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giovedì 02 giugno 2016
Come andò il referendum istituzionale del 2 giugno
letture: 2287
Democrazia secondo la repubblica
Democrazia secondo la repubblica
Diritto e Giustizia:
Ci sono argomenti che sono fuori moda come questo, lo so bene, ma essere informati rende le persone libere di fare scelte consapevoli. L'informazione è un pezzo importante della libertà.
L'autocelebrazione della repubblica per i suoi 70 anni è scontata (e noiosa) ma, tanto guardando al passato quanto guardando al presente, mi pare vi sia ben poco da celebrare.
A partire dal giorno scelto per la celebrazione tutto è fuori posto. La data di nascita della repubblica andrebbe fatta risalire alla notte del 13 Giugno, notte in cui il governo di De Gasperi, senza aspettare la proclamazione dei risultati referendari, esautorò il Re Umberto II dei suoi poteri con un colpo di Stato.
Come è andata in seguito lo sappiamo, fino ad arrivare ai giorni nostri.

E' doveroso ricordare che le cose andarono ben diversamente da quanto viene fatto credere con un misto di superficialità facilona e luoghi comuni ripetuti come un mantra.
L'articolo che segue è parte della premessa del "libro azzurro sul referendum" in cui mantra e luoghi comuni, disaminati, assumono ben altra valenza storica che quella di un popolo che sceglie democraticamente una forma istituzionale invece che un'altra.

1) Questione politica e questione morale

Ai distanza dal referendum perdura un pesante strascico di dubbi sulla validità del procedimento referendario tenuto. Non è rimpianto di sentimentali, non è come con brutta parola è stato detto, monarchismo, è senso di giustizia turbato, è questione morale.

Nella vita dei popoli come in quella degli individui le questioni morali non si prescrivono; non vi sono ragioni di opportunità che valgano a rimandarne la soluzione; sono sempre questioni vive ed aperte. Poiché permanendo questo stato di animo turbato non è possibile raggiungere quella unità morale della Nazione, che è stata, ed è termine di aspirazione degli artefici del Risorgimento e degli apostoli veri della democrazia italiana. Bisogna rasserenare le coscienze, ed occorrendo, legalmente riparare. Procedere ad una revisione è dunque necessario ed è sempre attuale per la imprescrittibilità delle questioni morali.

Come? Anzitutto con l'esame dei documenti su cui le parti avverse nulla abbiano da eccepire perché essi attestano dei fatti.


2) Il ministero del referendum

Il ministero che preparò la legge del referendum e che la eseguì, traeva le sue origini e le fonti di sua autorità, non da un voto di popolo: esso era emanazione dei partiti del comitato di liberazione nazionale non senza interferenze delle Potenze occupanti. La proporzione in cui i vari partiti ivi erano rappresentati non rispondeva alla loro reale consistenza del Paese. Lo provarono, in seguito, le elezioni politiche, e amministrative. E, come nei comitati di liberazione i partiti di sinistra prevalevano, così nel Ministero dodici dei diciannove membri erano di sinistra. Nessuno di essi monarchico.

Avevano i posti chiave : Togliatti alla Giustizia e Romita agli Interni. Tre erano i ministri democristiani. Il congresso del loro partito abilmente manovrato dai dirigenti aveva fatto professione repubblicana, nonostante forti correnti monarchiche. Dei due liberali, il Brosio teneva ad acquistarsi benemerenze repubblicane e solo il Cattani, non per convinzione monarchica, ma per spirito di lealtà, si oppose ripetutamente ai soprusi più gravi. Il De Courten si era assegnato il compito di salvaguardare quanto rimaneva della flotta, si dichiarava Ministro tecnico e non politico e fino all'ultimo si comportò di conseguenza.

Nessuna garanzia di imparzialità poteva essere data da un simile Governo ma né l'On.le Parri, né l'On.le De Gasperi annuirono alle richieste del Luogotenente Generale del Re di allargare le basi del Gabinetto. E quando il Generale Bencivenga, già Comandante a Roma delle forze della Resistenza, rilevò alla Consulta che i sei partiti al governo non rappresentavano che il sedici per cento della popolazione, l'On.le Carlo Sforza, Presidente dell'Assemblea, gli tolse la parola mentre i deputati della sinistra lo aggredirono strappandogli le cartelle di mano. In una tale situazione di cose, l'On.le Roberto Lucifero aveva ben ragione di dichiarare nella seduta della consulta del 9 marzo 1946: «Noi opposizione contestiamo all'attuale governo di parte la qualifica, la legittimità e l'autorità di emanare provvedimenti i quali tendono a sottrarre al popolo sovrano, il solo che ne abbia la qualifica, la legittimità e l'autorità, la decisione su problemi fondamentali del suo destino, del suo avvenire, quali, ad esempio i poteri della Costituente e la ratifica delle sue decisioni. Noi contestiamo all'attuale governo di parte la qualifica, la legittimità e l'autorità di presiedere alle elezioni politiche, perché, appunto in quanto governo di parte, e data la gravità e la straordinarietà delle decisioni da prendere, esso non offre tanto al Paese, quanto all'Estero, verso il quale abbiamo degli impegni, le necessarie indispensabili garanzie ».

Anche l'On. Nitti nel suo discorso del 9 marzo rilevò la mancanza di garanzie che il governo per la sua formazione non poteva dare al Paese ed affermò che vi erano provincie ove l'ordine era solo apparente.

LE DITTATURE HANNO IL, PRIVILEGIO DI OTTENERE, SEMPRE ELEZIONI FAVOREVOLI PURE FRA LO SCETTICISMO DI TUTTI che non credono ai risultati. Ma LA DITTATURA non è soltanto quella esercitata da uno solo, o da una oligarchia, ma come nel caso in esame quella DI UNA PARTITOCRAZIA AUTONOMINATASI AL GOVERNO D'ITALIA.

Se questo era l'aspetto politico del problema anche la base giuridica del D. L. 25 giugno 1944 che era il punto di partenza per ]a legge sul «referendum» può essere fondamentalmente discussa, come ha dimostrato un notissimo costituzionalista, il Crosa, e come sostiene con abbondanza di argomenti il De Francesco Rettore dell'Università degli Studi di Milano. Il Governo nell'emanazione del D.L. richiamò il testo legislativo di carattere costituzionale, che viceversa è proprio quello che escludeva dal Governo la facoltà di cui si serviva; la legittimità del D.L. era sottoposta per l'art. 6 alla condizione della conversione in legge da parte delle assemblee legislative che venivano appunto soppresse dal D.L.; la costituzione fu poi approvata quando i termini massimi di un anno di vita dell'assemblea costituente erano scaduti.

Necessità di passare sopra a formalità legali in un momento così difficile? In verità non si tratta di mera formalità,

Il «referendum» è un istituto di democrazia diretta, è la tipica manifestazione di volontà democratica ed appunto per questo presuppone condizioni perfette di democraticità e di completa ed assoluta libertà di propaganda delle tesi in contrasto.

Dobbiamo obiettivamente rilevare che queste condizioni di validità non esistevano in Italia il 2 giugno 1946. L'Italia era occupata dallo straniero e si trovava in tale situazione di fermento che in molta parte di essa non era possibile né tenere discorsi di propaganda né affiggere manifesti. Le condizioni obiettive per il referendum istituzionale in Italia erano inficiabili in « nuce », in radice.

3) Le potenze occupanti e la «non interferenza»


Non certo quello era il momento per la libera manifestazione della volontà popolare: il Paese era occupato dalle Potenze alleate vincitrici; né si sapeva ancora a quali mutilazioni il territorio nazionale sarebbe stato sottoposto. Non si spiegherebbe l'ansia la fretta di ministri del referendum, il motto del Romita «ora o mai», se costui e i suoi compagni non avessero considerato invece opportunissimo il momento per la nascita della repubblica nel clima di un Paese vinto, ed occupato dalle armate vittoriose.

Vi è stato - né del tutto è scomparso - nella coscienza del popolo degli Stati Uniti, o meglio dei suoi uomini politici, un fondo di illusioni. Tra esse quella di una missione storica degli Stati Uniti da compiere in Europa: insegnare la democrazia. Su questo stato d'animo aveva facile presa la scaltrita mentalità dei nostri uomini di sinistra, i quali ripetevano il giudizio del Molotov « la Monarchia italiana è baluardo della reazione ».

Sulla politica americana, fin dal tempo di Roosevelt, altra illusione agiva sulla fantasia: avere bene allacciata la Russia, potere manovrare contando su di essa a servizio della politica americana nel mondo; se pure non agivano nelle direttive di Washington occulte infiltrazioni comuniste nel governo democratico molti posti chiave erano occupati in Italia da comunisti sovente alla testa delle organizzazioni per la distribuzione viveri.

Conveniva pertanto accontentare la Russia in una questione come questa, in cui, in fondo, si trattava della democrazia abbattendo il «baluardo della reazione». Ed è così che la proclamata «non interferenza» si risolveva in un favoreggiamento, anche se inconsapevole, all'azione delle sinistre.

L'altra potenza occupante l'Inghilterra, aveva certo una più chiara visione; il suo primo ministro per la sua esperienza e nella sua coscienza, non credeva all'oracolo dei Molotov e dei corifei italiani. Nella sua opera «La 2° guerra mondiale - Da Teheran a Roma» Churchill scrive: «I superstiti avversari del fascismo miravano a far cadere la Monarchia» e parlando del Governo Badoglio giudica che esso aveva «maggiore autorità di qualunque altro Governo costituito con i superstiti relitti dei partiti politici, nessuno dei quali possedeva il minimo titolo per governare- né per elezione né per diritto ».
Certo: l'Inghilterra vedeva più chiaro e avrebbe potuto impedire sviste ed errori della politica americana ma essa non intendeva avere screzio alcuno con la sua alleata. La questione, italiana in tanto le interessava, in quanto la soluzione serviva agli interessi inglesi nel Mediterraneo, mandando via gli Italiani dall'Africa.

Come del resto, le Potenze occupanti guardassero allora alla Italia, e con quali sentimenti non sono esse a farcelo sapere, ma uno dei faziosi italiani del tempo, il ministro Bracci. Il 12 giugno 1946 incitando il De Gasperi ad assumere la funzione di capo di Stato provvisorio, avvertiva: « Gli alleati in fin del conti sperano in una repubblica più disarmata della Monarchia al momento della firma di un trattato di pace che ci stanno preparando. Durante la giornata (12 giugno) varii di noi hanno suggerito ad essi che la repubblica non ha legami col passato; essa è fuori del ginepraio dei nazionalismi, guarda al futuro, consapevole, d'altra parte, delle colpe italiane».

Che cosa di più gradito poteva giungere all'orecchio di un nemico per calpestare il disprezzabile vinto?

4) Tregua istituzionale

La tregua fu proclamata fin dal momento in cui, ritiratosi Vittorio Emanuele III nominato il Luogotenente, si stabilì d'accordo con lo stesso Luogotenente di risolvere la questione istituzionale con un referendum e frattanto osservare osservare una tregua istituzionale

Come fosse intesa e praticata da uomini politici, aventi responsabilità di governo, la tregua, valgano questi due esempi : il 12 aprile 1944, primo giorno della Luogotenenza il ministro Sforza in Consiglio dei Ministri gridò allo scandalo accusando il Luogotenente di avere concessa una intervista ad un giornalista inglese nella quale aveva calunniato il popolo italiano, chiamandolo responsabile della guerra. Contemporaneamente all'accusa fatta in Consiglio dei Ministri la stampa insorgeva contro il Luogotenente. Il giornalista inglese protestò, smentì ma nessun giornale italiano volle pubblicare la smentita e la esatta versione del suo articolo.

Non fu questo il solo caso - durante la proclamata tregua istituzionale - in cui si cercò insidiosamente di colpire il Luogotenente non solo presso il popolo, ma anche presso gli alleati. La stampa divulgò, alterata, una intervista da Lui concessa. L'originale della intervista era stato letto, approvato con aggiunte e correzioni di pugno del primo ministro Bonomi e fu mandato agli Alleati. Se ne conserva la fotografia. Non fu consentito di pubblicare nella stampa smentite o l'esatta versione dell'intervista.

Iniziata la lotta elettorale uomini di governo non intesero il dovere di rispettare la tregua. Chi veramente, solo, la rispettò fu il calunniato.

Tutto questo - è vero - non deve stupire, si spiega nel fuoco della lotta politica. Ma vi sono fatti per cui reagisce la coscienza onesta; la responsabilità del calunniatore appare tanto più grave, quanto più balza evidente la malafede. Chi è ingannato dalla propaganda, non ha colpa; colpevole è l'ispiratore dell'inganno. Valga un esempio: il 31 maggio 1946 il Re trovavasi a Genova, a villa Gropallo ricevette centinaia di visitatori: gente di popolo. Si presentò un giovane operaio, disse: «Sono comunista, partigiano, voglio far firmare dal Re il mio brevetto». Informato il Sovrano da chi volentieri avrebbe sconsigliato dal concedere una tale udienza, rispose: «Naturalmente, venga con gli altri. Il giovane entra con una certa spavalderia. Il Re gli tende la mano con la consueta sua affabile semplicità. Il comunista, sorpreso, gli chiede: «E' vero che Lei odia il popolo?» - «Ma chi glielo ha detto? » - « Me lo dicono ogni giorno in cellula, e mi ordinano di dirlo agli altri ». Il Re scosse la testa.

Tra le calunnie che più avevano presa nella ingenua mente di tanta povera gente, era quella dello sperpero di vistose somme, di cui la Monarchia godeva a spese del popolo. Giornali di sinistra riportavano false cifre dal bilancio dello Stato. Né a dare la smentita una voce si levava da quel Ministero delle Finanze, che avrebbe fornite tali vistose somme.

L'assegno della lista civile era di lire-carta 11.250.000, fissata nel 1919, anno in cui fu ridotta di 3.000.000 rispetto alla precedente. Per volere del Re Vittorio Emanuele III i 3.000.000 erano stati devoluti alla Opera Nazionale Combattenti. Ma la stampa inventava che la somma era pagata in oro, e che perciò la cifra assommava a lire 80.000.000 di carta. Nessuno diceva che nel bilancio della Real Casa all'entrata di lire 11.250.000 corrispondeva un'uscita presso a poco identica, e non di rado superiore per elargizioni disposte dal Re a privati e ad istituzioni benefiche. Superfluo, qualsiasi confronto.

5) La legge sul «referendum»

Prima di fissare la data del referendum sarebbe stato necessario risolvere due problemi, due punti basilari, come li chiamava un corrispondente del «New York Times» il 26 gennaio 1946 : 1) il ritorno in Patria dei prigionieri di guerra che assommavano a circa mezzo milione; 2) la firma del trattato di pace che definisse le frontiere italiane.

Il primo punto era stato segnalato alla Consulta dall'On. Marazzini in questi termini: «Dieci milioni di italiani, disseminati in tutte le parti del mondo, 500.000 prigionieri, ancora chiusi nei campi di concentramento, sono assenti, e nell'impossibilità di partecipare al voto. A questi Italiani, privi del diritto di voto, sono da aggiungere 300.000 profughi dalle colonie che fecondarono con il loro sudore, ed i moltissimi altri profughi che la guerra in Italia ha sparpagliato, lontani dalle loro abituali residenze, dove dovrebbero esercitare il loro diritto di voto... La situazione delle masse elettorali della provincia di Gorizia, quella di Trieste nostra, quelle di Pola, di Fiume, di Zara non possono essere dimenticate. Questi sono i problemi che è indispensabile porre e risolvere, perché se non si dovesse trovare soluzione opportuna, si priverebbero nel complesso milioni di Italiani dal diritto di voto ».

Analoghe dichiarazioni fece il Rettore della Regia Università di Torino Allara alla consulta il 14 febbraio 1946: «Si deve, riconoscere al popolo di partecipare alla formazione della nuova carta costituzionale attraverso un referendum che risolva il problema costituzionale e stabilisca i limiti di tempo e di materia dei poteri della costituente».

Il Ministero del « referendum » non volle ascoltare quelle voci e il 16 marzo 1946 decise il rinvio dei comizi elettorali della Venezia Giulia e della provincia di Bolzano, e non volle tener conto né degli italiani all'estero, né dei profughi, né dei prigionieri di guerra.

Il 28 maggio 1946 il Senatore Alberto Bergamini ancora ammoniva: «tre milioni di italiani non potranno esercitare il loro diritto di voto, voto che sarebbe certo per noi, perché i cittadini della Venezia Giulia non potrebbero associarsi ai comunisti rinunciatari di quelle sacre terre italiane dove, Tito imperversa e prepara il giogo rosso... » .

La legge per la costituente fu approvata con questa votazione: su 440 consultori, presenti e votanti 222, maggioranza 112; risposero « si » 172; risposero « no » 50.
I favorevoli rappresentano il 40 per cento dei consultori.

Balza evidente da tutto questo che la volontà del popolo non è stata giuridicamente perfetta, perché il soggetto di tale volontà non risulta di tutti gli elementi, dei quali doveva essere costituito, perché la volontà manifestata avesse valore giuridico. I fanatici del metodo democratico - la frase tanto abusata - presenti ai Consigli dei ministri lasciarono correre su questa violazione dello spirito e della forma di vera democrazia.

Il dottor Michael Chinino, direttore dell'International News Service, così riferisce l'intervista avuta con il Re dopo varata la legge del referendum: «Alla mia domanda sulla tempestività del referendum e all'osservazione che circa quattro milioni di Italiani, prigionieri di guerra, abitanti in zone ancora contestate, e vari altri che non hanno potuto avere la scheda elettorale, e sono nella impossibilità di votare, S.M. si rabbuia in viso: «Noi non possiamo nascondere la nostra preoccupazione - Egli dice - per il fatto che molti Italiani, ed in particolare i prigionieri di guerra e gli abitanti di territori ancora contestati, non possono esprimere la loro opinione in un momento nel quale la volontà di ogni cittadino italiano non può legittimamente essere ignorata».

Vien fatto di chiedere: perchè non si volle che i reduci della prigionia partecipassero al referendum? Perché la ostilità dimostrata da migliaia di reduci sbarcati nei porti dell'Adriatico alle rappresentanze di comunisti venuti loro incontro, non dava affidamento che potessero essere attruppati al seguito di comunisti. Quei prigionieri avevano troppo patito nei Paesi retti da comunisti. Quanto poi ai milioni di Italiani emigrati, il loro vecchio patrimonio di idealità, conservato per la patria lontana, anche questo dava poco affidamento ai negatori di quelle idealità.

Non solo per quello che mancava in questa legge si resta perplessi nel giudicarla ma anche per qualcosa che essa aveva di equivoco. L'ultimo capoverso dell'articolo II: «Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci a favore della Monarchia continuerà l'attuale regime luogotenenziale fino all'entrata in vigore delle deliberazioni dell'Assemblea sulla nuova Costituzione e sul Capo dello Stato ». Si sarebbe insomma di nuovo messa in alto mare la questione istituzionale anche dopo il referendum se favorevole alla Monarchia. Era una carta di riserva delle sinistre, e che si doveva alla sottigliezza dell'avvocato Brosio allora ministro e poco dopo ambasciatore della repubblica presso il governo sovietico.

Non va dimenticata la discussa vicenda per la scelta dei simboli delle schede. Da parte governativa vi fu fino all'ultimo opposizione a mettere per la Monarchia il simbolo della Corona; sull'argomento vi furono discussioni vivaci tra l'on Alcide De Gasperi e il Ministro della Real Casa Falcone Lucifero. I repubblicani ottennero di mettere «la corona» turrita nel simbolo della scheda per la repubblica.


6) La votazione

A due anni di distanza del referendum, alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile il ministro che aveva il portafoglio dell'Interno, già tenuto dal Romita, lo Scelba, pronunziò a Roma in piazza del Popolo un discorso elettorale. Il giornale La Stampa di Torino così riferiva: «Il successo maggiore è toccato al ministro dell'Interno quando è tornato sul tema di Romita. Ha detto che, stavolta non si avranno brogli elettorali come quelli che si ebbero il 2 giugno. Dallo scrutinio dei risultati di una sezione risultava che tutti avevano votato per la repubblica. Ma il presidente disse: « Qui è un pasticcio senza dubbio. Mia moglie ha detto di avere votato per la Monarchia e mia figlia lo stesso. Possono avere detto una bugia come fanno le donne facilmente; ma il mio voto, per lo meno ci deve essere. Io ho ben votato per la Monarchia. La mia scheda dove è andata a finire? Così la folla si divertiva».

Chi la faceva così divertire era un ministro della repubblica

Quanti furono i votanti?

Il verbale della Corte di Cassazione del 10 giugno preannunciava: «La Corte in altra adunanza indicherà il numero complessivo degli elettori votanti». Nel verbale del 18 giugno giugno non ve ne è traccia, e la omissione non fu certo casuale.

Sommando il numero dei voti per la repubblica, quale risulta dall'ultimo verbale della Corte con la cifra dei voti per la Monarchia e con quella dei voti nulli, si raggiunge la somma di circa venticinque milioni (24.935.343).

Orbene non era possibile, secondo dati ufficiali i dell'Istituto di Statistica, che circa venticinque milioni avessero votato. I dati relativi: a) alla entità della popolazione italiana b) alla percentuale di maggiori di ventun anni, cioè elettori; c) agli elettori defunti assenti, inabilitati, impossibilitati; d) ai numerosissimi certificati elettorali non consegnati ai vari destinatari, portano concordemente a stabilire che fra il numero degli aventi diritto al voto e il numero dei votanti quali risultano dalle cifre ufficiali vi è uno scarto in più di votanti di circa due milioni. A chi andarono questi 2 milioni di voti inventati?

7) Come si giunse alla seduta della Corte di Cassazione del 10 giugno

Ma prescindiamo anche da tutte queste cifre; la discussione trova legittimamente materia sul terreno legale, ove si consideri il criterio con cui fu stabilita la cifra di maggioranza. Si considerarono elettori votanti soltanto quelli il cui il voto fu riconosciuto valido. A combattere queste tesi valgano le osservazioni dei Procuratore Generale della Corte di Cassazione, esposte pubblicamente nella sua relazione alla Corte: «Non solo la lettera della legge impone di interpretare il termine «elettori votanti» nel senso di elettori che hanno comunque compiuto le operazioni di votazione, non solo i principii del diritto e la nostra tradizione, ma anche e soprattutto lo spirito della legge, se la legge mira, come è, a costituire precisamente un sistema di garanzie per la formazione della volontà collettiva».

Tale questione fu svolta con chiaro acuto senso di giustizia dall'On. Enzo Selvaggi nel ricorso presentato alla Corte di Cassazione.

La legge sui referendum stabiliva all'articolo 17 che la Corte avrebbe dovuto proclamare l'esito solo dopo che fossero pervenuti i verbali di tutti gli uffici di circoscrizione. Sino al giorno 10 mancavano i verbali di 118 sezioni e i verbali mandati - come risulta dal verbale della Cassazione del 10 giugno - erano in gran parte incompleti.

I ricorsi presentati turbarono l'euforia di coloro che, entro il Governo e fuori, intendevano di bruciare i tempi, e far subito proclamare dalla Cassazione l'avvento della repubblica.

Il ministro, guardasigilli, Togliatti, nei giorni 8 e 9 giugno sollecitò il Presidente, della Cassazione, Pagano, perché si affrettasse a proclamare l'esito del referendum. Alle osservazioni del Presidente che occorreva prima esaminare verbali e reclami, il Guardasigilli rispose che la Cassazione non aveva altro compito, se non quello di controllare la somma dei dati risultanti dei verbali. Alla qualcosa il Presidente rispose che quello sarebbe stato un incarico adatto ad un ragioniere e non alla Corte di Cassazione. Sta di fatto che sino a tutto il 10 giugno non solo mancavano i verbali di 118 Sezioni, ma dovevano essere ancora esaminati i ricorsi, e si doveva indicare il numero degli elettori votanti e quello dei voti nulli. Ma la Suprema Corte di Cassazione si trovava e si trovò nella impossibilità di poter accertare l'esatta entità dei voti annullati e delle schede bianche, in quanto che moltissimi seggi elettorali all'atto dello scrutinio non verbalizzarono i dati relativi alle schede non ritenute valide ed anzi addirittura distrussero le schede stesse senza allegarle al verbale dello scrutinio. Talvolta i dati furono scritti a lapis. Solo circa 1/3 delle Corti di appello furono in grado di inviare alla Corte di Cassazione i plichi contenenti le schede annullate, così che non fu possibile un controllo su scala nazionale del come e del perché fu annullata l'enorme cifra di un milione e mezzo di voti.

Fallita l'azione del Guardasigilli presso il Presidente della Cassazione, il Romita cercò altre vie, anzi viottoli, per raggiungere lo scopo, perché la Corte si riunisse il giorno dopo, la domenica 9 giugno.
La narrazione di questa brutta vicenda nella «Storia segreta di un mese di Regno», desta penosa impressione; alla illegalità si aggiunge la più deplorevole scorrettezza. (1).

Il presidente della Cassazione, sollecitato ancora, indisse la, seduta per il giorno 10 giugno.

Quella che doveva essere la solenne proclamazione della Repubblica si ridusse alla comunicazione dei risultati pervenuti. La Corte faceva le seguenti riserve : a) mancano i verbali di centodiciotto sezioni; b) dovranno essere ancora esaminati reclami e contestazioni; c) resta da indicare il numero complessivo dei votanti; d) resta da stabilire il numero dei voti nulli. La Corte comunicava che «emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, si indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e di quello dei voti nulli ».

La Corte dunque rimandava la definitiva proclamazione; il Re continuava ad essere il Re.

8) Il governo e il Re dopo l'11 giugno

La decisione presa dal Consiglio dei ministri la notte dal 12 al 13 giugno di prendere atto della comunicazione dei risultati del referendum fatta il 10 giugno, di dichiarare il governo garante del voto di maggioranza, e di riconoscere capo provvisorio dello Stato il presidente dei ministri, fu atto rivoluzionario. Il «Manchester Guardian» di Londra diede notizia che Stone aveva espresso la sua personale opinione che l'annuncio della Suprema Corte fosse indefinito; la stessa osservazione fu attribuita all'ambasciatore a Roma Sír Noel Charles.

Il « Times » commentò «il Governo italiano si è cacciato con le sue mani :ti una situazione imbarazzante. Esso deve essere biasimato per l'affrettata proclamazione ».

Si metta a confronto il testo dell'ordine del giorno del Consiglio dei ministri suddetto della notte sul 13 giugno e la comunicazione ufficiale della Presidenza del ministri per l'insediamento dell'On. De Nicola a capo provvisorio dello Stato. Nel primo dei due documenti è nominato l'On. De Gasperi per l'esercizio delle funzioni di Capo provvisorio dello Stato ope legis. Nel documento l'On De Gasperi - è detto - ha trasmesso il 1° luglio 1946 i poteri di Presidente della repubblica da lui esercitati nella sua qualità di presidente del Consiglio dal giorno dell'annuncio dei risultati definitivi del referendum istituzionale. I risultati definitivi sono del 18 giugno dopo la seconda seduta della Carte di Cassazione dello stesso giorno è datato un ordine del giorno del Consiglio dei ministri che «prende atto del giudizio definitivo della Corte di Cassazione».


Dal 13 al 18 dunque l'assunzione dei poteri di Capo provvisorio dello Stato non era legale.

Non aveva dunque il diritto, anzi il dovere, il Re di protestare e di chiamare gesto rivoluzionario quello compiuto dal Consiglio dei Ministri nella notte dal 12 al 13 giugno?

La storia segreta di un mese di Regno riporta i verbali dei Consigli dei ministri di quei giorni dal 12 al 18 giugno. Penosa lettura è quella per la faziosità e la scorrettezza di condotta. Com'era lontano lo spirito del Mazzini in quel momento in cui nasceva questa repubblica.

I tre documenti ufficiali del momento più acuto della crisi: il proclama del Re del 13 giugno, il comunicato della presidenza dei Consiglio della notte sul 14 giugno, il radio discorso del presidente del Consiglio del 14 giugno sono documenti in cui più che di fronte ad elementi giuridici per impostare questioni giuridiche, ci si trova di fronte, ad una questione morale. La qualifica di «mendacio», «fazioso», lanciata al Re per il suo proclama rivela semplice gratuita calunnia. La lealtà, la generosità la regalitá con cui S.M. Umberto II è stato sempre al di sopra delle fazioni, la pronta accettazione del sacrificio per l'amore dell'Italia, la sua azione personale per evitare la guerra civile: tutto questo balza fuori dalle parole e dalla condotta del Re.

Restare fino al responso definitivo della Cassazione, ritirarsi a Napoli nell'attesa di esso, erano stati consigli a lui dati, e che poggiavano su ragionevoli argomenti. A Napoli in quei giorni le dimostrazioni monarchiche erano state dalla polizia del Romita represse nel sangue.

«I lazzaroni del Re» - così con disprezzo erano chiamati quei popolani - erano gli stessi che nelle vie di Napoli per tre giorni furiosamente e sanguinosamente - avevano combattuto i tedeschi. Nessuna città italiana può vantare, più di Napoli, giornate così gloriose una lotta di popolo contro lo straniero senza macchie di lotta civile.

Il Re non volle ritirarsi a Napoli. «La mia Casa - disse - ha unito l'Italia. Andando a Napoli la dividerei... Non voglio un trono macchiato di sangue. Mi sono costantemente preoccupato di non intaccare la compattezza delle forze armate. E' sopratutto per questo che, come militare, cercai fin che fu possibile, di giungere ad un regolare trapasso di poteri».

L'amore all'Italia è questa la passione che Lo tormenta e Lo sorregge.

Dalla formazione del Ministero del Referendum all'assunzione dei poteri di Capo provvisorio dello Stato da parte dei presidente del Consiglio dei Ministri, nella via che. condusse alla Repubblica, da tappa a tappa, il fardello di illegalità sempre più si appesantisce.

Il punto di partenza tra uno stato di animo che per bruschi radicali e ripetuti capovolgimenti di situazioni, per il disorientamento che lo aveva turbato, per le passioni che lo infiammavano non si trovava nelle condizioni per un giudizio consapevole e sereno. Il fardello è già pesante fin da principio per l'assurda esclusione di una parte del popolo italiano alla partecipazione di manifestazioni dì volontà collettiva, che doveva decidere dell'assetto fondamentale dello Stato. E fin da quella prima tappa la mancanza di assoluta indipendenza nel collegio votante era dovuta alla non ancor definita posizione internazionale italiana ed alla perdurante occupazione di potenze straniere. Il fardello era già pesante in partenza per l'esistenza di un governo di autoinvestitura che tendeva ad un risultato predeterminato, Nel cammino si aggiungono altre deficienze ed irregolarità, anche in rapporto alle stesse leggi che disciplinavano il referendum e culminarono nella circostanza, in fatto di valore determinante della assunzione dei poteri di Capo di Stato da parte del presidente del Consiglio anteriormente alla pronuncia della Cassazione del 18 giugno, e nella mancanza in tal pronuncia, dell'essenziale requisito del numero dei votanti.

Il «Times» scrisse in quei giorni: «Bisogna riconoscere che la maggioranza che i repubblicani hanno riportato nelle elezioni di domenica scorsa è in notevole contrasto colla maggioranza di 100 a 1 che innalzò al trono Vittorio Emanuele II ed è improbabile che i monarchici convinti accettino come definitivi i risultati del referendum.

In realtà sono i risultati di questo esame che non danno alle coscienze oneste quella tranquillità morale, che, sola, avrebbe potuto determinare nei monarchici l'accettazione definitiva dì un risultato inviso, e giustificare nei repubblicani, che vagheggiassero non già una repubblica comunque sorta, bensì una repubblica fondata su di un atto di nascita, esente da vizi ed ispirata a legalità e giustizia, il ragionevole rifiuto alla revisione e rinnovazione dei referendum.

Niccolò Rodolico - Vittorio Prunas Tola

postato da: Kalckreuth  


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