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Home » News » Webzine » Il Volto del Mistero
sabato 15 aprile 2017
Il Volto del Mistero
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"Cercate il suo volto" (Sal 26)
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Perfettamente sovrapponibile alla Sindone, è anch'esso «testimonianza divina della Passione e Risurrezione di Gesù», dice il gesuita Pfeiffer, che l'ha studiato.


Da 400 anni, nel santuario abruzzese di Manoppello (in provincia di Pescara e nella diocesi di Chieti), si venera un velo sul quale è impresso il volto di Gesù Cristo, con gli occhi aperti e con i segni della passione. La tradizione popolare lo ha sempre considerato una reliquia, ma gli studi storici non sono mai andati particolarmente a fondo, fino a quando non hanno cominciato a occuparsene il gesuita Heinrich Pfeiffer, docente di Storia dell'arte nella Pontificia università gregoriana e uno dei massimi esperti mondiali d'iconografia cristiana, e suor Blandina Paschalis Schlömer. Quest'ultima ha riconosciuto nel volto di Manoppello la perfetta sovrapponibilità con il volto della Sindone, con la collaborazione del redentorista Andreas Resch che ha elaborato le immagini al computer.Padre Pfeiffer ha invece soprattutto verificato le compatibilità del Volto santo con le raffigurazioni di Cristo nell'arte del primo millennio.


Padre Pfeiffer, lei ha innanzitutto approfondito le ricerche sulla Sindone, per poi giungere al velo di Manoppello. Che cosa ha scoperto lungo questo percorso?


«Sin dal VI secolo s'impose in Oriente un modello del quale l'esempio più antico è l'icona del Pantocràtore (l'"Onnipotente", il "Signore del mondo"), conservata nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, in Egitto. La spiegazione è legata alla comparsa e alla divulgazione delle immagini di Gesù ritenute di origine miracolosa, tutte e due su pezzi di stoffa: prima il Mandylion a Edessa, che dovrebbe essere il telo oggi noto come Sindone, e subito dopo quella di Camulia in Cappadocia, che probabilmente è il velo esposto a Manoppello. Lo stesso "tipo classico" è già presente nell'affresco raffigurante Cristo, della fine del IV secolo, che si trova sulla volta di un cubicolo della catacomba dei santi Pietro e Marcellino».


C'è dunque una specie di "prototipo" che s'impone sulla scena figurativa cristiana?


«Di un prototipo al quale tutte le immagini di Cristo devono uniformarsi si parla sin dal VI-VII secolo, ma nei documenti non viene mai specificato se si tratti di Cristo stesso o della sua immagine. Anche un'immagine di Cristo che un pittore avrebbe realizzato nel tempo della sua vita terrena non poteva essere il prototipo di cui parlano i testi conciliari di Nicea II: ne danno conferma quasi tutte le leggende che parlano della realizzazione dei ritratti autentici di Gesù e che costituiscono una specie di teologia popolare».


Studiando le opere artistiche, sia dell'Oriente sia dell'Occidente, quali influssi le sono specificamente balzati agli occhi?


«Il volto della Sindone sottolinea più la struttura ossea e rigida, quello di Manoppello appare più rotondo. Così tutti i mosaici del Cristo Pantocràtore, a Costantinopoli, in Grecia e in Sicilia, rappresentano il tipo che palesa principalmente la Sindone come modello. Le immagini di Cristo dell'arte fiamminga del Quattrocento sono invece piuttosto da mettere in rapporto con il Volto santo di Manoppello. Nel primo caso, i mosaicisti vengono nel XII secolo da Costantinopoli, dove hanno conosciuto il Mandylion, cioè la Sindone. Nel secondo caso, gli artisti hanno avuto piuttosto la conoscenza della Veronica romana, cioè del velo di Manoppello».


Verso il 705, il Volto santo sarebbe sparito da Costantinopoli e sarebbe giunto a Roma durante il pontificato di Giovanni VII. Secondo la ricostruzione da lei realizzata, che cosa fece a quel punto il Papa?


«La mia ipotesi è che, per proteggerlo e sottrarlo dagli sguardi dell'autorità bizantina, il Volto santo venne posto sull'icona del Salvatore, chiamata sin dall'ottavo secolo l'Acheropita, che era custodita nel Sancta Sanctorum del Laterano. Lo documenta il fatto che sopra il volto si trova da secoli un velo dipinto, e soltanto questo volto sul velo è ancora riconoscibile. Poiché un tale procedimento è inusuale, è da supporre che il velo dipinto abbia dovuto sostituire un altro oggetto di stoffa. Non potrebbe essere stato questo oggetto nient'altro che il Volto santo di Manoppello, o meglio l'immagine di Camulia? Una volta fissato sopra un'icona e inserito sotto una maschera metallica, l'esile telo non si è più potuto vedere, e nello stesso tempo esso poteva essere venerato con un culto pubblico. Impossibile immaginare un nascondiglio migliore».


Intorno al 1200, con il declino dell'Impero bizantino, il Papa si appropriò esplicitamente della reliquia, che cominciò a essere esposta in San Pietro e portata in processione per le vie di Roma. Per alcuni secoli la situazione rimase immutata, ma poi, agli inizi del XVII secolo, l'immagine del Vaticano cambiò aspetto: dai precedenti occhi aperti, venne rappresentata con gli occhi chiusi, mentre anche l'aspetto generale si era modificato. Come mai?


«Il furto da San Pietro del cosiddetto "velo della Veronica", mai ammesso dal Vaticano, spinse Paolo V a far dipingere un nuovo Volto santo per poterne donare una copia alla regina polacca Maria Costanza. Ma questa nuova creazione fu un vero e proprio pasticcio, composto da un ricordo della Veronica, dalla sagoma del Mandylion che si conservava in questo tempo nella chiesa di San Silvestro a Roma e dalla conoscenza della Sindone di Torino attraverso una copia in misura originale che si trovava a Roma nella chiesa del Sudario. Oggi il quadro conservato nella basilica, secondo quanto mi ha descritto lo scomparso monsignor Paul Krieg del Capitolo di San Pietro, è una lastra d'oro sulla quale è fissato un velo consunto, coperto da un altro velo dove si può scorgere a stento la barba di Cristo».


E come mai il Volto santo sarebbe giunto a Manoppello?


«Gli esatti passaggi dopo il furto romano non ci sono noti. Ma una Relatione historica, scritta dal cappuccino Donato da Bomba nel 1646, riferisce che un certo Donato Antonio De Fabritiis donò la reliquia - che aveva acquistato dalla moglie di un soldato finito in carcere a Chieti - ai frati cappuccini di Manoppello, che ormai da quasi quattro secoli custodiscono il velo, adesso perennemente esposto sull'altare maggiore del santuario».


La sovrapposizione fra la Sindone di Torino e il velo di Manoppello mostra una perfetta compatibilità dei volti. Ma qual è, a suo parere, la ragione per cui Dio ha voluto lasciarci queste perenni immagini del suo Figlio prediletto, impresse sui due teli?


«Il motivo è che sono testimonianze divine della Passione e della Risurrezione corporale di Gesù Cristo e, attraverso esse, ci viene offerto un primo assaggio della sua gloria. Se cerchiamo d'individuare il momento in cui si sono realizzate le due immagini perfettamente sovrapponibili, ci resta solo quello in cui il corpo, dal quale le immagini provengono, è stato nel Sepolcro. Non vedo altra possibilità. Pertanto abbiamo due immagini autentiche di Gesù di Nazareth che testimoniano la sua presenza all'interno della tomba nella quale il suo corpo morto fu sepolto e dalla quale egli è risorto dopo tre giorni con il suo corpo glorioso».


Saverio Gaeta



postato da: sweda  


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