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Home » News » Webzine » Spazio Aperto » Funerale Casamonica, dopo lo s...
venerdì 21 agosto 2015
Funerale Casamonica, dopo lo show funebre parte lo scaricabarile
letture: 2029
Se così muore un capoclan!?
Se così muore un capoclan!?
Spazio Aperto: Il funerale show di Vittorio Casamonica, 65 anni, uno dei maggiorenti dell'omonimo clan che viene ritenuto responsabile di attività illecite come usura, racket e traffico di stupefacenti nell'area Sudest di Roma, ha inevitabilmente scatenato reazioni indignate nell'opinione pubblica. Omaggiare un boss mafioso con una carrozza antica trainata da sei cavalli neri, petali di rose lanciati da un elicottero, manifesti e note del film Il padrino, al termine del rito religioso regolarmente celebrato nella Basilica di San Giovanni Bosco, a Cinecittà, è apparso qualcosa di raccapricciante e di offensivo nei confronti del buon senso.

"Hai conquistato Roma, ora conquista il Paradiso", "Vittorio Casamonica re di Roma", recitavano alcuni manifesti affissi fuori dalla parrocchia romana dove si sono svolte le esequie, che ritraevano il defunto a mezzo busto con una corona in testa, il Colosseo e il Cupolone sullo sfondo. Dopo la funzione, la bara è stata trasportata in una Rolls-Royce mentre la banda musicale suonava la colonna sonora di un altro celebre film 2001 Odissea nello spazio. Peraltro si è saputo che la carrozza usata per il trasporto della salma è la stessa usata per i funerali di Totò.

Nell'immaginario collettivo tutto questo sfarzo è stato giustamente vissuto come uno sfregio alle istituzioni, come la conferma del fatto che la mafia comanda ancora, sia nella capitale che altrove, imponendo i suoi riti e le sue regole. Ma chi ha autorizzato i funerali? Ha fatto bene il parroco a celebrarli? Il parroco poteva non sapere che fuori dalla sua Chiesa si stava consumando quello stucchevole show con tanto di manifesti affissi ai muri? Come mai il carro funebre era scortato dai vigili, che hanno perfino bloccato il traffico per consentire l'arrivo del corteo in Chiesa? Perché il figlio di Casamonica, agli arresti domiciliari, aveva ottenuto un permesso speciale per assistere al rito funebre senza che nessuno ne sapesse nulla? Interrogativi che non mancheranno, anche nei prossimi giorni, di suscitare polemiche.

Intanto, un primo provvedimento è stato preso. L'Enac ha disposto la sospensione cautelativa della licenza del pilota ai comandi dell'elicottero che ha lanciato petali di rosa sul funerale di Casamonica. Lo si legge in una nota, che precisa che "non è stata data alcuna autorizzazione, da parte dell'Enac, al volo o al sorvolo della città di Roma".

Per il resto è un imbarazzante scaricabarile. Il parroco si difende dicendo di aver fatto soltanto il suo lavoro, Questura e Prefettura dicono di non essere state informate del funerale, il Comune di Roma chiede spiegazioni al Prefetto, così come il Ministro dell'Interno, il Vicariato si dice imbarazzato. Come se non bastasse, a gettare benzina sul fuoco è intervenuto ieri anche il nipote del boss, Luciano Casamonica, che si è rivolto direttamente al Ministro Alfano, cercando di giustificare quel tipo di funerale come un'ultima volontà del defunto: "Vittorio era una persona bravissima. Sapevamo che doveva morire e abbiamo fatto di tutto per accontentarlo: gli piacevano tanto le feste, non volevamo fare una cosa di pianto. È usanza, sono anni che quando muore uno dei nostri vecchi si usano le carrozze e i cavalli".

Non ha certo contribuito a stemperare il clima il commento del parroco della Chiesa Don Bosco, don Giancarlo Manieri: "Rifarei il funerale di Vittorio Casamonica. Io qui ho fatto il prete, non spettava a me bloccare un funerale. La Chiesa può dire no a un funerale? Ecco, questo è un problema. L'esponente di un clan è comunque dentro la Chiesa". La dottrina sul punto dà ragione al parroco: le esequie dovevano essere celebrate, trattandosi di un cattolico formalmente praticante che ne aveva fatto richiesta, con esplicita volontà prima di morire e attraverso la sua famiglia.

Fuorviante in tal senso l'accostamento al caso Welby. Quella parrocchia, infatti, è la stessa che nel 2006 negò i funerali a Piergiorgio Welby. Malato di Sla, in fase terminale, Welby chiese ai sanitari di staccare la spina (fu eretto a simbolo dell'eutanasia) e gli furono vietati i funerali religiosi. Inoltre, in quella quella stessa parrocchia nel '90 è stato celebrato il rito funebre del boss della Magliana Renato De Pedis, poi sepolto nella Chiesa di S. Apollinare. Inopportuno, però, accostare il caso Welby al funerale di Casamonica. Welby ha posto in essere una condotta che è profondamente contraria alla dottrina cattolica. L'incompatibilità tra eutanasia e rispetto della volontà di Dio è evidente e insuperabile. Anche il Vicariato di Roma, sia pure imbarazzato per la vicenda Casamonica, ha ribadito questo punto di vista.

Quello che invece si sarebbe dovuto impedire erano le modalità di quelle esequie da fiaba. La piazza antistante la Chiesa sembrava un set cinematografico. La sapiente regia di quello show è rimasta nell'ombra. Il prete risponde solo di quanto accade all'interno della Chiesa, ma fino a un certo punto. Avrebbe dovuto impedire l'affissione di quelle gigantografie del malavitoso, con le musiche evocative di contorno.

Ad essere interpellato è però il mondo politico e delle istituzioni, soprattutto locali. Proprio quando l'inchiesta Mafia Capitale svela un'amministrazione cittadina piena di infiltrazioni della criminalità organizzata, con responsabilità che andranno accertate nei processi, uno spettacolo del genere andava evitato. Probabilmente nessuno ha avuto il coraggio di intervenire, trascurando l'impatto, anche mediatico, che quei funerali avrebbero avuto.

Inutile piangere sul latte versato. Bisogna andare fino in fondo per capire cosa sia effettivamente successo e per scoprire chi sapeva e ha taciuto, consentendo uno sfregio del genere. E sarebbe opportuno che i media spegnessero fin da subito i riflettori su una cocente sconfitta della legalità, evitando di enfatizzarla ulteriormente e di continuare a fare pubblicità alla mafia. Il messaggio altamente diseducativo che è filtrato dai resoconti giornalistici è: le istituzioni laiche e cattoliche, impotenti e inermi, si inchinano alla mafia. Dopo la pietà ostentata nei confronti di un mafioso, subentri ora la pietà nei confronti di milioni di italiani che non vorrebbero più sentir parlare di una assurda storia come questa e che sperano di riuscire a illudersi che si sia trattato soltanto di un sogno tremendo.

Fonte: http://www.lanuovabq.it/
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Questa Roma città aperta alle mafie

Da decenni la criminalità mafiosa dedica una cura particolare - fino alla ostentazione - ai simboli e alle pratiche della religione cattolica, superando senza difficoltà l'evidente contrasto con qualsiasi criterio di verità e di coerenza di vita. La cura cresce, e con essa le manifestazioni esteriori, quando la chiesa diventa il luogo nel quale celebrare eventi significativi riguardanti gli esponenti del clan, e giunge all'apice col funerale. Ciò accade per due ragioni, che si intrecciano: nelle aree di più antico radicamento delle cosche il sentimento e la pratica religiosi hanno ancora consistenza; la pretesa dei mafiosi di dimostrare che la mafia è espressione autentica di quelle zone passa attraverso atti esterni di devozione da parte dei capi e delle rispettive "famiglie". In tal modo la fede cattolica e i suoi segni più sacri sono piegati e resi strumento di consenso sociale, pur se in modo blasfemo; nel funerale di un personaggio di rilievo del contesto criminale la cornice religiosa viene usata oltre che per lo scopo generico di mostrare il legame con la fede del popolo, anche per esaltare nello specifico le gesta del defunto. Lo sforzo di lanciare l'orrido messaggio "santo subito", riferito al boss che ci ha lasciato da qualche giorno, è al tempo stesso un chiaro segnale per coloro che ne proseguono le opere - siete i migliori, avanti così - e per la popolazione, alla quale il rito indica un modello: se non da seguire, certamente da non ostacolare.

Sorprende che su questo fronte - sia pure in modo diverso provincia per provincia e diocesi per diocesi - si siano sviluppate negli ultimi anni sensibilità e reazioni in Sicilia, Campania e Calabria, da parte delle Chiese locali e delle persone oneste: lì dove cosa nostra, camorra e ndrangheta esistono da secoli, sono radicate e hanno formato mentalità e ambienti; e invece questa sensibilità si sia rivelata clamorosamente assente nella Capitale. Sono anni che in quelle regioni Vescovi coraggiosi affrontano la questione con documenti pastorali e/o con decisioni riguardanti singoli casi: basta ricordare, fra gli altri, quanto hanno detto e fatto l'Arcivescovo di Reggio Calabria mons. Morosini, a proposito delle infiltrazioni criminali nelle processioni, o l'Arcivescovo di Monreale mons. Pennisi, che ha imposto per capi mafiosi le esequie al di fuori di edifici religiosi importanti e senza clamore di folla. Spesso le prese di posizione di questi Pastori sono state e sono appoggiate - ciascuno per la parte di propria competenza - dai rappresentanti dello Stato sul territorio, in primis i prefetti, proprio perché la partita non è soltanto religiosa. E questo - lo si ripete - in contesti certamente più difficili rispetto a quello romano, con confratelli di quei Vescovi che hanno evitato di prendere analoghe posizioni, trincerandosi dietro il "non lo so", "non mi interesso di queste cose", "non ho visto nulla di strano".

Quello che è accaduto giovedì mattina a Roma è stato il festival del "non sapevo", "non avevo informazioni", "nessuno lo aveva segnalato", "se mai me lo avessero detto...": da parte delle autorità in qualche modo coinvolte, da quelle religiose a quelle della sicurezza. Il fatto è accaduto; è coinciso con una sconcertante affermazione di presenza mafiosa nel cuore della Cristianità, avendo come cornice una delle chiese più grandi della Capitale; non è stato né prevenuto né interrotto; ha realizzato oggi a Roma quello che da qualche anno è ostacolato a Vibo Valentia, a Castellammare di Stabia o a Trapani. A ogni romano e a ogni italiano interessa fino a un certo punto sapere di chi sono le colpe, pur se ci si augura che chi di dovere svolga gli accertamenti necessari; interessa di più capire come fare in modo che gesta simili non si ripetano in futuro.

La prima lacuna, da colmare nei tempi più rapidi, è ammessa senza giri di parole, quasi fosse una scusante, dai responsabili della sicurezza a Roma: l'assenza di informazioni. Nel caso in questione non si trattava di violare sofisticate banche dati per conoscere prima che cosa sarebbe successo: il funerale è stato seguito con video e foto da un buon numero di giornalisti, a conferma che ci si attendeva qualcosa di singolare. D'altronde, se un giorno muore un signore di nome Vittorio Casamonica dovrebbe essere ordinaria amministrazione presidiare in modo discreto il luogo nel quale è custodita la salma, intanto per annotare tutti coloro che le rendono omaggio: sia per avere qualche dato in più sulla mappa di quell'ambiente criminale, sia per aggiornare i profili personali dei singoli soggetti che intervengono; le sorveglianze speciali di pubblica sicurezza si applicano anche in virtù delle frequentazioni malavitose. Recandosi sul posto, sarebbe stato facile raccogliere notizie sul funerale. Se il Questore ha affermato che non ha saputo nulla del rito funebre e del modo in cui si è svolto, vuol dire che questo servizio non l'ha eseguito nessuno. C'era una volta - soprattutto nella Capitale, ma non solo - una rete informativa diffusa che garantiva un circuito di notizie grazie a "sensori ambientali": il portiere del condominio, l'edicolante, il barista, il dipendente dell'hotel; era una rete non visibile ma utile: a essa attingevano i servizi e le forze di polizia per ricostruire scenari, e al tempo stesso per prevenire episodi criminosi. Della rete, in modo più qualificato, faceva parte più d'un vigile urbano, la cui presenza capillare nella città in teoria permette - grazie alla frequentazione dei mercati e degli esercizi commerciali - di recuperare ulteriori dati. Due giorni fa la Polizia municipale ha reso possibile che una grande carrozza trainata da sei cavalli, seguita da un corteo di autovetture di grossa cilindrata, partisse dalla Romanina - che si trova oltre il Grande raccordo anulare - e, attraversando il raccordo, percorresse la via Tuscolana fino alla chiesa di Don Bosco, giungendovi mentre la banda suonava Il Padrino con la scorta di un elicottero! Provate a percorrere su un cavallo qualche centinaio di metri del Gra, con o senza accompagnamento musicale, e vedrete quanto dura...

Come è ingiusto scaricare ogni responsabilità sul parroco di Don Bosco, sarebbe altrettanto riduttivo prendersela solo col Commissariato o con la Stazione dei Carabinieri del Tuscolano: ammesso che i rispettivi dirigenti vengano puniti e trasferiti, resta per intero il problema della pianificazione dell'attività informativa, da affrontare e da risolvere. Se le autorità di sicurezza sostengono di aver appreso dai media un fatto così grave, e così noto da aver fatto accorrere migliaia di persone e un po' di giornalisti, chi garantisce che siano realmente acquisite le notizie che riguardano la preparazione di attentanti, più volte minacciati e in qualche modo sollecitati al pulviscolo del terrorismo fai-da-te di matrice islamica, presente e radicato in Italia? Resta da affrontare e da risolvere il problema della carenza di uomini e di mezzi nella Capitale: alla vigilia dell'apertura del Giubileo, Roma può contare oggi, fra Polizia e Carabinieri, su 3.000 unità in meno rispetto a quelle di cui disponeva al momento del Giubileo del 2000. Siamo certi che la prevenzione e il contrasto di ogni tipo di criminalità sarà egualmente efficace? Il deficit informativo e quello correlato del personale esigono immediati e consistenti investimenti: dei quali tuttavia non si vede traccia.

Da ultimo. Nel giro di pochi giorni per tre volte in altrettanti quartieri di Roma è accaduto che agenti di polizia, impegnati a eseguire arresti di spacciatori, siano stati bloccati e malmenati da gruppi di abitanti dei quartieri stessi: fatti gravissimi, che avrebbero meritato riflessione e seguito operativo. Invece la loro eco è durata qualche ora sui media e non è successo nulla. Che cosa doveva accadere? Qualcosa che, ripristinando nel rispetto della legge l'autorità dello Stato, sconsigliasse per il futuro comportamenti simili ai responsabili, ai complici e ai conniventi: per esempio, l'esecuzione di perquisizioni a tappeto alla ricerca di armi nelle abitazioni dei pregiudicati dei quartieri stessi, controlli continui e serrati per strada, anche per violazioni amministrative... L'assenza di reazione trasmette un solo messaggio: si può fare; quindi, si può ripetere. Se lo sfarzoso funerale di Vittorio Casamonica resterà senza conseguenze, e se la reazione non avrà il medesimo impatto di immagine che ha avuto il rito blasfemo di due giorni fa, il messaggio sarà che Roma può essere oltraggiata e lo Stato italiano dileggiato senza pagare dazio.

Fonte: http://www.lanuovabq.it/
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Funerale in pompa magna per le strade di Roma imbarazzano istituzioni laiche e religiose e interrogano la gente

Ieri a Roma tutte le istituzioni, laiche e religiose, della Capitale hanno mancato al loro dovere quando - in totale libertà - si sono svolti i funerali in pompa magna del 65enne boss mafioso Vittorio Casamonica.

La mafia a Roma
E' mancata la vigilanza, è mancata la presenza sul territorio delle isituzioni della pubblica sicurezza (dai Vigili Urbani alla Prefettura) che in una città che si prepara ad accogliere milioni di pellegrini per via del Giubileo, non ha saputo che si sarebbero svolti i funerali del "Re di Roma" (come è stato proclamato dagli striscioni affissi sulla Chiesa di Don Bosco) con tanto di carrozza barocca trainata dai cavalli, e lancio di petali da un elicottero (secondo l'Enac è tutto conforme alla legge, ma la domanda se invece di petali fosse stato qualcos'altro nasce spontanea in molti romani).
Il Sindaco di Roma, Ignazio Marino, inquadra correttamente quanto accaduto evidenziando che non è accettabile questo genere di intimidazione mafiosa, a due mesi dal Maxiprocesso (59 persone alla sbarra) sui fatti di "Mafia Capitale". Queste le sue parole tramite twitter: "Ho chiamato il Prefetto perché siano accertati i fatti. È intollerabile che i funerali siano strumenti dei vivi per inviare messaggi mafiosi".

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, fa sapere dal canto suo che "di questa vicenda la prefettura non aveva alcuna contezza. Ne chiederemo conto, per cercare di capire, al di là dei clamori, eventuali responsabilità. Senza dubbio c'è stato un difetto di comunicazione, e questo lo dico senza voler fare processi, né mettere nessuno sul banco degli imputati. Dunque è opportuno capire i termini precisi di quanto avvenuto, senza sottovalutare, ma senza nemmeno farci trascinare dal clamore. Aspetto che gli uffici mi riferiscano e poi decideremo" (Repubblica, 20 agosto).

La mafia e la Chiesa
Sul punto - da una prospettiva ecclesiale - don Luigi Ciotti, presidente di Libera: "Le scene viste fuori dalla chiesa dove - con uno sfarzo e un dispiegamento di mezzi, banda musicale, elicottero che lanciava petali di rose, che immaginiamo autorizzato - si sono svolti i funerali di Vittorio Casamonica, non possono lasciarci indifferenti. Non è qui ovviamente in discussione il diritto di una famiglia di celebrare i funerali di un suo membro e la partecipazione di amici e conoscenti. Grave è l'evidente strumentalizzazione di un rito religioso per rafforzare prestigio e posizioni di potere. Sappiamo che le mafie non hanno mai mancato di ostentare una religiosità di facciata, 'foglia di fico' delle loro imprese criminali. Una volta di più, e a maggior ragione dopo la scomunica di Papa Francesco dei mafiosi e dei loro complici, è compito della Chiesa denunciarla e ribadire che non può esserci compatibilità fra la violenza mafiosa e il Vangelo".

Una incompatibilità ribadita tanto da San Giovanni Paolo II, quanto da Papa Benedetto XVI e Papa Francesco.

Era opportuno il funerale in Chiesa?
Come riferiscono le fonti dell'Ansa, la chiesa di Don Bosco a Cinecittà non è nuova alle cronache: "Si è scoperto che quella parrocchia, sormontata da una caratteristica cupola, è la stessa che nel 2006 negò i funerali a Piergiorgio Welby. Malato di Sla, in fase terminale, Welby chiese ai sanitari di staccare la spina (fu eretto a simbolo dell'eutanasia e questo ha contribuito al divieto imposto dall'allora Vicario, il cardinale Camillo Ruini) e gli furono vietati i funerali religiosi. Ma non è tutto: in quella quella stessa parrocchia nel '90 è stato celebrato il rito funebre del boss della Magliana Renato De Pedis".

E proprio sulla questione Welby è montata l'indignazione della Rete che si chiede perché a lui le esequie religiose fossero state negate, mentre a mafiosi conclamati no. E' chiaramente una questione complessa, ma pochi si ricordano evidentemente del clima mediatico che si era creato attorno a quella vicenda che fece propendere per una decisione certamente dolorosa - la Chiesa non esulta mai quando non può celebrare un sacramente - ma che teneva conto del fatto che Piergiorgio Welby era divenuto, volontariamente, un simbolo di una battaglia che la Chiesa non poteva avallare: quella dell'eutanasia. In pratica, si argomentò, le esequie religiose avrebbero creato scandalo, nel senso evangelico del termine, cioé della difficoltà di comprendere e far comprendere come mai ad una persona che dice il contrario di quanto afferma il Magistero circa la vita e il fine vita si possa dare una benedizione. In modo analogo la stessa scomunica sarebbe dovuta pendere su Vittorio Casamonica?

Parroco e Vicariato
Così il parroco Don Giancarlo Manieri: «All'interno della chiesa è stato tutto molto tranquillo, sembravano cattolici di antica data. Ho parlato della speranza cristiana. I manifesti li ho intravisti alla fine e poco dopo, quando il feretro ha lasciato il piazzale, li hanno staccati. Io sono un parroco, quello che succede all'esterno non è di mia competenza».«In ogni caso - prosegue questo è l'anno della Misericordia come avrei fatto a cacciare via la gente? Se qualcuno mi chiede un funerale per un defunto io lo celebro a meno che non ho indicazioni dall'alto come avvenuto per Piergiorgio Welby quando il cardinale Ruini disse di 'no, mi assumo la responsabilità'. Cosa che in questo caso non c'è stata». Il parroco spiega ancora: «Sapevo che si trattava di un componente della famiglia Casamonica ma non che fosse il capo del clan. Me ne avevano parlato inoltre come di un cattolico praticante». Eppure conoscendo la fama della "famiglia" non sarebbe stato opportuno chiamare in Vicariato a Roma per sapere come comportarsi? Dalla Diocesi non a caso arriva un imbarazzato commento: «Il rito religioso nella chiesa dove si sono svolti i funerali di Casamonica è stato normale, tutto si è svolto come concordato con il parroco; quello che è avvenuto all'esterno è stato fatto senza autorizzazione, anche se non era il parroco ad avere la competenza». La nota prosegue poi difendendo il parroco che «non era al corrente di cosa stava accadendo», neanche dell'affissione delle gigantografie del boss, «tutto è avvenuto mentre stava celebrando la funzione religiosa».

Dunque si precisa dal Vicariato l' «imbarazzo» per le «scene hollywoodiane» delle esequie che comunque non potevano «esser negate». «Non sappiamo se questa persona si è avvicinata, si è pentita. Non è possibile giudicare. Certo - ribadiscono fonti in Laterano - la Chiesa non approva la scena hollywoodiana. Ma non aveva nessuno strumento per impedirla» (Corriere della Sera, 20 agosto).

Da più parti si fa notare che quando morì l'ex gerarca nazista Eric Priebke, la Chiesa per evitare che l'evento potesse venire in qualche modo distorto da simpatizzanti o contestatori non negò le esequie, ma evitò una cerimonia pubblica e i funerali si svolsero fuori Roma.

La Chiesa non è compatibile con la Mafia
Sulla lotta alla cultura di morte della Magia c'è una continuità assoluta da vent'anni a questa parte, da quando il 9 maggio 1993, ad Agrigento, San Giovanni Paolo II in seguito alle morti dei giudici Falcone e Borsellino esortò i mafiosi alla conversione: "Dio ha detto una volta: Non uccidere. Non può l'uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!".

Sulla stessa lunghezza d'onda il Santo Padre Benedetto XVI che nel discorso in occasione dell'incontro con i giovani in Piazza Politeama a Palermo il 3 ottobre 2010 disse: "Cari giovani di Sicilia, siate alberi che affondano le loro radici nel "fiume" del bene! Non abbiate paura di contrastare il male! Insieme, sarete come una foresta che cresce, forse silenziosa, ma capace di dare frutto, di portare vita e di rinnovare in modo profondo la vostra terra! Non cedete alle suggestioni della mafia, che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo!"

Così come ha ribadito Papa Francesco poco più di un anno fa a Cassano all'Jonio: appartenere alla Mafia conduce alla scomunica.


Fonte: http://www.aleteia.org/

postato da: Nuccio  


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