo Cerani, che ha un' azienda farmaceutica con sede a Trieste.

Durante il colloquio, Narducci - che parla all' interlocutore della possibilità di coinvolgere "il capo" - pensa all' invio di flebo. L' avvocato subito ribatte: "Però tieni conto che deve essere roba di bassissimo costo perchè è per il terzo mondo". Narducci acconsente: "Bassissimo costo! Quella è acqua! E' acqua e zucchero".

I giudizi sui sardi. il gip di Potenza, Alberto Iannuzzi, ha commentato una dichiarazione diffusa ieri dall'ex Presidente della Repubblica, Fracesco Cossiga, molto critica verso l'inchiesta e il pm che la coordina, Henry John Woodcock. "Se il senatore Cossiga avesse
conosciuto il giudizio di Vittorio Emanuele di Savoia sui sardi sono sicuro che non avrebbe detto ciò che ha detto, ha detto Iannuzzi, che ha poi fatto riferimento a una conversazione telefonica, intercettata dagli investigatori, fra Vittorio Emanuele di Savoia e il suo assistente, Gian Nicolino Narducci.

Argomento di conversazione, il cattivo funzionamento di uno dei motori della barca del principe, il quale ritiene che il lavoro di riparazione sia stato fatto male o non sia stato eseguito affatto, per "derubarci e basta". I giudizi di Vittorio Emanuele sui sardi sono implacabili e alcuni sono irriferibili: "Puzzano e basta", dice ad un certo punto. Il suo assistente ribatte: "Sono figli di p... deficienti".

(17 giugno 2006)

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