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Home » News » Roma » Ci impedirono di chiudere le p...
lunedì 16 settembre 2013
Ci impedirono di chiudere le porte al Fascismo
E resero possibile la marcia su Roma
letture: 4756
L'articolo in originale
L'articolo in originale
Roma: Ivanoe Bonomi, nato nel 1873, si trovò ad essere presidente del Consiglio in due momenti drammatici dalla storia d'Italia: dal 1921 al 1922 e dal 1944 al 1945, rispettivamente durante il periodo caotico antecedente alla Marcia su Roma e durante l'ultima parte della II guerra mondiale, succeduto al Maresciallo Badoglio.

Di estrazione socialista fu eletto deputato e fu espulso nel 1912 per aver appoggiato la guerra di Libia e per essersi congratulato con il Re Vittorio Emanuele III per essere scampato ad un attentato.
Fondò, con altri, il Partito Socialista Riformista Italiano (PSRI), ed appoggiò i governi giolittiani.
Fu volontario al fronte durante la prima guerra Mondiale.
Presidente del Consiglio tra il 4 luglio 1921 ed il 26 febbraio 1922 e si ritirò dalla vita politica dopo l'instaurarsi del Fascismo. Fu, come detto, nuovamente Primo Ministro nel 1944-45 e presidente del senato della repubblica fino alla sua morte.
Questo articolo, di suo pugno, compare sul settimanale Europeo del 7 Novembre del 1948, pagina 5, anno IV n° 45 che magicamente è finito tra le mie mani in una delle mie domeniche in giro per mercatini dell'antiquariato. L'articolo tra l'altro viene citato in un libro importante, La Monarchia e il Fascismo, di Mario Viana.

Ne dedico la lettura a tutti quei lettori, in buona e cattiva fede, che come pappagalli ripetono il luogo comune del "Re che consegnò l'Italia al Fascismo".
Il fatto di aver spianato la strada al Fascismo non rientra tra i meriti di Vittorio Emanuele III.
Dalla dedica sono esclusi certi somari che credono di essere storici inventandosi loro stessi le storie che scrivono per i quali non ho nessuna illusione che possano essere illuminati dalla lettura di alcunché.


Rivelazioni di Bonomi sul tentativo di Turati nel 1922

Intorno alla marcia dei fascisti su Roma compiuta Il 28 ottobre 1922 molto si è scritto e molto si è documentato. Ma poco invece si sa circa Il contegno del mondo parlamentare e circa la sua inopinata inerzia prima e dopo l'avvenimento. Si tenga presente che nel 1922 la Camera dei Deputati comprendeva, di fronte a una trentina di deputati fascisti, oltre un centinaio di deputati popolari (gli attuali democristiani), altrettanti socialisti di tendenza democratica e parecchie decine di democratici di tutte le tinte, dal cosiddetti democratici sociali al democratici liberali. Dunque nella Camera dei Deputati (e altrettanto deve dirsi per il Senato) una forte maggioranza avrebbe potuto opporsi ai metodi violenti adottati dal fascisti e costituire tempestivamente un argine contro il loro dilagare e contro i loro piani insurrezionali. Perché non si è tentata una difesa sul terreno parlamentare? Perché la Corona non ha trovato nel Parlamento lo strumento atto a reprimere un movimento che apertamente confessava dì volersi impadronire con la forza dello Stato?

A queste domande occorre dare qualche risposta.

E' risaputo che nel dopoguerra 1919-1922 l'instabilità del governo era diventata un pericolo mortale per il regime parlamentare. In brevi anni l'Italia aveva visto succedersi al ministero Orlando i ministeri Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta e aveva assistito a crisi lunghe ed estenuanti dove il prestigio dello Stato veniva compromesso e abbassato nelle più meschine diatribe e nelle più miserevoli gare. La radice del male era nel rifiuto a collaborare di una grossa frazione della Camera: il gruppo socialista, che già costituito da quasi un terzo dell'assemblea prima delle elezioni del 1921, era pur sempre rimasto, per il suo numero e per la sua combattività oppositrice, l'elemento determinante della situazione. La presenza di questo gruppo sempre schierato per la sua intransigenza dottrinale all'opposizione, permetteva a tutti i gruppi e i gruppetti della Camera di giuocare a cuor leggero al rovesciamento del Gabinetto, con uno di quelli assalti alla diligenza dove chi attaccava sapeva d'aver sempre alleate le formidabili forze dell'estrema sinistra. Da ciò non solo nasceva il discredito del regime parlamentare con il pullulare di invocazioni alla dittatura (considerata come un rimedio alla crisi perpetua dello Stato), ma derivava anche una irrimediabile debolezza di tutti i Governi che, nati provvisori e vissuti nella precarietà della situazione, non potevano fare alcun atto di forza e neppure infondere energia e risolutezza alle loro burocrazie sfiduciate e disorientate.

Nel luglio del 1922 questa situazione parve doversi chiarire. Una discussione sulla politica interna del Gabinetto Facta aveva avuto per argomento il pericolo fascista, la necessità conclamata di ristabilire il rispetto della legge, la deplorazione delle violenze antiche e recenti di cui il fascismo era apertamente dichiarato responsabile. I 253 voti contrari, contro 89 favorevoli, con cui la Camera votava contro il Governo nella seduta del 19 luglio 1922, significavano che coloro che si erano decisi a condannare il Governo per la sua politica interna erano anche decisi a volere una politica contraria, cioè una politica di difesa energica delle libertà fondamentali dello Stato. E poiché in quei 253 voti di maggioranza avevano confluito popolari (democristiani) e socialisti insieme ad alcune frazioni liberali e democratiche, era logico che il nuovo Governo dovesse essere fondato su queste forze e dovesse essere l'espressione genuina della nuova maggioranza.

Ma la realtà fu purtroppo diversa.

Il primo uomo politico a cui la Corona, sulla designazione dei capi gruppi politici, confidò l'incarico di formare il nuovo Governo fu l'on. Orlando. Egli naturalmente lavorò nel solco tracciato dal voto del 19 luglio. Ma avendo opinato di tentare un ministero di conciliazione nel quale fossero rappresentati a destra i fascisti e a sinistra i socialisti Orlando incontrò le nette ripulse dell'una e dell'altra parte. Effetto di queste ripulse fu la sua decisione di declinare l'incarico nel pomeriggio del 24 luglio.

Io ero in quel momento a casa ad attendere dai giornali del pomeriggio le notizie della crisi, quando inaspettatamente venne a trovarmi I' amico Filippo Turati. Le varie vicende della vita socialista italiana avevano allentati i legami che un tempo ci avevano strettamente avvinti; ma rimaneva fra noi una amicizia profonda maturata in lunghi anni di collaborazione cordiale ed assidua. Egli aveva per me l'affetto d'un fratello maggiore e giudicava con imparziale serenità la mia opera nel Governo e nel Parlamento. Della mia opera sulla fine del 1921, in difesa delle organizzazioni proletarie contro la violenza fascista, egli dava un giudizio favorevole. Aveva approvato l'organizzazione difensiva affidata per la bassa valle padana da me, allora Presidente del Consiglio, ad un prefetto di polso, il Mori (che fu poi inviato in Sicilia a combattervi la mafia), e di quella difesa vigile e pronta (con una specie di «Celere» avanti lettera) aveva riconosciuta l'efficacia. Così egli sempre levato contro le malevoli voci, provenienti da qualche settore deteriore della Camera, che accusavano me e Giolitti di aver armato i fascisti con le armi dell'esercito: sciocche storielle che uscivano dalla malignità per finire nel ridicolo.

Ma l'improvvisa visita dei Turati aveva un ben determinato fine. Egli mi avvertì subito che ormai alla Camera si dava per certo che, dopo il ritiro dell'on. Orlando la Corona si sarebbe rivolta a me per affidarmi l'incarico di costituire il nuovo ministero e pertanto occorreva intendersi circa la soluzione da darsi alla crisi. Per suo conto, e precorrendo le deliberazioni del suo gruppo parlamentare egli riteneva doversi costituire un Gabinetto poggiato sulle forze espresse nel voto del 19 luglio, dove, tranne i voti fascisti dati per motivi di opportunità tattica, si erano raccolti in blocco popolari, socialisti, e democratici.

Io risposi subito al Turati che condividevo interamente la sua valutazione della situazione parlamentare, e che avrei ritenuto inutile anzi dannoso costituire un Gabinetto non rispecchiante tutta la nuova maggioranza. Infatti un Gabinetto che fosse sorto su basi malferme e con la continua sistematica opposizione dei socialisti non avrebbe avuto la forza di resistere all'impetuosa ondata fascista e si sarebbe, come i ministeri precedenti, logorato in una debolezza congenita distruttrice dell'ultima residua autorità dello Stato. Ma che avrebbero fatto i socialisti nella presente situazione?

Filippo Turati non lasciò finire la domanda senza rispondere immediatamente e con estrema chiarezza. Egli mi disse che i più autorevoli socialisti ritenevano ormai che un'opposizione perpetua diretta a combattere tutti i ministeri avrebbe finito per fare il giuoco dei fascisti; che occorreva pertanto uscire dalla sterile intransigenza che il rivoluzionarismo massimalista aveva fatto prevalere, e che, con una chiara aperta decisione di appoggiare un Governo dì difesa, si sarebbe potuto entrare nella maggioranza per sostenervi l'opera del Gabinetto.

Naturalmente io chiesi se questo appoggio, che Turati mi assicurava potersi concretare in un impegno scritto di quasi cento deputati socialisti, potesse arrivare fino alla partecipazione di qualche autorevole socialista al Gabinetto. Tale partecipazione, non solo avrebbe legato di più il gruppo al Governo, ma avrebbe dato la sensazione precisa al Paese che i socialisti, già sospettati d'essere elementi di disordine e di sovversione, accettavano le responsabilità del potere disposti a far rispettare da tutti, anche da loro stessi, le leggi dello Stato.

Qui Turati fu preciso e esplicito. Personalmente egli era del mio avviso che il passo dovesse farsi e che la fobia del potere non dovesse durare. Un grande partito con un fortissimo gruppo parlamentare non può a lungo, per ideologie rivoluzionarie inconcludenti, escludersi dal Governo. Ma tale era la resistenza delle vecchie formule, l'ossequio alle antiche tradizioni, che un mutamento così radicale non avrebbe avuto fortuna. Bisognava pertanto accontentarsi di un preciso, chiaro, irrevocabile impegno di sostenere il Governo votando per lui nei voti politici del Parlamento.

Io mi arresi alle esortazioni del Turati. Avrei fatto un governo di sinistra con l'appoggio dei socialisti ma senza la presenza dei socialisti. Programma: la difesa contro l'ondata di illegalità e di violenza che abbatteva le organizzazioni politiche ed economiche degli avversari del fascismo e minacciava lo Stato di un colpo di mano rivoluzionario.

Intanto, durante la conversazione, il telefono squillava. Era il generale Cittadini che mi convocava al Quirinale per invito del Re. Indubbiamente si trattava dell'incarico ufficioso preannunziatomi dal Turati.

Andai dal Re con l'impressione vivissima del mio colloquio col «leader» socialista. Sebbene fosse nelle consuetudini che, all'invito del Re, l'incaricato si riservasse di dare una, risposta dopo il necessario sondaggio parlamentare, io, bruciando le tappe, gli riferii subito la mia conversazione col Turati dichiarandogli che, pur di fare un Governo con una salda maggioranza, avrei accettato l'adesione socialista benché diminuita della loro non partecipazione al Governo. Di ciò il Re si mostrò contentissimo. Era da tempo che egli deplorava l'instabilità delle maggioranze parlamentari, il loro rapido farsi e disfarsi la loro isterica mutabilità che contribuiva alla debolezza del Governo e alla sua perpetua perplessità. La nuova soluzione, pur non essendo ancora l'ingresso dei socialisti al potere, ne era il preludio. Forse un preludio breve che avrebbe terminato col trionfo della logica. Ad ogni modo il Re incoraggiava il mio tentativo e, uscendo dal consueto riserbo, mi augurava calorosamente di riuscire.

Non posi indugi alla difficile opera. Rividi subito il Turati, che aspettava, nel mio studiolo, il mio ritorno. Conferii con alcuni eminenti popolari. Anche il loro gruppo (il gruppo democristiano come si direbbe ora) era favorevole al tentativo pur non dissimulandosi le gravi difficoltà. L'on. Meda, che ne era il «leader», mi dava pubblicamente il suo incoraggiamento. Né insuperabili ostacoli opponevano i gruppi democratici sebbene le loro rivalità personali rendessero difficili, le intese.

Sennonché nel giorno successivo tutto quell'edificio crollò dalle fondamenta. Il gruppo socialista, sulla cui avvedutezza aveva contato il Turati, non volle arrendersi alla dura realtà. I massimalisti, ipnotizzati dal grande sogno di una vicina palingenesi, per la quale occorreva mantenersi immuni da contatti impuri, avevano silurate le intese e rese impossibili le più ragionevoli soluzioni. Quando, il mattino successivo, Turati, ormai scoraggiato per l'esito della sua vana battaglia, mi condusse a casa gli interpreti autorizzati del gruppo socialista, capii subito che la partita era perduta. L'on. Modigliani, incaricato egli non massimalista, di spiegare e attenuare le intransigenze dei suoi amici di sinistra cercò di medicare la ripulsa con questo surrogato il Governo avrebbe contato, volta a volta sul benevolo atteggiamento dei socialisti senza però che questi prendessero un preciso impegno di appoggiarlo in tutta in sua opera nella continuità della sua azione.

Era una proposta inaccettabile. Nell'ora tragica che si attraversava, mentre Mussolini minacciava alla Camera la guerra civile qualora si volesse arrestare il suo movimento, fondare un Governo sulla eventuale benevola accoglienza di un grosso gruppo parlamentare diventava una avventura da disperati.

Invano io dimostrai che l'ora non consentiva mezze misure che il pericolo era mortale e che per evitarlo occorreva superare le formule antiche del l'intransigenza rivoluzionaria. Alle mie esortazioni e a quelle accorate di Filippo Turati, che fu, per suo destino, un veggente inascoltato, si rispose che i socialisti avevano diritto, per la Carta costituzionale, d'esser difesi nelle loro persone e nelle loro cose, senza che per tale difesa essi dovessero deflettere dalla intransigente custodia della loro verginità politica che non ammetteva né connubi, né stabili accostamenti.

Nella serata del 26 luglio io riferii al Re le difficoltà incontrate e la mia inclinazione a deporre l'incarico. II Re ne fu sinceramente rammaricato, contava molto sul nuovo e sperato atteggiamento dei socialisti e aveva fiducia nella loro resipiscenza. Perciò mi esortò a tenere il mandato per fare nuove insistenze e nuovi tentativi. «Chiami», mi disse, «questa notte i suoi amici socialisti e veda di persuaderli ».

L'attesa non ebbe successo. Le mie nuove insistenze non ebbero risultato. La corrente massimalista teneva in soggezione il gruppo socialista e anche nobili spiriti (che di li a poco dovevano far parte da sé) non sapevano ancora ribellarsi alla sua tirannia.

Nel giorno di mercoledì 26 io andai dal Re per declinare definitivamente il mandato.

Il Re interpellò alcuni parlamentari di primo piano, come Luigi Meda e Giuseppe De Nava, poi nell'impossibilità di creare una situazione nuova, richiamò Luigi Facta che rifece un Gabinetto destinato a brevissima vita.

Così, a poco più di tre mesi dalla marcia fascista su Roma, nasceva si svolgeva e finiva l'estremo tentativo di opporre dal di dentro (dal Parlamento e dallo Stato) un argine solido al dilagare della violenza fascista.

Mancato quell'argine per l'incomprensione di quelli stessi che dovevano per primi esserne sommersi, l'ondata fascista non trovò alcuna barriera e quando il 28 Ottobre 1922 essa inviò le cosiddette legioni su Roma trovò la strada aperta e tutti i poteri dello Stato o inefficienti o travolti.

postato da: Kalckreuth  


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